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24luce
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sabato 10 settembre 2011
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shame
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SHAME
Shame, un film che nel titolo richiama il biblico sesso come vergogna per la perduta innocenza, per la quale i nostri progenitori- secondo il cattolicesimo- subirono la cacciata dal Paradiso Terrestre . Steve McQueen in conferenza stampa a Venezia lo definisce un lavoro di indagine sulla dipendenza dal sesso.Ci si aspetterebbe che un film su di un fenomeno così diffuso in politica, oltre a descriverlo, provasse a spiegarlo. Per Brandon, il trentenne protagonista, il sesso è una pratica da attuare con la massima efficienza. E' l' efficientismo, che ha fatto di lui un mietitore di successi sul lavoro, e della sua casa una macchina ben oliata, dove tutto funziona e nulla è fuori posto, lo trasferisce ai rapporti sessuali.
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SHAME
Shame, un film che nel titolo richiama il biblico sesso come vergogna per la perduta innocenza, per la quale i nostri progenitori- secondo il cattolicesimo- subirono la cacciata dal Paradiso Terrestre . Steve McQueen in conferenza stampa a Venezia lo definisce un lavoro di indagine sulla dipendenza dal sesso.Ci si aspetterebbe che un film su di un fenomeno così diffuso in politica, oltre a descriverlo, provasse a spiegarlo. Per Brandon, il trentenne protagonista, il sesso è una pratica da attuare con la massima efficienza. E' l' efficientismo, che ha fatto di lui un mietitore di successi sul lavoro, e della sua casa una macchina ben oliata, dove tutto funziona e nulla è fuori posto, lo trasferisce ai rapporti sessuali. Nelle sue pratiche sessuali la partner è un oggetto da pagare perchè esegua ordini finalizzati. Oppure è consenziente per una sveltina dopocena, in un angolo di strada poco illuminato. Atteggiamento che nasce da lontano, dalla masturbazione fisica protratta senza tregua oltre i comprensibili ambiti adolescenziali. Per una smisurata paura di confrontarsi con una donna? Non si sa. Brandon scappa in bagno a masturbarsi anche durante le ore di lavoro, intervallate da chat erotiche su Internet (col progredire della tecnica la masturbazione si è fatta anche virtuale). Non lo sfiora l'idea che il sesso che strumentalizza l'altro-sorretto da una filosofia del tipo “se non ci fosse la partner si farebbe prima”- lungi da portare piacere, si riduce a una mera ginnastica inappagante e via via più faticosa, più ancora delle corse notturne esagerate che fa per stancarsi e non pensare. McQueen non ci fa mancare neppure la scena di un rapporto a tre, con i giusti effetti flu antivolgarità.
Considerando Shame come documentario, gli si deve riconoscere una grande ricercatezza formale e una giusta scelta dell'attore, un Fassbender bello e scattante, un corpo che regge le scene di nudo.
Il vuoto di significati trasmette però un senso di ineluttabilità della tragedia nei rapporti uomo donna. La sessuofobia della bibbia che trionfa dopo millenni? Il personaggio femminile della sorella Sissy, interpretata da Carey Mulligan, è assai imèrobabile . Riesce ad essere cantante di grande sensibilità e bravura, capace di reinventare, in versione deeply blues, New York New York, (per inciso l'unica sequenza scenica seduttiva di “Shame”). Come fa ad essere così cieca da ostinarsi a chiedere aiuto ad uno di cui conosce benissimo l'anaffettività? E soprattutto a tagliarsi le vene per la delusione? Il rosso vivo del sangue accende di una luce di morte il grigio imperante del film.
E le altre donne descritte? Ragazze giovani che lo adescano in metropolitana; lavoratrici del sesso che gli vanno a casa nei ristretti tempi che il nostro si ritaglia fra una masturbazione ed una chat erotica al computer. L'unica donna che si muove con vero interesse verso di lui, una collega di lavoro, si addossa l'insuccesso del rapporto sessuale sparendo in tutta fretta. Vergognosa per il fallimento di una prestazione, che andrebbe invece apprezzato per il barlume di rapporto che Brandon è riuscito, almeno con lei, ad instaurare, e che per questo lo rende incapace di violentarla.
LUCIA EVANGELISTI
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beatrice fiorentino
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martedì 17 gennaio 2012
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le prigioni di steve mcqueen
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Quanti sguardi tristi in questo film, opera seconda dell’inglese Steve McQueen, classe ’69, videoartista e scultore approdato al cinema nel 2008 con il film rivelazione Hunger.
Tanti personaggi smarriti per un film che è molto più angosciante che “erotico” (nonostante l’ingiustificato clamore suscitato dalle scene più esplicite).
Shame è la fotografia sobria e minimale della vita solitaria di un uomo che potrebbe avere tutto e che invece non ha niente. Distante dalle abili strategie di conquista messe in atto da Valmont o dall’ironia pervasiva del Bertrand Morane de L’uomo che amava le donne, Brandon Sullivan (un intenso Michael Fassbender) non ama né seduce, chiuso com’è in quella sua prigione fatta di una serie infinita quanto insoddisfacente di rapporti sessuali, orgasmi, chat erotiche e pornografia di ogni genere, alla ricerca compulsiva di quell’attimo di oblio che gli offre la “piccola morte”.
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Quanti sguardi tristi in questo film, opera seconda dell’inglese Steve McQueen, classe ’69, videoartista e scultore approdato al cinema nel 2008 con il film rivelazione Hunger.
Tanti personaggi smarriti per un film che è molto più angosciante che “erotico” (nonostante l’ingiustificato clamore suscitato dalle scene più esplicite).
Shame è la fotografia sobria e minimale della vita solitaria di un uomo che potrebbe avere tutto e che invece non ha niente. Distante dalle abili strategie di conquista messe in atto da Valmont o dall’ironia pervasiva del Bertrand Morane de L’uomo che amava le donne, Brandon Sullivan (un intenso Michael Fassbender) non ama né seduce, chiuso com’è in quella sua prigione fatta di una serie infinita quanto insoddisfacente di rapporti sessuali, orgasmi, chat erotiche e pornografia di ogni genere, alla ricerca compulsiva di quell’attimo di oblio che gli offre la “piccola morte”. Niente amici, niente gioia, nessun rapporto stabile e la desolante incapacità di averne. Un appartamento da single curato ma asettico, un lavoro descritto poco più che come spazio fisico, pochi momenti di apparente normalità che mal celano il dramma esistenziale di quest’uomo.
Fanno capolino la sorella Sissy (Carey Mulligan), anima fragile e bisognosa d’amore, e Marianne (Nicole Beharie) la bella collega che offre a Brandon, senza successo, l’occasione di una vita e un rapporto normali.
Chissà in quale passato affonda le origini tanta sofferenza, il male di vivere dei fratelli Sullivan, che come non manca di sottolineare Sissy “non sono cattivi, vengono solo da un brutto posto”, un posto che non ci è dato conoscere e di cui possiamo solamente constatare gli effetti.
Nessuna via di fuga. Neanche il bellissimo carrello con cui seguiamo Brandon nella sua affannosa e cieca corsa notturna sulle note circolari di J.S. Bach, in una NY fredda e indifferente, riesce a stemperare la rabbia, lasciandoci senza fiato in una sequenza che sta, nella storia del cinema, al lato opposto dell’ultima inquadratura de I Quattrocento colpi in cui Truffaut accompagna il suo Antoin Doinel verso la libertà. Analogamente la struggente versione di “New York, New York” cantata da Sissy in un club, sovvertendo completamente l’ottimismo del sogno americano, è antitetica alla carica di esplosiva vitalità trasmessa dall’interpretazione di Liza Minelli nell’omonimo film di Scorsese.
McQueen realizza un’opera raffinata e calibrata in cui si respira l’atmosfera opprimente dei romanzi di Bret Easton Ellis (più che in altre pellicole direttamente tratte dai suoi romanzi). A sorreggerne l’abile regia, la fotografia livida curata da Sean Bobbitt e il lavoro di Harry Escott, che ha realizzato per questo film una colonna sonora splendida. Sia la scelta dei brani musicali che la composizione di un tema che mette i brividi, fanno crescere un’ossessione che ci fa scivolare sempre più giù fino all’ultimo disperato amplesso a tre in cui il volto di Brandon si trasforma in una tragica maschera di dolore.
Impossibile non riscontrare una continuità stilistica e tematica con il precedente film Hunger, in cui il protagonista Bobby Sands, militante dell’IRA morto nel carcere di Maze in seguito allo sciopero della fame proclamato per riottenere lo status di prigioniero politico, utilizzava il proprio corpo come strumento per affermare la “libertà dell’anima”. L’esatto contrario del prestante Brandon, che pur essendo libero nel paese delle libertà, trova nel suo corpo la propria prigione.
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(di albet)
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writer58
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domenica 29 gennaio 2012
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lo straniero
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New Iork, 2011. Brandon è un trentenne affermato, bello, che si muove con disinvoltura nei paesaggi urbani della "Grande Mela". E' un uomo affascinante, che sa di piacere alle donne, ma non riesce a stabilire un rapporto stabile con loro, le "consuma" come fossero aperitivi da 25 dollari l'uno ordinati in un locale elegante. In realtà, i problemi di Brandon (un ottimo Fassbender) non sono solo circoscritti alla sfera del sesso, di cui è dipendente, ma attengono alla sfera delle relazioni, al suo rapporto con la realtà. Come in tutte le dipendenze, lui cerca oggetti sostitutivi per coprire il proprio "mal di vivere", la sua inadeguatezza a stabilire un rapporto soddisfacente con gli investimenti e gli oggetti significativi.
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New Iork, 2011. Brandon è un trentenne affermato, bello, che si muove con disinvoltura nei paesaggi urbani della "Grande Mela". E' un uomo affascinante, che sa di piacere alle donne, ma non riesce a stabilire un rapporto stabile con loro, le "consuma" come fossero aperitivi da 25 dollari l'uno ordinati in un locale elegante. In realtà, i problemi di Brandon (un ottimo Fassbender) non sono solo circoscritti alla sfera del sesso, di cui è dipendente, ma attengono alla sfera delle relazioni, al suo rapporto con la realtà. Come in tutte le dipendenze, lui cerca oggetti sostitutivi per coprire il proprio "mal di vivere", la sua inadeguatezza a stabilire un rapporto soddisfacente con gli investimenti e gli oggetti significativi. Sua sorella Sissy, che lo raggiunge e s'installa nel suo appartamento a Manhattan, costituisce un po' il suo negativo fotografico. E' dipendente dai rapporti affettivi che instaura, anche quelli occasionali ed effimeri, è incapace di vivere la solitudine senza provare sensazioni di abbandono e di perdita devastanti. La città, in qualche modo, alimenta le loro patologie: i rapporti si estinguono nello spazio di una serata, dalla conoscenza in un bar al frettoloso amplesso consumato a ridosso di un muro o in un'anonima stanza di hotel; la richiesta di prestazioni sessuali (a pagamento o gratuite) sostituisce il piacere (e la fatica) degli investimenti affettivi; la disponibilità a fare sesso procede di pari passo con lo svuotamento di contenuti e di senso delle relazioni.
"Shame" narra la discesa dei due fratelli verso il purgatorio della compulsione con un linguaggio elegante e, a tratti, ispirato. Le scene sono accurate e i dialoghi non banali. La fotografia appare molto curata e la scelta dei colori è adeguata all'inverno atmosferico e psicologico della città e dei protagonisti.
Tuttavia, anche se la caduta di Brandon è rappresentata efficacemente (anche con primi piani del suo volto che manifesta angoscia e sgomento durante un amplesso), il film risente di un approccio moralistico che lo appesantisce nel finale. Brandon viene picchiato in un bar dal compagno di una donna che aveva "avvicinato", si concede un fugace rapporto omosessuale in un ritrovo di gay e la sorella tenta il suicidio. Sembra quasi che il regista abbia voluto suggerire che la perversione debbe essere necessarianente essere accompagnata da una punizione e che la vergogna ("shame") sia il destino di chi evita di affrontare i propri conflitti interiori. Messaggio che stride con la diffusione planetaria delle dipendenze, diffusione che pare integrarsi alla perfezione con lo stile di vita e le aspettative sociali di questa fase storica dell'occidente.
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numenoreano
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sabato 11 febbraio 2012
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voyeurismo kafkiano
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Non è solo la storia di un erotomane cronico, ma è anche il manifesto dell'inquietudine dell'uomo contemporaneo. Un moderno personaggio kafkiano (un ottimo Fassbender) il quale, nascosto nel suo personale usbergo (il suo appartamento) in difesa della sua voyeuristica intimità, come un'automa riceve stimoli freddi dal mondo facile di internet e, senza rendersene conto, alimenta un vortice di egoismo e solitudine.
La sua sconosciuta vita precedente lo ha portato a vivere distaccato la monotonia di ogni cosa, rapporti interpersonali e lavoro, come se fossero anonime figure uscite da un quadro di Magritte che fanno da evanescente contorno alla sua dipendenza; dipendenza da soddisfare ovunque ed in ogni modo.
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Non è solo la storia di un erotomane cronico, ma è anche il manifesto dell'inquietudine dell'uomo contemporaneo. Un moderno personaggio kafkiano (un ottimo Fassbender) il quale, nascosto nel suo personale usbergo (il suo appartamento) in difesa della sua voyeuristica intimità, come un'automa riceve stimoli freddi dal mondo facile di internet e, senza rendersene conto, alimenta un vortice di egoismo e solitudine.
La sua sconosciuta vita precedente lo ha portato a vivere distaccato la monotonia di ogni cosa, rapporti interpersonali e lavoro, come se fossero anonime figure uscite da un quadro di Magritte che fanno da evanescente contorno alla sua dipendenza; dipendenza da soddisfare ovunque ed in ogni modo.
Invece di giocare con ossessive inquadrature come farebbe il miglior Polanski, questo omonimo regista del più celebre McQueen trasmette ossessione con un ottimo studio del sonoro, con una fotografia fredda come un coltello, liscia e vagamente patinata. Ancora di più con una messa in scena blasé del sesso, come se i fornicanti fossero robot o insetti senz'anima ed il ritmo martellante ed insistente dell'amplesso fosse il ticchettio di un freddo orologio. Si può guarire? Non è detto che lo si voglia. Comunque nessuna certezza, di scampo e di finale. Un film coraggioso che vale, senza standing ovation finale, il prezzo del biglietto.
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cinemascoop.altervista.org
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giovedì 19 gennaio 2012
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quando il sesso non è un piacere ma una dipendenza
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Shame di Steve McQueen (regista inglese di colore omonimo del più famoso attore spericolato degli anni settanta/ottanta). Il protagonista assoluto è Michael Fassbender che interpreta un uomo malato di sesso. Proprio così. Il sesso è vissuto da Brandon non come fonte di piacere o come frutto di una profonda affettività ma come grido di dolore, di sofferenza, di rabbia. Il sesso è una necessità da soddisfare continuamente. Brandon rifiuta totalmente ogni accenno di amore inteso come sentimento da condividere. L’unica volta che si ritrova in procinto di fare l’amore con la collega di lavoro con cui riscontra una certa affinità e con la quale si scopre capace di provare un affetto sincero ecco che si blocca e non riesce ad andare oltre.
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Shame di Steve McQueen (regista inglese di colore omonimo del più famoso attore spericolato degli anni settanta/ottanta). Il protagonista assoluto è Michael Fassbender che interpreta un uomo malato di sesso. Proprio così. Il sesso è vissuto da Brandon non come fonte di piacere o come frutto di una profonda affettività ma come grido di dolore, di sofferenza, di rabbia. Il sesso è una necessità da soddisfare continuamente. Brandon rifiuta totalmente ogni accenno di amore inteso come sentimento da condividere. L’unica volta che si ritrova in procinto di fare l’amore con la collega di lavoro con cui riscontra una certa affinità e con la quale si scopre capace di provare un affetto sincero ecco che si blocca e non riesce ad andare oltre. Preferisce (o si trova costretto) fare sesso magari a pagamento ma senza nessun coinvolgimento emotivo. L’unico rapporto affettivamente profondo è con la sorella (Carey Mulligan) con cui condivide temporaneamente il suo appartamento a New York. Una vita triste, cupa, insoddisfatta porta Brandon a soffrire e a tormentarsi. Ha bisogno di masturbarsi, di circondarsi di pornografia via internet, di sesso intenso ogni minuto della giornata. La fotografia scura che ritrae Brandon a spasso in una New York notturna rende l’idea della solitudine e dell’emarginazione tutta interiore. Il film è drammatico ma non melodrammatico. Le numerose scene di sesso esplicito sono girate con un occhio che trasmette pura fisicità ma nessun erotismo. Un mero esercizio di sfogo fisiologico e psicologico che non sfocia mai in amore o sentimento. Michael Fassbender ha ricevuto a Venezia la Coppa Volpi come migliore interprete maschile per questo personaggio intrigante e sofferente. Sofferente di una malattia di cui non si conosce la cura. La forte sessualità vissuta come necessità e non come conseguenza di un sentimento profondo porta l’essere ad un baratro che sprofonda all’infinito. Un film intenso che cattura e fa riflettere.
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renato volpone
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sabato 14 gennaio 2012
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la morte dei sentimenti
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Il film e' durissimo e racconta dell'incapacità di oggi di vivere sane relazioni umane. Il mondo del consumismo, anche sessuale, dell'individualismo, dell'era digitale, isola le persone impossibilitandole a costruire relazioni sociali, amicali, affettive di un certo rilievo. Brandon e sissy, fratello e sorella, vivono questo distacco sofferente, amandosi e odiandosi, ricercando uno il contino sfogo sessuale e l'altra surrogati disastrosi di relazioni affettive. Si riabbracceranno dolorosamente nel dramma senza davvero incontrarsi mai col cuore: "non siamo cattivi, veniamo da un posto cattivo". film grandioso, ma non per tutti, sfrontato, sessualmente disinibito, pochi dialoghi ma profondi, bellissima la musica, grandiosa la versione di "new York new York" cantata da sissy.
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Il film e' durissimo e racconta dell'incapacità di oggi di vivere sane relazioni umane. Il mondo del consumismo, anche sessuale, dell'individualismo, dell'era digitale, isola le persone impossibilitandole a costruire relazioni sociali, amicali, affettive di un certo rilievo. Brandon e sissy, fratello e sorella, vivono questo distacco sofferente, amandosi e odiandosi, ricercando uno il contino sfogo sessuale e l'altra surrogati disastrosi di relazioni affettive. Si riabbracceranno dolorosamente nel dramma senza davvero incontrarsi mai col cuore: "non siamo cattivi, veniamo da un posto cattivo". film grandioso, ma non per tutti, sfrontato, sessualmente disinibito, pochi dialoghi ma profondi, bellissima la musica, grandiosa la versione di "new York new York" cantata da sissy. Fotografia e sceneggiatura veramente al top. Da non perdere per chi ama sondare l'animo umano anche nelle situazioni più borderline, che diventano sempre più diffuse e quotidiane.
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hidalgo
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domenica 19 febbraio 2012
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un uomo disperato
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Sullo sfondo di una New York grigia, Fassbender è lo strepitoso protagonista di un film estremo e disperato, terribilmente reale e realistico nelle scene e nel linguaggio, diretto magistralmente da un McQueen talmente maniacale nelle inquadrature che non ci sarebbe nemmeno bisogno dei dialoghi per capire pensieri e stati d'animo dei vari personaggi. I primi piani, specialmente quelli di Fassbender, trasmettono ansia, inquietudine e pietà per un uomo malato di sesso, incapace di fare l'amore e per questo schiavo della pornografia sia online che reale. Un film duro, curato nei minimi particolari, dove anche le musiche hanno un ruolo fondamentale e i personaggi sono ben definiti.
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Sullo sfondo di una New York grigia, Fassbender è lo strepitoso protagonista di un film estremo e disperato, terribilmente reale e realistico nelle scene e nel linguaggio, diretto magistralmente da un McQueen talmente maniacale nelle inquadrature che non ci sarebbe nemmeno bisogno dei dialoghi per capire pensieri e stati d'animo dei vari personaggi. I primi piani, specialmente quelli di Fassbender, trasmettono ansia, inquietudine e pietà per un uomo malato di sesso, incapace di fare l'amore e per questo schiavo della pornografia sia online che reale. Un film duro, curato nei minimi particolari, dove anche le musiche hanno un ruolo fondamentale e i personaggi sono ben definiti. Fassbender è un uomo solo con i suoi problemi, vive una vita "segreta" in cui non c'è spazio per i sentimenti ma solo per il sesso che consuma avidamente con una bionda conosciuta (?) in un locale, mentre non riesce ad avere un rapporto "normale" con la ragazza di colore con la quale sembrava potesse nascere qualcosa. L'unica che a suo modo prova, o crede di provare, a stargli vicino è la sorella, ma anche lei è una vittima della vita, una ragazza disperata e carica di problemi ben più gravi di quelli del fratello. McQueen non da "risposte" allo spettatore, racconta la tragedia umana e psicologica di un uomo consapevolo del suo stato, consapevole del fatto che nessuno può capirlo ma solo giudicarlo, che desidera, che brama la donna come un predatore affamato. E alla fame non si comanda. La fine è come l'inizo: stessa scena, stesso primo piano che vale più di mille parole, stesso sguardo fisso sulla stessa donna. La storia continua.
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filippo catani
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sabato 21 gennaio 2012
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fratello e sorella disperatamente soli
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Brandon è un uomo affascinante e con una bella casa. Il suo problema è quello di avere una vera e propria dipendenza dal sesso per cui non solo non riesce a intrattenere relazioni con nessuna donna ma cerca di portarsi a letto chi gli capita, frequenta prostitute e siti pornografici. La sua routine verrà interrotta dall'arrivo della fragile sorella con il suo notevole carico di problemi.
Pellicola arrivata nelle sale carica di attese che bisogna dire soddisfa in pieno. Intanto per l'interpretazione magistrale del protagonista Michael Fassdember capace di prodursi in scene a dir poco difficili e dure tra rapporti prulimi, un nudo integrale e un paio di masturbazioni.
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Brandon è un uomo affascinante e con una bella casa. Il suo problema è quello di avere una vera e propria dipendenza dal sesso per cui non solo non riesce a intrattenere relazioni con nessuna donna ma cerca di portarsi a letto chi gli capita, frequenta prostitute e siti pornografici. La sua routine verrà interrotta dall'arrivo della fragile sorella con il suo notevole carico di problemi.
Pellicola arrivata nelle sale carica di attese che bisogna dire soddisfa in pieno. Intanto per l'interpretazione magistrale del protagonista Michael Fassdember capace di prodursi in scene a dir poco difficili e dure tra rapporti prulimi, un nudo integrale e un paio di masturbazioni. Un personaggio quello del protagonista che è ormai dilaniato e lanciato irrimediabilmente verso l'autodistruzione. Ed è così che a causa di questi problemi, che lui cercherà tragicamente di scaricare sulla sorella, l'uomo non riuscirà ad installare un minimo di relazione con una collega di lavoro per cui pare provare qualche sentimento. E poi c'è la sorella (bravissima anche Carey Mullighan) che purtroppo rappresenta l'altra tragica metà della mela. Carina, sorridente e con una voce meravigliosa, la ragazza non riesce a uscire dalle sue insicurezze croniche. Cerca nel fratello una sorta di scialuppa di salvataggio che lui però non è assolutamente in grado di offrire. Giusta durata per la pellicola e dialoghi brevi ma serrati coadiuvati da una struggente colonna sonora. Il regista ci porta con grande chiarezza alla scoperta di quanto sesso a buon mercato si possa trovare, di quanto questo non può risolvere i nostri problemi se vissuto in maniera ossessiva-compulsiva. Un film che non può lasciare indifferente chi lo vede e che lascia nello spettatore tanti spunti di riflessione. Sicuramente una delle migliori pellicole degli ultimi mesi.
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pepito1948
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lunedì 20 febbraio 2012
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deludente e banale
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“ Volevo riflettere sul fatto che tutta la libertà di oggi talvolta si trasforma in una vera e propria prigione”. McQueen riassume così l’idea di fondo del film: la nostra libertà di azione spesso ci spinge a rinchiuderci dentro un recinto da cui resta difficile uscire, si chiami anaffettività o disperato bisogno di calore umano. Ogni dipendenza è una prigione, anche se tentiamo di venirne fuori sbattendo freneticamente contro le pareti come una mosca contro il vetro di una finestra. Il film si snoda su un doppio binario tematico, la sessomania di Brandon e la disperata carenza affettiva di Sissi. Naturalmente si tratta di “convergenze parallele” perché i due temi interagiscono in un contesto familiare.
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“ Volevo riflettere sul fatto che tutta la libertà di oggi talvolta si trasforma in una vera e propria prigione”. McQueen riassume così l’idea di fondo del film: la nostra libertà di azione spesso ci spinge a rinchiuderci dentro un recinto da cui resta difficile uscire, si chiami anaffettività o disperato bisogno di calore umano. Ogni dipendenza è una prigione, anche se tentiamo di venirne fuori sbattendo freneticamente contro le pareti come una mosca contro il vetro di una finestra. Il film si snoda su un doppio binario tematico, la sessomania di Brandon e la disperata carenza affettiva di Sissi. Naturalmente si tratta di “convergenze parallele” perché i due temi interagiscono in un contesto familiare. Brandon e Sissi sono fratelli, ed il loro incontro improvviso si trasforma in un lacerante conflitto. La domanda di sentimenti, di attenzioni, di interesse per la propria vita (con annessi ricatti) dell’una non trova riscontro nell’offerta pressoché inesistente dell’altro. Brandon è malato di sesso,e in quanto tale è privo di sensibilità emotiva, non “vede” le donne pur compiacenti se non come oggetto di sfogo dei sensi, e pertanto anche la sorella, in quanto donna, è più un elemento di disturbo che di arricchimento interiore. I movimenti dei due contendenti sono però inversi: se Brandon tende a lasciarsi cadere verso l’inferno del più totale degrado, Sissi cerca di elevarsi dal deserto emotivo del suo io nello spasmodico tentativo di aggrapparsi ad un rapporto che non promette sviluppi evolutivi. Solo un evento estremo ridarà un’identità rigenerativa ad entrambi. Bisogna riconoscere a Steve McQeen il merito di aver costruito una confezione raffinata, che si esprime in immagini impeccabili nella descrizione sia degli interni sia di una città fredda e vitrea come il protagonista. Ma questo non basta a compensare i limiti di un prodotto largamente imperfetto che non emoziona e non trascina. Il tema della dipendenza di Brandon è sviluppato attraverso un armamentario scontato di rapporti fugaci, masturbazioni, pornografia via internet, agganci in metropolitana e quant’altro, senza un approfondimento psicologico adeguato che la gravità della malattia, ormai quasi una piaga sociale, meriterebbe. Né aiutano i dialoghi, spesso poveri e banali, come nel rapporto con la ragazza di colore, così come è prevedibile il finale fin dalla prima scena (l’uomo che, ravvedendosi, rifiuta l’ultima tentazione). Qualche briciolo di pathos (per il resto grande assente) regala invece lo scontro tra i due fratelli, la cui dinamica a tinte forti attira più che le performance di sesso a perdere; ma il cinema è pieno di storie di scontri familiari tra richieste e rifiuti di amore o affetti, anche se per lo più confinati nei rapporti tra genitori e figli. Quindi anche qui niente di nuovo sotto il sole. Restano alcuni frammenti apprezzabili, come la struggente interpretazione di New York,new York da parte di Sissi, ma sono isolate palline di vetro colorato tra tante biglie opache di plastica. Riguardo infine alla coppa Volpi di Fassbender, belloccio assai ma attore appena discreto, viene da chiedersi: quale riconoscimento per confronto avrebbero dovuto assegnare ai vari Hopkins, De Niro, Penn, Streep per le loro migliori interpretazioni se non una torre Eiffel d’oro massiccio? Insomma un film deludente di un regista emergente e certamente interessante, da cui è lecito tuttavia aspettarsi ben altre prove all’altezza del suo talento.
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toro sgualcito
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sabato 3 marzo 2012
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patinato
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A New York c’è Brandon (M. Fassbender), un giovane uomo single che conduce una vita comune di impiegato benestante. Brandon ha una forte attrazione per la pornografia e spesso incontra delle prostitute. Un giorno viene raggiunto a casa da sua sorella Sissy (C. Mulligan). Come lui anche lei ha difficoltà a relazionarsi con l’altro sesso. Brandon sembra sfuggire dalla possibilità di una relazione profonda e convoglia nel solo sesso il suo bisogno di incontrare le donne. Sissy invece è dipendente dalle conferme affettive e le cerca dove le capita ritrovandosi poi da sola. La temporanea convivenza tra Brendon e sua sorella diventa presto insostenibile, non solo per la problematica presenza di lei ma perché entrambi proiettano sull’altro le rispettive difficoltà che hanno col sesso opposto.
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A New York c’è Brandon (M. Fassbender), un giovane uomo single che conduce una vita comune di impiegato benestante. Brandon ha una forte attrazione per la pornografia e spesso incontra delle prostitute. Un giorno viene raggiunto a casa da sua sorella Sissy (C. Mulligan). Come lui anche lei ha difficoltà a relazionarsi con l’altro sesso. Brandon sembra sfuggire dalla possibilità di una relazione profonda e convoglia nel solo sesso il suo bisogno di incontrare le donne. Sissy invece è dipendente dalle conferme affettive e le cerca dove le capita ritrovandosi poi da sola. La temporanea convivenza tra Brendon e sua sorella diventa presto insostenibile, non solo per la problematica presenza di lei ma perché entrambi proiettano sull’altro le rispettive difficoltà che hanno col sesso opposto. A proposito di questo film si è letto spesso dell’ossessione del protagonista per il sesso come se fosse qualcosa di esagerato o addirittura patologico. E’ una lettura singolare, come se nessuno sapesse che molti uomini si comportano allo stesso modo conducendo al lavoro una vita comune come tante e come se non fosse vero che una gran quantità di uomini frequenta siti pornografici. In questo senso Brendon non fa niente di particolare e anche il suo modo di fare sesso a pagamento è piuttosto normale. E’ chiaro che il regista ha scelto Fassbender per poterlo esporre come centro di interesse grazie alla sua prestanza fisica e alle sue buone doti di attore. Tuttavia non ho trovato ragioni o emozioni consistenti per seguire con interesse le vicende di Brandon, Sissy e dei pochi altri. Shame sembra un film troppo preoccupato di essere clinicamente corretto e intellettualmente calibrato per non essere tacciato di moralismo o di volgare trasgressione. In questo film c’è grande attenzione alla fotografia, un protagonista molto attraente, un appartamento ben arredato e con vista mozzafiato su New York, una sorella sexy, qualche nudità, eleganti scene di sesso e un po’ di Bach qua e là. Tutto ciò però non basta a fare di Shame un bel film. Sarà forse perché il regista McQueen viene dall’arte visiva che il film sembra sbilanciato sulle immagini a scapito della sceneggiatura.
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