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lunedì 25 gennaio 2021

Articoli e news Gus Van Sant

Nome: Gus Greene Van Sant Junior
68 anni, 24 Luglio 1952 (Leone), Louisville (Kentucky - USA)

Il regista americano presenta a Cannes il suo Restless.

Gus Van Sant, felicemente fuori concorso

Gus Van Sant, felicemente fuori concorso Accoglienza in tono minore per Gus Van Sant, che in una sala conferenze piena per metà ha presentato a Cannes il suo Restless, uno dei film più apprezzati nei primi giorni di kermesse nonostante la collocazione (ingiusta, secondo molti) fuori dal concorso. In ritardo di 24 ore sulla tabella di marcia, ufficialmente frenato da un ritardo aereo (ma ufficiosamente trattenuto in America per il debutto della sua miniserie Boss), Van Sant non è arrivato in tempo per godere del calore tributato da pubblico e stampa al suo film, accontentandosi di un lungo applauso che lo ha salutato all’arrivo. Con lui anche una luminosa Bryce Dallas Howard, coproduttrice del progetto, la burtoniana Mia Wasikowska e il giovane Henry Hopper, silenzioso ed emozionatissimo figlio d’arte al suo secondo, e più importante, film.
Perché anche se non lo dice nessuno, Restless ha una dedica pesante nei titoli di coda: quella all’«ammirato regista e artista» Dennis Hopper, morto appena un anno fa.

Restless non è in concorso. Le dispiace?
Van Sant: No, per me è comunque una grande felicità far parte di questo Festival: quando ho iniziato la mia carriera non avrei mai potuto immaginare che un giorno sarei finito in una sezione prestigiosa come "Un certain regard". Sinceramente credo che il solo stare a Cannes sia un privilegio: quando venni con To die for, nel ’95, avevo solo una proiezione di gala ma fu ugualmente fantastico. La competizione è divertente, se sembra più importante delle altre sezioni è solo per via della pressione della stampa. Sono i giornalisti a dargli tutta quell’importanza, trasformando la selezione ufficiale in una specie di sport competitivo. Direi che sono felice di essere fuori dal concorso, partecipare mi avrebbe messo una certa ansia.

Il suo film ha qualcosa del cinema francese. È un omaggio a Godard?
Van Sant: Sì, ma involontario. Me ne sono accorto una volta finito il film: effettivamente, in questa storia d’amore, c’è molto cinema francese.

Come ha lavorato sul set con i suoi attori?
Van Sant: Ho usato la tecnica che ho imparato lavorando a lungo con i non professionisti: spiego tutto quel che succede davanti e dietro alla scena, parlo con le persone, le coinvolgo, cerco di non far sembrare il set come lo studio di un dentista. E ho un segreto, lo stesso che usa Eastwood: per costruire l’atmosfera migliore il trucco è rimanere sempre calmi, rilassati, soprattutto non pretendere che ogni persona stia là ad aspettare che il regista schiocchi le dita. Per me è un bel lavoro di recitazione, visto che sotto stress sono una persona assolutamente non rilassata.

Quale dei suoi film sente più vicino a Restless?
Van Sant: In generale i miei personaggi sono sempre problematici, e in questo c’è un’affinità con tutti i miei film. Forse Restless, nelle sue atmosfere rarefatte, ha qualcosa che ricorda Will Hunting. Quello fu per me un film difficile, il primo con cui affrontai il mainstream e il primo con una sceneggiatura superpositiva. Di solito i miei lavori sono decisamente più pessimisti, ma mi piace mettermi alla prova.

Rispetto alla sua filmografia precedente, Restless pare una pellicola classica.
Van Sant: la camera lavora diversamente dal solito, non segue i personaggi e non è a mano. Ma la cosa più classica di Restless sono i dialoghi, che nel cinema americano servono solo a far avanzare la storia e qui, invece, provano ad approfondire i personaggi.

Perché ha rinunciato al finale aperto?
Van Sant: I miei film precedenti trattavano di casi di cronaca, questioni giudiziarie, o come nel caso di Last Days gli ultimi giorni di vita di una star planetaria. Storie su cui era stato scritto tanto, indagini su cui il cinema non poteva entrare a fondo come aveva fatto il giornalismo. Il cinema poteva al massimo porre delle domande allo spettatore, sollevare interrogativi di fronte a quesiti assoluti e insoluti. Il caso di Restless è diverso: è una storia d’amore, non un’indagine. Il finale non è aperto, lo decidono i protagonisti.

Bryce, perché ha deciso di produrre questo film?
Dallas Howard: lo sceneggiatore di Restless era uno dei miei migliori amici all’università. Quando mi ha fatto leggere lo script, la sua storia ha cominciato a ossessionarmi. Ci ho pensato per due anni e appena ho avuto i mezzi per farne un film, non ho esitato un istante: non è stato frutto di una strategia, ma di vera passione. Mio padre diceva: fai pure qualcosa che non sia cinema, basta che tu lo faccia bene. Ho fatto leggere a papà lo script, l’ho coinvolto nella produzione e sono molto soddisfatta del risultato. Gus era il nome in cima alla lista, speravo tanto di averlo come regista... e ce l’ho fatta.

E come si è trovata a gestire una produzione?
Dallas Howard: Ho ancora molto da imparare, ma quel che ho capito di questo mestiere è quanto sia di vitale importanza sapersi prendere le proprie responsabilità e portarle fino in fondo.

Come si lavora sul set con Van Sant?
Wasikowska: Benissimo, perché ho avuto la sensazione di essere coinvolta fin dall’inizio nel progetto. Gus è molto coinvolgente e collaborativo e i suoi set sono davvero calmi, ti fanno sentire libera ma anche protetta.

Come ha affrontato un personaggio così vicino alla morte?
Wasikowska: Quando ho letto lo script l’ho amato subito. Era il ruolo di una donna con tante sfaccettature, forte e fragile insieme: una ragazza che, anche se sta morendo, è in grado di apprezzare le piccole gioie della vita. Più che deprimente, è uno dei ruoli più belli che si possano incontrare in una carriera.

   

A Roma per promuovere il loro film Gus Van Sant e James Franco ci raccontano il loro Harvey Milk, il loro lavoro e la loro America.

Milk: last days

Milk: last days Dopo i last days di Kurt Cobain e la strage alla Columbine High School, Gus Van Sant gira la cronaca di un'altra morte annunciata e dichiarata subito. Da lì parte, tornando indietro, la storia di Harvey Milk, attivista del movimento dei diritti dei gay e primo omosessuale eletto a una carica istituzionale nella San Francisco degli anni Settanta. Il suo cinema, radicato nella cultura della provincia, si trasferisce nel Castro District e accoglie generoso una parata di guys emarginati dalla società o autoemarginati per ribellione o sofferenza affettiva. Dentro e intorno la Castro Camera di Harvey Milk nasce, si produce e si diffonde libera e (giustamente) orgogliosa la cultura omosessuale, finalmente emancipata dalla clandestinità e dall'oppressione, da un controllo sociale pesante e da un conformismo spinto. Milk è girato con piena consapevolezza e mano sicura, adottando i giusti accorgimenti e le chiavi narrative più appropriate a non ostacolare ma anzi ad assecondare la circolazione di un film che presenta ad un pubblico di massa una condizione umana ancora ampiamente e spesso violentemente osteggiata. Affiancato da un giovane sceneggiatore di "formazione mormona", Gus Van Sant gira il suo film più convenzionale per raccontare e rendere accessibile la politicità del privato e del pubblico di un eroe nazionale, nato a Woodmere e affacciatosi alle soglie della vita adulta a San Francisco, dove imparerà a negoziare i diritti della sua comunità, smettendo di pagare il prezzo della finzione. A Roma, per promuovere il loro film e a un soffio dall'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, Gus Van Sant e James Franco ci raccontano la loro America e il loro Harvey Milk.

Con Don't Worry il regista torna a parlare di diversità, assuefazione e di quello straniamento esistenziale che, quando trova il suo sfogo creativo, può trasformarsi in arte sublime. Dal 29 agosto al cinema.

Gus Van Sant: un autore tenero, abile, empatico, geniale

Gus Van Sant: un autore tenero, abile, empatico, geniale Se c'è un tratto distintivo nella filmografia di Gus Van Sant è la tenerezza con la quale accarezza i suoi personaggi. Potrebbe sembrare riduttivo raccontare un regista e sceneggiatore - oltre che pittore, scrittore, fotografo montatore e musicista - che ha lasciato il segno nel cinema americano, ha conquistato la Palma d'Oro per il Miglior Film e la Miglior Regia (Elephant) ed è stato due volte candidato all'Oscar (Will Hunting genio ribelle e Milk). Ma la sua innegabile abilità dietro la cinepresa, la sua capacità di sperimentare con il linguaggio cinematografico e la destrezza con cui costruisce sceneggiature solo apparentemente impalpabili impallidiscono di fronte all'empatia viscerale per chiunque si trovi ai margini della società o della propria esistenza. Fin dal suo film di esordio - quel Mala Noche che narrava l'attrazione del giovane protagonista per un ragazzo ancora più giovane - Van Sant ha messo al centro delle sue storie personaggi omosessuali senza caratterizzarli come vittime non della discriminazione sociale ma di un rifiuto di natura romantica. Un rifiuto che Van Sant, gay dichiarato fin dall'adolescenza, ha occasionalmente subito ma ha saputo trasformare in tensione narrativa all'interno di una cinematografia che ha visto allinearsi uno dietro l'altro il laconico Drugstore Cowboy, il pasoliniano Belli e dannati e il lisergico Cowgirl - Il nuovo sesso, tutti interpretati da giovani tossicomani e prostitute, autostoppiste e travestiti, ognuno dei quali raccontato con assenza di giudizio morale.

La storia si baserà su un articolo di Vanity Fair.

Gus Van Sant e Bret Easton scrivono un film su una coppia suicida

giovedì 15 ottobre 2009 - Marlen Vazzoler da NEWS

Gus Van Sant e Bret Easton scrivono un film su una coppia suicida Il regista nominato all'Oscar Gus Van Sant (Elephant) e lo sceneggiatore Bret Easton Ellis (American Psycho) scriveranno insieme una sceneggiatura che si baserà sul articolo di Vanity Fair "The Golden Suicides" scritto da Nancy Jo Sales per la PalmStar Entertainment, la Celluloid Dreams e la K5 Film.
L'articolo racconta del doppio suicidio dei popolari artisti digitali Theresa Duncan, un designer di videogiochi per ragazze, e Jeremy Blake, un popolare digital painter. La coppia era entrata in una spirale di paranoia, aveva cominciato a dimostrare un bizzarro ed eccentrico comportamento chiedendo voti di giuramento dagli amici, si lamentò di essere perseguita da Scientology, la coppia credeva che il governo e delle organizzazioni religiose cospirassero contro di loro. Nel 2007 la Duncan si suicidò e Blake trovò il suo corpo sul pavimento della loro camera da letto. La settimana dopo Blake decise di suicidarsi nell'Oceano Atlantico.
Braxton Pope, Kevin Frakes e Hengameh Panahi saranno i produttori.

   

Il regista indipendente torna a raccontare un personaggio contro in Milk.

Gus Van Sant, cineasta dell'immagine

Gus Van Sant, cineasta dell'immagine Tra i nomi indiscutibilmente più affascinanti del panorama contemporaneo, Gus Van Sant sfugge a qualsiasi assimilazione, per stile e per percorso. Icona del cinema indipendente, firma di pellicole solo apparentemente più convenzionali, che ospitano grandi star (e danno loro rinnovato e giustificato motivo d'orgoglio), cineasta dell'immagine e allo stesso tempo della parola, quella spesa bene, affusolata come la punta di un proiettile. Pittore, fotografo, musicista ("Destroy All Blondes"), scrittore ("Pink") e produttore (Brokeback Mountain) non impone mai il suo pluriforme talento sui film che fa ma pare anzi concepire l'opera come il frutto di differenti apporti (la sceneggiatura o la letteratura in partenza, la luce, la musica) che il regista è chiamato a reinterpretare fortemente, a plasmare e semantizzare.
Al tredicesimo lungometraggio, il cineasta è ancora e sempre dalla parte degli adolescenti, di quell'età in cui lo sguardo sul mondo si va formando ed è uno sguardo naturalmente ribelle, innamorato, abbagliato. Van Sant racconta i momenti che segnano un'esistenza, le scelte che indirizzano una vita, senza enfasi e senza concessioni alla moda, con un occhio all'ironia della sorte e un'attenzione particolare alla modalità del racconto, che è spesso frutto di una riflessione estetica sul mezzo che maneggia: il cinema.

Ha scoperto Keanu Reeves, Matt Dillon, Matt Damon, Uma Thurman e Nicole Kidman. È abbastanza?

5x1: Gus Van Sant, come li lancia lui

5x1: Gus Van Sant, come li lancia lui Poter ammirare di nuovo Gus Van Sant che torna nel suo giardino artistico prediletto – l'adolescenza problematica della nostra epoca – è un autentico piacere. È infatti il tema di Paranoid Park l'ultima rivelazione visiva del regista di Belli e dannati e Elephant. Parlare di rivelazione è quanto mai opportuno nel caso del regista nato nel Kentucky poiché, proprio la capacità di mostrare la quotidianità dell'immagine eccezionale è una delle caratteristiche più importanti di Van Sant.
Non è classificabile tra i registi visionari: a tratti il suo stile può ricordare quello del documentario tanto è freddo e preciso, ma con una sensibilità capace di travalicare lo schermo. Lo è stato quando ha raccontato le vicende del Matt Damon "genio" incastrato dentro il suo carattere difficile o le vicissitudini di Reeves e Phoenix "belli e dannati"; quando ha dovuto rievocare Hitchcock per uno sciagurato remake di Psycho è riuscito lo stesso a superare la prova malgrado molti lo attendessero al varco. Lo sguardo attento e raffinato di Van Sant sul nostro tempo è uno degli specchi più sinceri della nostra realtà.

Categoria Miglior Regista.

Aspettando gli Oscar: una gallery per i registi

mercoledì 18 febbraio 2009 - a cura della redazione da GALLERY

Aspettando gli Oscar: una gallery per i registi Quella degli Oscar è una notte speciale anche per loro, i registi. A differenza degli attori che in genere fanno a gara per essere presenti alla vita mondana dei luoghi più glamour, molti registi preferiscono non allontanarsi troppo dalla propria macchina da presa. Ma l'ambita statuetta è una buona eccezione anche per loro.
In lizza per il premio di Miglior Regista troviamo David Fincher (per Il curioso caso di Benjamin Button), Ron Howard (per Frost/Nixon – Il duello), Gus Van Sant (per Milk), Stephen Daldry (per The Reader) e Danny Boyle (per The Millionaire).

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