Robert Bresson è un attore francese, regista, sceneggiatore, è nato il 25 settembre 1901 a Bromont-Lamothe (Francia) ed è morto il 18 dicembre 1999 all'età di 98 anni a Droue-sur-Drouette (Francia).
Robert Bresson compì gli studi secondari al Liceo Lakanal di Parigi: tra le sue materie favorite il latino e la filosofia. Dopo le brevi e successive esperienze di fotografo d'arte, musicista, pittore, conobbe Réné Clair e fu da questi introdotto nel mondo del cinema. Su tutto il periodo che precede la sua prima opera Les anges du péché (1943), Bresson ama conservare il silenzio.
Possiamo quindi accennare soltanto alla realizzazione, nel 1934, di un cortometraggio satirico, girato con il clown Babys: Les affaires publiques, oggi irreperibile. Chi ha potuto vedere quest'opera, ricorda in particolare la scena in cui un personaggio battezza una nave con una bottiglia di champagne: la bottiglia resiste al colpo, mentre la nave si spezza in due.
Ritroviamo il nome di Bresson nella sceneggiatura degli Journeaux de Brighton, realizzato nel 1936 da Claude Heymann e interpretato da Raimu e Michel Simon, e ancora tra i realizzatori di Courner Sud, girato nel 1937 da Pierre Billon, da un'opera di Saint-Exupéry, con l'interpretazione di Pierre Richard Wilm e Charles Vanel.
Tuttavia la partecipazione del nostro autore a questi due film si deve ritenere assolutamente simbolica.
Nel 1939 Bresson è l'aiuto regista di Réné Clair per il film «Air pur» (Produzione Corniglion Molinier, soggetto di Clair, interprete prevista Elina Labourdette), rimasto incompiuto a causa della guerra.
Nel 1940 il regista è prigioniero in Germania, dove rimane per 18 mesi in campo di concentramento nazista. Al suo ritorno, dietro suggerimento di Padre Bruckberger, affronta la realizzazione del suo primo lungometraggio, ispirato alla vita e ai problemi di una comunità religiosa: Les anges du péché (La conversa di Belfort) del 1943.
Da allora, puntualmente, i suoi film (tredici in quarant'anni) sono apparsi a presentare la sua visione cristiana del mondo, in uno stile originalissimo e rigoroso che ha segnato la storia del cinema. A lui che, pur restando fedele a se stesso senza concessioni alla spettacolarità, ha sempre saputo rinnovarsi ad ogni nuovo film si adattano le parole di Paul Valery: «In ogni campo, l'uomo veramente forte sente che nulla ancora è stato creato, che non ci è niente di dato, che bisogna costruire tutto».
Austero, aristocratico, maniacalmente contrario a tutte le «debolezze» narrative del cinema, preoccupato di estrarre la verità dal linguaggio delle immagini senza cedere mai alle convenzioni (il teatro, la recitazione), Bresson realizza 10 film in 30 anni. Ha una eccellente preparazione umanistica, è pittore. Si accosta all'esperienza cinematografica con un mediometraggio - Les affaires publiques (1934) - e con alcune sceneggiature. Esordisce nella regia durante l'occupazione nazista della Francia, con La conversa di Belfort (1943), una storia drammatica che mette a confronto due suore d'una congregazione domenicana, e Perfidia (1944), il racconto d'una macchinazione femminile ricavata da Jacques il fatalista di Diderot. Pur diversi, i due film mostrano quanto Bresson sia soprattutto attento al fatale esito tragico della esistenza umana e quanto questa sua posizione debba al rigore del giansenismo. Lo stile è duro, scarno. Il suo universo è quello della tragedia, alla quale nulla e nessuno può sfuggire.
Tutti i film successivi, anche se non hanno un esito tragico, sono tragedie. Lo è II diario di un curato di campagna (1950), da Bernanos - storia di un prete che fallisce nella sua missione nonostante ogni sforzo e che si spegne nella sofferenza perché colpito dal cancro - come lo è Un condannato a morte è fuggito (1956), un episodio della Resistenza che vide l'evasione di un prigioniero dalla fortezza lionese di Montluc, come lo è l'ancora più scabro e spoglio Pickpocket (1959), storia (se si possono chiamare storie, queste di Bresson) di un altro «escluso», condannato alla solitudine. I personaggi bressoniani sono tutti cosi: la santa del Processo di Giovanna dArco (1962), la piccola Marie di Au hasard Balthazar (1966), la infelice bambina protagonista - ancora da Bernanos - di Mouchette - Tutta la vita in una notte (1967), la suicida di Così bella, così dolce (1969). Il punto più radicale e disperato della parabola il regista lo raggiunge nei tre ultimi film, dove l'austerità si trasforma in una sorta di aridità, l'essenzialità in ineffabilità, a beneficio della cupa insistenza sul tema della condanna cui l'uomo non può sfuggire: l'epopea di Lancillotto e Ginevra (1974), girato tutto in interni stilizzati e opprimenti, II diavolo probabilmente... (1978) e L'argent« (1983). Produrre l'emozione ottenendola attraverso una resistenza all'emozione»: questo sostiene Bresson e questo talvolta ottiene, con uno sforzo di rarefazione estrema, intollerabile per lo sguardo dello spettatore.
Fernaldo di Giammatteo, Dizionario del cinema. Cento grandi registi,
Roma, Newton Compton, 1995