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martedì 12 novembre 2019

Articoli e news Claudio Santamaria

45 anni, 22 Luglio 1974 (Cancro), Roma (Italia)

Marco Giallini e Claudio Santamaria sono i protagonisti di una black comedy sull'Italia aggredita dalla crisi. Dal 4 maggio su Netflix.

Rimetti a noi i nostri debiti: «una storia dei nostri tempi»

giovedì 19 aprile 2018 - Paola Casella da NETFLIX

Rimetti a noi i nostri debiti: «una storia dei nostri tempi» Il 4 maggio debutterà su Netflix Rimetti a noi i nostri debiti, lungometraggio di finzione di Antonio Morabito interpretato da Marco Giallini e Claudio Santamaria nei panni di due esattori di crediti. "Netflix si è dimostrata subito molto convinta, fin dalla prima volta che ha visionato il film", ricorda Morabito, "superando quei tentennamenti che avevano mostrato i distributori cinematografici davanti ad un argomento scomodo che ha anche una forte valenza politica. Grazie a Netflix il mio film verrà messo in onda in 190 Paesi e tradotto in 22 lingue: nessun distributore tradizionale avrebbe potuto garantire altrettanto". "Netflix può aiutare i film che non hanno una distribuzione. Un film nato per il cinema, sia che esca in sala che sul piccolo schermo, ha la stessa dignità. Tantopiù che molte serie oggi utilizzano un linguaggio cinematografico, una regia e fotografia da grande schermo". Claudio Santamaria "Spesso nelle sale un film, soprattutto italiano, ha una vita di una sola settimana, e poi sparisce dalla circolazione", rincara Giallini. "Una volta nel cinema della parrocchia ci restava per mesi!" Rimetti a noi i nostri debiti racconta una storia dei nostri tempi partendo dall'ultima rotella dell'ingranaggio", spiega Santamaria. "Il mio personaggio, Guido, perde l'ennesimo lavoro e per sopravvivere prova ad essere anche lui uno squalo, ma si rende conto di non farcela perché ha ancora una coscienza. Franco, il personaggio interpretato da Marco Giallini, è invece il mentore negativo di Guido". "Rimetti a noi i nostri debiti mi ha ricordato film come L'odore della notte per la sua dimensione onirica e senza tempo", interviene Giallini.

"E racconta cose che ho visto con i miei occhi: a Roma, sulla Nomentana alta, a volte capita di vedere uno steso per terra perché è stato preso a botte da qualcuno cui doveva dei soldi". "Guido e Franco sembrano i due protagonisti del Sorpasso per quanto sono male assortiti", continua Santamaria. "Franco è guascone e istrionico, Guido è chiuso in se stesso e non dà all'altro nessuna corda. Anche Marco ed io siamo attori molto diversi, ma questo è un bene: nessuno dei due permette all'altro di essere quello che è di solito. Il che ha reso i nostri due personaggi più sfaccettati e approfonditi". "Conoscevo Claudio perché è stato protagonista del mio Il venditore di medicine, dunque la sua bravura non mi ha stupito", afferma Morabito. "Con Marco invece non avevo mai lavorato prima, e dopo averlo incontrato ho riscritto mezzo copione per incorporare nel personaggio di Franco alcuni aspetti della sua personalità ironica".


   

L'attore racconta i prossimi progetti, tra cinema e televisione.

Beppe Fiorello, il debutto da produttore

Beppe Fiorello, il debutto da produttore Un corto, un film, una serie tv per Beppe Fiorello. La sfida di un esordio come produttore cinematografico, e quella di raccontare – per il grande pubblico televisivo – il dramma dei padri separati. Infine, il ritorno al cinema, con il film di Emanuele Crialese Terraferma.

Fiorello, iniziamo dal tuo esordio come produttore. Il corto Domani, due minuti su uno dei principi della Costituzione italiana. Come è nato tutto?
In modo molto semplice. Giovanni Bufalini, un regista che da tempo lavora con me, mi ha proposto l'idea. C'era un concorso, per il quale potevano partecipare corti di due minuti, ispirati a princìpi della Costituzione. Abbiamo scelto il più semplice: la bandiera italiana è composta di tre rettangoli di eguale dimensione, bianco, rosso e verde. E ci abbiamo composto sopra una storia, breve e – spero – poetica.

Perché fare il produttore?
Per affrancarmi dai soliti meccanismi burocratici, dalle lungaggini, dai voleri di quelli più grandi di te. Quando c'è una buona idea, vorrei poterla realizzare, senza dover dipendere dai voleri di altri. In questo primo tentativo mi ha aiutato moltissimo mio fratello, Rosario. Gli ho detto: 'Rosa', damme una mano'. E lui non si è tirato indietro. Ci ha messo i suoi consigli, il suo entusiasmo, la sua società di produzione.

Ma sono state le prove generali per un film "lungo", da produrre in proprio?
Beh, in qualche modo sì. Produrre un film corto significa affrontare le stesse difficoltà che incontri nel produrre un film vero e proprio: cercare i permessi per girare, tutta la burocrazia, gestire un budget, gestire una troupe, curare che tutto sia professionale. Tutta esperienza che spero ci sia utile per affrontare un lungometraggio. L'idea c'è, abbiamo iniziato a scrivere la settimana scorsa. Sarà una commedia sul tema della famiglia, da girare il prossimo autunno, o nella primavera 2012. E mi piacerebbe che fosse lo stesso regista del corto, Giovanni Bufalini, ad affrontare l'impegno.

E il cinema degli altri, il cinema italiano degli "autori", che rapporto ha con te?
Sono sincero. Io non ho fatto parte del cinema italiano degli ultimi anni, e non è stato per mia volontà. Anzi, ne ho sofferto. Perché il cinema italiano l'ho sempre seguito, e apprezzato, e amato. Avevo esordito con Marco Risi ne L'ultimo compleanno, insieme a Claudio Santamaria, e poi avevo proseguito con Carlo Verdone, un'esperienza straordinaria, in C'era un cinese in coma. Poi, più niente, praticamente. Ma non sono stato io a volerlo.

Adesso, però, un film importante c'è.
Sì: e sono stato molto felice che un regista come Emanuele Crialese, che ha talento da vendere, si sia ricordato di me. Mi ha dato un ruolo in Terraferma, e mi è sembrato in qualche modo di rinascere, al cinema. Abbiamo girato a Linosa, con un cast di attori e di non attori: con me c'erano Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Filippo Pucillo, ma anche pescatori veri.

Qual è il tuo ruolo in Terraferma?
Sono Nino, un pescatore che non crede più in quello che hanno fatto i suoi padri, la sua gente, per generazioni. E che vuole usare la barca di suo padre per portarci su i turisti. É il crollo di un mondo, la trasformazione di un'economia. Io spero che il film di Crialese sia un modo, per me, per riaffacciarmi ad un mondo, quello del cinema italiano, che mi ha messo un po' da parte, senza che io lo volessi.

In compenso, per anni la televisione ti ha dato un ruolo centrale. Lo rinneghi?
No, niente affatto! La televisione mi ha permesso di diventare, per tanti italiani, un narratore di storie. Mi ha permesso anche di raccontare cose che forse il cinema non ha avuto il coraggio di raccontare. Come quando abbiamo fatto La vita rubata, su un omicidio di mafia, una storia rimasta insabbiata per vent'anni. Io credo che in molti casi la televisione abbia avuto più coraggio del cinema, nell'affrontare la nostra storia.

E ora quale storia vorresti raccontare?
É un tema che ho in mente da tanti anni. E che riguarda milioni di italiani. Il dramma dei padri separati. In Italia sono quattro milioni, i padri separati. E quasi un milione di loro vive sotto la soglia della povertà. Non è una cosa da niente. Perché? Perché quando una coppia si separa, è sempre lui a dover abbandonare il tetto coniugale, e quindi a doversi cercare una casa, e pagare gli alimenti. E molti non sono in grado di affrontare questo impegno.

Stai per iniziare a girare una serie su questo tema?
Sì: iniziamo a girare l'11 aprile. É una miniserie per Raiuno, due puntate che andranno in onda probabilmente in autunno. La regia è di Lodovico Gasparini. E ci saranno Ana Caterina Morariu, Rodolfo Laganà, Angelo Orlando e Gioia Spaziani. Il titolo provvisorio è Sarò sempre tuo padre.

Che cosa racconterete, esattamente?
Per esempio, che cosa succede, quando una coppia si separa, a un padre cui non viene data la possibilità di vedere suo figlio, che viene buttato fuori di casa, che non sa più dove andare a mangiare e a dormire... Quando gli sceneggiatori mi hanno fatto leggere la storia, ho detto loro: ma non avete esagerato? Mi hanno consigliato di visitare alcuni siti di assistenza a padri separati. Ho conosciuto storie che mi hanno messo i brividi. Ho scoperto situazioni addirittura tragiche. Gente che non sa come mangiare, dove dormire, che si adatta a dormire sotto i ponti. E tutto questo, in un'Italia apparentemente 'normale'.

   

Muccino e tutto il cast per la presentazione a Roma.

Baciami Ancora: dieci anni dopo...

martedì 26 gennaio 2010 - Marianna Cappi da NEWS

Baciami Ancora: dieci anni dopo... Carlo, Giulia, Marco, Paolo, Adriano, Alberto, Livia e Veronica hanno dieci anni in più. Ce li ha anche Gabriele Muccino, che in mezzo ha visto Hollywood e le peripezie della vita, la propria e quella degli amici. Nell’idea di riprendere con Baciami ancora -come Bergman o Arcand o Solondz- i fili delle storie inaugurate da L'ultimo bacio, si affaccia ancora l’ambizione, la sana ambizione dell’ex ragazzo prodigio, che per il resto evita di scivolare sul personale e manda avanti i suoi attori. Sono loro ad animare la conferenza stampa, facendo gruppo e testimoniandogli fedeltà e gratitudine.
Il film uscirà in sala il 29 gennaio in più di 600 copie, alcune delle quali per la prima volta sottotitolate per i non udenti. "Ci sono persone che non riescono mai a vedere un film italiano al cinema, sono costrette ad aspettare l’uscita in dvd o il passaggio tv –spiega il produttore Domenico Procacci- sarebbe bello che le sale si attrezzassero d’ora in poi con dei display appositi, se c’è qualche non udente in sala; ci vorrà del tempo, ma speriamo che questo impegno vada avanti." Per ora, hanno aderito l’Apollo di Milano, il Modernissimo di Napoli, l’Astra di Padova, il Piccolo di Bari e il Politecnico Fandango di Roma.

Il film racconta di un gruppo di quarantenni squinternati. È un gruppo particolarmente sfortunato o rappresenta uno spaccato reale?
Muccino: Non voglio che si pensi che questo è un film sui quarantenni come non volevo che all’epoca dell’Ultimo bacio si pensasse che facevo un film sui trentenni: non mi posso mettere in cattedra, la mia è una visione limitata. Ma quel che vedo è una generazione in cui il rapporto di coppia è più nevrotizzato e complesso di anni fa, alle donne si chiede moltissimo e gli uomini vivono un profondo disorientamento e hanno bisogno di parlare tra loro per cercare di capire le loro donne.

Nel suo film i bambini sono testimoni muti, vittime che ci guardano?
Muccino: La responsabilità di chi siamo e cosa tramandiamo ai nostri figli è una responsabilità grande, i collassi famigliari fanno dei bambini degli adulti con dei problemi quasi certi. È un fenomeno nuovo, mai come ora ci sono in Italia tanti figli di coppie separate o divorziate e cosa ne sarà dei bambini di oggi quando saranno adulti non lo possiamo sapere, non ancora.

Laura Chiatti e Claudio Santamaria nel ritorno sugli schermi di Roberto Faenza.

Il caso dell'infedele Klara, dramma della gelosia

Il caso dell'infedele Klara, dramma della gelosia Un mostro si aggira per il cinema italiano. Ha "gli occhi verdi e si prende gioco della carne di cui si nutre". È la gelosia. Al centro del mirino fotografico c'è Laura Chiatti, fresca martire di Iago, nuovamente vittima e carnefice di Claudio Santamaria, ne Il caso dell'infedele Klara, dove Roberto Faenza indaga con strumenti contemporanei un sentimento universale. Affiancano i protagonisti, Iain Glen, già cooptato dallo stesso Faenza per Prendimi l'anima, Kierston Wareing (dall'ultimo Ken Loach) e Paulina Nemcova. In movimento tra Praga, città dei misteri, e Venezia, città dei sospiri, il film sonda la più cinematografica delle malattie: quella che confonde gli sguardi.

Un film che gioca con i generi del cinema e con le sue piccole grandi stelle.

Aspettando il sole: intervista al cast

Aspettando il sole: intervista al cast Esce il 20 febbraio in cinquanta copie griffate Mikado Aspettando il sole, lungometraggio con cui Ago Panini si affaccia sul grande schermo, dopo aver a lungo frequentato quello piccolo, come regista di spot e videoclip.
Nel bel mezzo di niente, nel tempo di una notte, tre balordi s'imbattono in un blocco di cemento, l'Hotel Bellevue, formicaio di esistenze solitarie e marginali, destinate a venir coinvolte in un unico inarrestabile destino. Un "Four Rooms" nostrano, meno colorato di spettacolo e più intriso di sconsolante umana piccolezza. Ambientato alle soglie del dominio della televisione commerciale, è un film che gioca con i generi del cinema e con le sue piccole grandi stelle, da Raoul Bova a Gabriel Garko, Claudia Gerini e Vanessa Incontrada.

Due caratteri che riverberano di mille echi di celluloide e di genere in un film che è una ventata di novità per il cinema italiano. Lo chiamavano Jeeg Robot, un film di Gabriele Mainetti. Dal 25 febbraio al cinema.

Lo chiamavano Jeeg Robot, ogni supereroe ha il suo supercattivo: Santamaria Vs Marinelli

martedì 23 febbraio 2016 - Marianna Cappi da JEEG ROBOT

Lo chiamavano Jeeg Robot, ogni supereroe ha il suo supercattivo: Santamaria Vs Marinelli

È lui e non poteva essere che lui, Lo chiamavano Jeeg Robot, il primo supereroe nazionale col cuore di acciaio e il corpo di Claudio Santamaria. Al cinema dal 25 febbraio.

Super-Santamaria. Cuore e acciaio va…

venerdì 19 febbraio 2016 - Marzia Gandolfi da JEEG ROBOT

Super-Santamaria. Cuore e acciaio va… C'è un ragazzo che corre laggiù sprofondato nella sua felpa e nella fuga prospettica di una Roma torbida come il Tevere in cui ripara per sfuggire la polizia. Perché Enzo Ceccotti non corre "in aiuto di tutta la gente dell'umanità", non ancora almeno. Ladruncolo asociale che vive di espedienti e mendica na piotta, Enzo ha abbracciato, suo malgrado, il lato oscuro della forza che nei bassifondi romani ha il volto dello Zingaro e la violenza cieca della Camorra. Favola urbana di Gabriele Mainetti, al suo esordio (folgorante), Lo chiamavano Jeeg Robot accumula elementi e combina i generi aggiungendo un ingrediente inatteso: il superpotere. Quello che il suo protagonista acquista tuffandosi nelle acque opache del Tevere, riemergendone 'potenziato'. Un ragazzo che ha il "cuore di acciaio" e il corpo appesantito di venti chili di Claudio Santamaria. È lui, e non poteva essere che lui, il primo supereroe nazionale perché l'attore romano ha sgomberato la pulsione narcisista primaria, che affligge la sua categoria, mettendosi al servizio del (solo) discorso artistico e producendo una performance tutta adesione istintiva che il mestiere non ottunde. Lo chiamavano Jeeg Robot deve la sua configurazione a Santamaria, che ne fa il campo di un'interpretazione implacabile, di uno sbalorditivo controllo del pathos, di un'espressione piena di paradossale antieroicità perché il suo è un supereroe disfunzionale che fa della disfunzione virtù, aprendosi alla debolezza, alla vulnerabilità, a una colpa, quella di essere sopravvissuto ai 'compagni di giochi' nella periferia di Tor Bella Monaca. Ma Enzo non è ancora un supereroe, per quello serve il riconoscimento e l'investitura che avviene con Alessia, una giovane donna abusata dalla vita e dal padre che crede in Hiroshi Shiba, il ragazzo che può diventare un Jeeg.

Il venditore di medicine e le forme del cinema civile.

Lo stile della denuncia

domenica 4 maggio 2014 - Roy Menarini da FOCUS

Lo stile della denuncia Uno dei pregiudizi più duri a morire nella cinefilia è quello che distingue il cinema di stile dal cinema di puro contenuto, ascrivendo alla seconda categoria tutti i film di denuncia. Sono tristemente note, infatti, le stroncature polemiche negli anni Sessanta e Settanta ai danni di Petri o Rosi, rei di non mettere "abbastanza cinema" nei loro soggetti di indignazione civile e di non attuare sufficiente "smontaggio" ideologico del linguaggio del potere. Oggi queste dinamiche sono per fortuna superate, e si decide caso per caso. Il venditore di medicine di Antonio Morabito, per esempio - film di grande competenza e di inconsueta autonomia espressiva - possiede uno stile molto riconoscibile pur essendo recepito (a una prima lettura delle recensioni) come opera principalmente di contenuto. Continua »

   

Ago Panini, al suo primo lungometraggio.

Aspettando il sole, photo call

lunedì 16 febbraio 2009 - a cura della redazione da GALLERY

Aspettando il sole, photo call Ecco il super cast di Aspettando il sole, il primo lungometraggio di Ago Panini, noto regista di videoclip e pubblicità che adesso approda per la primissima volta al cinema.
I protagonisti del film sono molti tra cui ricordiamo Vanessa Incontrada (in chat esclusiva su MYmovies questa sera alle 18), Raoul Bova, Claudia Gerini, Claudio Santamaria, Gabriel Garko, Bebo Storti), che arriveranno nelle nostre sale a partire dal 20 febbraio.

Presentato a Roma il film di Ago Panini.

Aspettando il sole, il red carpet

domenica 26 ottobre 2008 - a cura della redazione da GALLERY

Aspettando il sole, il red carpet Per il lancio del primo film di Ago Panini Aspettando il sole, si è presentato a Roma il cast quasi al completo, da Gabriel Garko a Claudia Gerini, da Vanessa Incontrada a Claudio Santamaria. Il film narra molte storie e molti personaggi tutti accomunati dal fatto di trovarsi al Believue Hotel, un hotel fuori mano. Panini ha realizzato un film a episodi in cui, nonostante gli attori non si siano quasi mai incontrati sul set se non chi partecipava al singolo episodio, è riuscito a dare comunque un'impressione di coralità e di coesione da parte degli attori che hanno preso parte alle riprese.

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