| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 85 minuti |
| Regia di | François Ozon |
| Attori | Denis Ménochet, Isabelle Adjani, Khalil Ben Gharbia, Hanna Schygulla, Stefan Crepon Aminthe Audiard. |
| Uscita | giovedì 18 maggio 2023 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | Academy Two |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: V.M. 14 |
| MYmonetro | 3,12 su 30 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 10 maggio 2023
Una libera trasposizione del film Le lacrime amare di Petra von Kant. Il film ha ottenuto 2 candidature a Cesar, 1 candidatura a Lumiere Awards, In Italia al Box Office Peter Von Kant ha incassato 71,1 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Siamo nel 1972. L'esuberante e pluri-premiato regista Peter Von Kant si sveglia nel suo appartamento di Colonia e immediatamente inizia a dare ordini a Karl, assistente tuttofare che non parla mai ma osserva di continuo. Annoiato dal lavoro, Peter riceve la visita di Sidonie, la sua diva e musa, che porta con sé il giovane Amir. Peter ci mette un secondo a infatuarsi del ragazzo, lo ospita a casa sua e decide di farne una star. Un amore impetuoso che consumerà il regista fino a fargli perdere il controllo.
È insieme sincero e costruito il nuovo film di François Ozon, una cifra che ben si adatta alla filmografia di un regista eclettico e multiforme, da sempre abile nell'ingegnerizzare la poesia della materia cinematografica.
Peter Von Kant rappresenta il suo omaggio ultra-dichiarato al film originale e alla figura tutta di Fassbinder: da Petra a Peter, Ozon cambia il genere del protagonista e apre degli squarci nel tessuto di un cult del 1972, che i quattro atti teatrali e il singolo appartamento riempiva di melodramma lesbico.
Mettendo in primo piano il corpo esibito di Denis Ménochet e trasformando in regista la stilista dell'originale, Ozon usa il testo come un tramite per raggiungere Fassbinder stesso ed esplicitare quegli elementi personali che nel film erano sublimati dall'artificialità camp del contorno. Un'operazione, come al solito per Ozon, condotta con astuzia e superbo mestiere (e soprattutto con un amore genuino per Fassbinder, ritratto in foto oltre che in filigrana drammatica), ma che rappresenta giocoforza una chicca per gli appassionati, il cui complesso gioco di specchi e ammiccamenti si perde in un vortice di referenzialità agli occhi dell'ampio pubblico.
Rimane un divertissement ricco di spunti, primo tra tutti la performance di Ménochet che trova un ruolo in grado di mettere in discussione la sua intensa fisicità e trovare nuovi sfoghi al suo lato più vulnerabile. E poi, ovviamente, l'opulenza selvaggia dei costumi, del trucco e dei capelli, la volubilità cromatica della fotografia, e la location unica dell'appartamento in cui perfino i muri raccontano una storia. Come si può non divenire pazzi d'amore e desiderio in un contesto del genere? E come si può poi resistere al dolore e alla rabbia che ne consegue, e che non risparmia né madri né figlie?
"Sono una star, ma sono anche umana" dice la Sidonie di Isabelle Adjani, l'unico personaggio capace di rimanere al di sopra dell'ossessione e della schiavitù emozionale. Forse perché tanto costruita da risultare sincera, un'icona nel senso più puro e tecnico del termine. Una nota anche al silenzio mobile di Karl e del suo interprete Stefan Crépon, che già tra tv e cinema si era fatto notare per l'incredibile combinazione di fisico minuto e occhi esorbitanti. Ozon li sfrutta alla perfezione e Crépon crea un bozzetto di studio cinetico - tra postura ed espressione - di immediata presa.
Mimo e mimetico, Ozon esprime amore attraverso la rilettura, in un atto di suprema auto-indulgenza che fa felici gli appassionati e lascia agli altri delle interessanti questioni aperte, ad esempio su quanto sia camp rivisitare il camp.
Notevole, sentita, riuscita opera del miglior Ozon. Il tributo a Fassbinder non necessita di uscire dalla routine di una stanza, anzi se ne compiace. Sotto l'occhio statico della macchina da presa, cambiano le piante - smaccatamente finte - che aggettano sulla vetrata, al cambiare delle stagioni. Lo strepitoso Denis Ménochet, con il suo Peter, accoglie ospiti fissi, come il servile, muto Karl, ed occasional [...] Vai alla recensione »
Che conosciate un po’, molto o per niente Rainer Werner Fassbinder, che abbiate visto o no Le lacrime amare di Petra von Kant, non vedrete in ogni caso lo stesso film guardando Peter von Kant di François Ozon. Ma quello a cui assisterete è un teatro domestico altrettanto vertiginoso, attraversato dalle tempeste del desiderio e di un’invenzione creativa portata all’incandescenza.
C’è (quasi) tutto nella replica di Ozon: il grande letto accogliente, il tappeto bianco a pelo lungo, la riproduzione ingrandita di “Bacco e Mida” di Nicolas Poussin, la macchina da scrivere e il ticchettio minaccioso dei suoi tasti, il telefono grigio lucido con la suoneria lacerante, l’alcool, le lacrime, il dramma.
L’appartamento sembra proprio quello del 1972, a eccezione di Petra che è diventata Peter (Denis Ménochet), Marlene, l’assistente-schiava e muta, che è diventata Karl (Stefan Crepon) e Karin, la giovane modella oggetto del suo desiderio, che è diventata Amir (Khalil Ben Gharbia).
Da Petra a Peter ma la trama resta la stessa, si tratta sempre di consumare una relazione distruttiva sotto lo sguardo di un factotum sottomesso. Si tratta ancora di mettere in scena lo spettacolo di un quotidiano trasformato in una performance estrema. Ma Peter von Kant non è un pastiche o una copia, è piuttosto una “bella infedele”, secondo la distinzione crociana, un esercizio di ammirazione riuscito che gioca tra osmosi e distanza. Una buona traduzione deve essere letta nella misura di una “approssimazione”, la rievocazione dell’opera originale secondo lo spirito del traduttore e la rivendicazione di una sua parziale autonomia. Primo grado: lei diventa lui, lei è una stilista in voga, lui un regista celebre in piena crisi creativa, lei una lesbica al vetriolo, lui un omosessuale isterico.
Petra von Kant, nata al principio degli anni Settanta dall’immaginazione di Fassbinder, fu l’eroina di una pièce e poi di un film: Le lacrime amare di Petra von Kant. Tutto lasciava credere che questa creatrice di moda, dispotica e travolta da una insana passione per la sua musa, fosse il doppio del regista tedesco, mostro di produttività ipersensibile e attivo su tutti i fronti. Da qui l’idea di Ozon di restituire mezzo secolo dopo a questo alter ego la sua identità maschile e la sua febbrile attività di regista e drammaturgo. Votato all’arte fino al midollo, il suo Peter von Kant, è una creatura singolare, una chimera aggrappata a una vecchia invenzione.
Basta l'affiche a spiegare Peter von Kant di François Ozon, il senso dell'operazione, lo spirito che la anima. Perché il film affronta Fassbinder nello stesso modo in cui quel poster rivisita la famosa locandina di Querelle firmata da Andy Warhol: sapendo di profanare una sacra immagine e contando sulla spudoratezza di quel gesto per rivendicarne il carattere ludico.