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mercoledì 22 maggio 2019

Ludovica Martino

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Ludovica Martino

sabato 20 aprile 2019 - Il cinema sportivo fa da contesto narrativo a un romanzo di formazione, ambientato in quell'universo calcistico a sé stante che è la mitologia della AS Roma. Al cinema.

Il campione, esempio perfetto di progetto lucido e ripetibile

Roy Menarini cinemanews

Il campione, esempio perfetto di progetto lucido e ripetibile Il futuro del cinema italiano passa attraverso la produzione. Spiace per gli autorialisti a oltranza, ma i grandi registi non hanno (troppo) bisogno di delicate costruzioni creative e comunicative, mentre la gran parte dei film distribuiti in Italia sì. E se c'è una causa più specifica delle altre per il momento non brillante della nostra cinematografia, questa va identificata nei processi di produzione dei film, che spesso sono sbagliati fin dall'ideazione e vengono di conseguenza promossi in maniera incerta o confusa. Il campione (guarda la video recensione) è un esempio perfetto di cinema italiano medio e intelligente, e di progetto lucido e ripetibile. Non a caso, è realizzato dalla Groenlandia Film di Matteo Rovere, cineasta ma (ci viene da dire) soprattutto produttore di grande acume, che spazia fra molti generi cinematografici e sforna prototipi a ripetizione, di quelli che possono essere fatti fruttare in vari modi. Come per Veloce come il vento (ancora con Stefano Accorsi), il cinema sportivo fa da contesto narrativo a un romanzo di formazione, ambientato nel mondo del calcio e specificamente in quell'universo a sé stante che è la mitologia della AS Roma. La vicenda di un giovane, famoso e immaturo calciatore alle prese con le indesiderate lezioni private di un professore fallito che nemmeno lo conosce è già di per sé una di quelle idee di partenza forti e limpide che il cinema italiano sembra far fatica a mettere in luce. Una volta impostato questo conflitto/attrazione, la sceneggiatura articola in varie direzioni il rapporto tra pubblico e privato del protagonista, aggiunge senza strafare le vicende personali dei due personaggi, e lavora persino su spunti sentimentali gestiti con una certa cura.

Per una volta, non si tratta di ammiccamento al pubblico, bensì di strategie produttive che si domandano quali spettatori intercettare - ed è davvero consolante assistere in sala alla proiezione di un film italiano semi-autoriale alla presenza di adolescenti curiosi, certamente attirati dal tema calcistico ma anche da atmosfere ben suggerite dal trailer, oltre che dalla presenza di Ludovica Martino, ben conosciuta per SKAM Italia.

Non c'è dubbio che - così come per il diversissimo Il primo re - si punti a un'alta percentuale di incassi proprio a Roma e dintorni, ma senza farne per forza un film a traino locale o regionale. In fondo, proprio la credibilità della rappresentazione del mondo del calcio (più veritiera che moralista, anche quando il regista Leonardo D'Agostini spinge sulla caricatura dei coatti dell'ambiente) consente di raggiungere una piena universalità del racconto. E se il romanesco di Andrea Carpenzano è talmente spinto da far desiderare qua e là i sottotitoli come per Gomorra, tutto dona credibilità alla storia che, anche grazie al team di attori capitanati da Accorsi e Popolizio, funziona a pieno regime.
Insomma, senza sottrarre meriti al regista, ci troviamo di fronte a un perfetto prodotto di cinema drammatico i cui elementi pedagogici sono espressi dalla narrazione e dall'arco di trasformazione dei personaggi, piuttosto che dall'approccio paternalistico dei dialoghi.

Rimane da dire qualcosa sul calcio, che non è mai stato facile mettere in scena per il cinema italiano. Si tratta di uno sport talmente saturo dal punto di vista televisivo e comunicativo che quasi tutti i tentativi di narrarlo si sono rivelati problematici (fa eccezione almeno l'ottimo Ultimo minuto di Pupi Avati), se non cercando aiuto nell'antropologia del tifoso - dal più comico Eccezzziunale... veramente al più tragico Ultras. Scegliendo di mostrare solo scorci di campo, e piani ravvicinati dei match (un po' come si erano scelte inquadrature strette e strategie di sound design per le gare di Veloce come il vento), si è raggiunto un buon compromesso tra controllo dei costi ed esigenze di realismo.

Insomma, c'è un nuovo titolo nella filmografia del rapporto tra cinema e calcio italiano. E non dei peggiori.

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