Il debutto dietro alla macchina da presa di Tom Nesher è una storia intima e personale. Un film che riesce ad andare oltre all’elaborazione del lutto. Dal 28 agosto al cinema.
di Simone Emiliani
Comincia come un thriller. Una telefonata. Un rapimento. Nati, un ragazzo, ha appena parcheggiato e legato la sua bicicletta e poi viene incappucciato e portato via a forza. Si tratta invece di un giocoso depistaggio, ma soprattutto di un oscuro presagio.
In Come Closer la cineasta Tom Nesher cattura all’inizio gli ultimi frammenti di felicità (la festa sulla spiaggia) prima della tragedia. Ma soprattutto incrocia lo sguardo di Eden, la sorella del ragazzo che diventa da quel momento il punto di vista privilegiato da dove viene mostrata la vicenda. La regista ha infatti vissuto un dolore come quello della protagonista. Suo fratello, proprio come Nati, è morto in un incidente a 17 anni nel settembre 2018 e a lui è dedicato il film, come viene sottolineato nei titoli di coda.
Eden, ventenne di Tel Aviv, non riesce a rassegnarsi a questa perdita e inizia a scavare morbosamente nella sua vita. C’è una scena significativa che mostra non soltanto il loro legame ma proprio la loro simbiosi; apre il suo armadio e si mette prima le sue mutande e poi addosso tutti i suoi vestiti. In uno di questi trova un bigliettino in cui c’è scritto: “Ti amo, Maya”. Scopre così che Nati aveva una ragazza, apparsa fugacemente al suo funerale. Si mette così alla sua ricerca e la trova. Il loro rapporto inizialmente è difficile. Soprattutto è Maya che ha paura di Eden. Poi col tempo diventano sempre più complici ma poi la loro relazione inizia a prendere una strada pericolosa.
Come Closer non è soltanto un film sull’elaborazione del lutto. Mostra lo stato di stordimento provocato da Nati. È come se Eden e Maya galleggiassero nelle loro vite anche dopo il loro incontro. Agiscono più con l’impulso che con la ragione. Il ragazzo diventa anche un’apparizione, come nella scena della discoteca. Si chiedono se il suo fantasma possa continuare a convivere con loro come la domanda che Maya rivolge a Eden: “Credi che ci sia la vita dopo la morte?”.
Ma è soprattutto attraverso gli oggetti che le due ragazze costruiscono la loro relazione: il telefono di Nati che viene riacceso e da lì si vedono le sue foto e i suoi video; la tenda che la fidanzata aveva preparato come regalo di compleanno dove poi le due protagoniste trovano un momentaneo e intimo rifugio nella camera da letto.
Tom Nesher - figlia del popolare regista, sceneggiatore e produttore israeliano Avi - che ha diretto questo suo debutto nel lungometraggio a 28 anni, non segue soltanto il percorso classico del dramma sentimentale sul modello di quello statunitense ma affronta con impeto, prima di tutto soggettivo, un percorso di morte e un tentativo di rinascita come la parte finale del viaggio nel Sinai.
Per mantenere l’impatto emotivo, spigoloso e al tempo stesso romantico, si è affidata soprattutto ai volti di Lia Elalouf e Daria Rosen nei loro primi ruoli importanti rispettivamente nei panni di Eden e Maya. Soprattutto la prima interpretazione ha colpito favorevolmente; Eric Hills di “The Movie Raffles” ha sottolineato che la giovane attrice “offre una delle performance di debutto più notevoli degli ultimi decenni ed emana quella qualità indefinibile di star che così pochi interpreti possiedono”.