| Titolo originale | Doraibu mai kâ |
| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 179 minuti |
| Regia di | Ryûsuke Hamaguchi |
| Attori | Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Masaki Okada, Perry Dizon . |
| Uscita | giovedì 23 settembre 2021 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Tucker Film |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,09 su 29 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 7 marzo 2022
La storia di un uomo di teatro che supera il trauma della morte della moglie grazie all'incontro con una giovane autista. Il film ha ottenuto 4 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 1 candidatura a David di Donatello, ha vinto un premio ai Golden Globes, 3 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 1 candidatura a Cesar, ha vinto un premio ai Satellite Awards, ha vinto un premio ai Critics Choice Award, ha vinto un premio ai Spirit Awards, ha vinto 4 NSFC Awards, In Italia al Box Office Drive My Car ha incassato 334 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Yûsuke Kafuku, un attore e regista che ha da poco perso la moglie per un'emorragia cerebrale, accetta di trasferirsi a Hiroshima per gestire un laboratorio teatrale. Qui, insieme a una compagnia di attori e attrici che parlano ciascuno la propria lingua (giapponese, cinese, filippino, anche il linguaggio dei segni), lavora all'allestimento dello Zio Vanja di Cechov. Abituato a memorizzare il testo durante lunghi viaggi in auto, Kafuku è costretto a condividere l'abitacolo con una giovane autista: inizialmente riluttante, poco alla volta entra in relazione con la ragazza e, tra confessioni e rielaborazione dei traumi (nel suo passato c'è anche la morte della figlia), troverà un modo nuovo di considerare sé stesso, il proprio lavoro e il mondo che lo circonda.
Tratto da un racconto di Murakami Haruki presente nella raccolta "Uomini senza donne", un lungo, complesso e struggente percorso nelle solitudini e nelle fragilità di un gruppo di uomini e di donne la cui vita ruota attorno al teatro.
Drive My Car è un film di parole: parole scritte in un testo, recitate su un palcoscenico, mimate con le mani, create nell'estasi del piacere o dette nell'abitacolo di un'automobile. Parole, ancora, usate per inventare storie, per confessare traumi, per ammettere colpe e trovare sé stessi. Hamaguchi Ryusuke, reduce dall'Orso d'argento all'ultima Berlinale con Wheel of Fortune and Fantasy, affina l'abituale stile elegante e composto, fatto di lunghi piani fissi e di intensi primi piani, e, abbandonando i toni spesso ironici dei lavori precedenti, entra nel dolore e nelle illusioni di un gruppo di personaggi le cui vite trovano un senso e una liberazione nel confronto reciproco. Il teatro da un lato, con la zona delle prove e il palcoscenico, e l'abitacolo della macchina di Kafuku (una Saab Turbo rossa) dall'altro, sono i due luoghi ideali del film. Al loro interno ciascun personaggio trova un rifugio, sia nel confronto con il testo da recitare, e in particolare con le parole universali dello "Zio Vanja" di Cechov, sia nella solitudine protettiva dei propri pensieri. Nel corso di tre intense ed emozionati ore, il film mette in scena la progressiva "distruzione" di questi due ambienti e l'evoluzione del suo protagonista: dalla ricerca individuale e soggettiva, Kafuku impara ad accogliere e ad ascoltare gli altri, aprendo lo spazio inviolabile dell'automobile a un'altra persona e osservando la realtà che lo circonda con altri occhi.
Un terzo luogo, in realtà, segna il film: la casa in cui Kafuku e la moglie vivono prima dell'improvvisa morte di lei, nella parte iniziale del film (che dura circa 40' minuti e al termine della quale arrivano significativamente i titoli di testa). Segnati dal trauma della morte della loro bambina, l'uomo e la donna, lui regista e lei sceneggiatrice, trovano ancora un'intesa negli amplessi sessuali in cui lei inventa strane storie dal significato oscuro (tratte anch'esse da racconti di Murakami): la parola, dunque, unisce due vite segnate dal dolore, ma al tempo stesso imprigiona il sopravvissuto Kafuku ai propri ricordi e al proprio senso di colpa. Immerso nella solitudine di ogni sguardo, di ogni pensiero e parola - anche non capita, anche mimata con il linguaggio dei segni, come sottolinea la bellissima idea dello spettacolo fra persone che non si capiscono l'un l'altra - Drive My Car è la storia di una rieducazione alla vita; la storia di un uomo gelosamente legato ai propri spazi che impara ad accogliere, ascoltare, donare. Il film va guardato con pazienza, come se lo spettatore, legato alle proprie parole e ai propri pensieri come i personaggi, dovesse anch'egli reimparare a guardare e ad ascoltare. Solo così ci si accorge di trovarsi di fronte a un capolavoro.
Un film complesso, per pochi e ben preparati a confrontarsi con la lunga durata e lo stile del regista, fatto di lunghi silenzi e scene intime che portano lo spettatore all'interno della storia. Personalmente ho apprezzato la scelta del regista di non ridurre la storia della moglie del protagonista ad un banale prologo sintetico di cinque minuti, ma di raccontarne le vicende per esteso, in modo tale [...] Vai alla recensione »
All’ultimo Festival di Cannes Ryûsuke Hamaguchi ha vinto la Palma d’oro per la Miglior Sceneggiatura con il suo ultimo film, Drive My Car, tratto da un racconto di Haruki Murakami. Pochi mesi prima, al Festival di Berlino con il precedente Il gioco del destino e della fantasia aveva invece ottenuto l’Orso d’Argento. Due riconoscimenti importanti che hanno imposto il talento di un regista capace di lavorare con le immagini e le parole, grazie a una regia pulita ed essenziale e alla capacità di convogliare emozioni in dialoghi pieni di verità e in silenzi carichi di rivelazioni.
Drive My Car, che uscirà nelle sale italiane il 23 settembre, ha per protagonista Kafuku, un regista che accetta di dirigere a teatro lo "Zio Vanja" di Cechov per ricominciare a vivere dopo la tragica morte della moglie. Ne abbiamo parlato con Ryûsuke Hamaguchi.
Come è nata l’idea di adattare un racconto di Murakami?
Ho cercato di rispettare il mondo di Murakami, dal momento che il scopo era rendere al cinema il suo racconto, la sua scrittura, e non tradirne lo spirito. La chiave di Drive My Car sta nelle parole che l’attore Takatsuki dice al protagonista Kafuku, il quale sa che il ragazzo è stato l’ultimo amante di sua moglie. «Per comprendere sé stessi bisogna prima comprendere gli altri». È questo che ho voluto comunicare nel film, affidandolo soprattutto alla recitazione degli interpreti.
Com’è stato incontrare il lavoro di Cechov, e in particolare lo Zio Vanya, attraverso il filtro di Murakami?
Cechov e lo Zio Vanja sono ovviamente fondamentali nel racconto di partenza. Leggendo Murakami si capisce come il personaggio di Vanja abbia una corrispondenza narrativa ed emotiva con Kafuku, il protagonista della storia. Entrambi devono cominciare una nuova vita dopo aver terminato quella precedente senza aver rivolto alla persona che amavano le domande che più contavano. Nel film, poi, Cechov assume un’importanza ulteriore per il fatto che al cinema non è possibile raccontare in prima persona e dunque mi servivano le battute del suo testo per comunicare l’intimità dei personaggi. Molte di queste battute sono già nel racconto di Murakami e credo siano una delle prove della grandezza di Cechov, la sua capacità di far dire ai personaggi cose che illustrano l’essenza della vita e che nel quotidiano nessuno di noi ha la possibilità o la libertà di dire apertamente.
Quali registi occidentali ti hanno maggiormente influenzato?
Moltissimi, ovviamente, ma se devo citarne uno dico Cassavetes. Credo che il punto di partenza del mio lavoro sia la visione al cinema, ventuno anni fa, di Mariti.
Drive My Car è un film è fatto di parole, di racconti, di storie nelle storie, ma prima di tutto è uno straordinario film di regia, per il modo con cui gestisce gli spazi, entri ed esci dalle scene. Come lo ha costruito da un punto di vista visivo?
All’origine del film c’è molta letteratura, c’è il racconto di Murakami, ci sono altri frammenti di sue storie, c’è Cechov. Tutto questo, però, non fa un film. Un film è fatto di movimenti, non solo di parole. Attraverso il movimento, perciò, un regista deve fare percepire le relazioni e i sentimenti, deve fare in modo che in ogni scena nascano movimenti reciproci fra i personaggi. In Drive My Car ero in difficoltà perché nell’abitacolo di un’automobile non ci si muove e nelle prove di lettura di uno spettacolo è difficile cogliere un’intonazione o un’emozione. Proprio per questo, però, ho cercato di cogliere con la cinepresa il movimento che nasce nell’intimo di ciascuno, affidandolo alle parole, alla voce o al corpo dei miei interpreti.
Puoi farci un esempio di questo tuo metodo?
Ad esempio quando, durante una cena a casa di due colleghi attori, Kafuku elogia la guida di Misaki, l’autista che la direzione del teatro le ha affidato, costringendolo ad adeguarsi a una situazione in cui non si ritrova. Nella scena Kafuku dichiara di ammirare molto la giovane ragazza, che però non è in campo. In quel momento la macchina da presa si abbassa e mostra Misaki accarezza il cane dei padroni di casa. Ecco, questa scena è un momento chiave della presentazione del personaggio, che fino a quel momento abbiamo vista guidare e restare spesso in silenzio, caparbia e decisa. Ora invece la vediamo per la prima volta in movimento, mentre ci dice implicitamente qualcosa di lei. Quando lavoravo alla sceneggiatura ho pensato che se Misaki avesse reagito alle parole di Kafuku con altre parole in qualche modo si sarebbe tradita, avrebbe perso credibilità. Così ho cercato di immaginare cosa sarebbe stato giusto farle fare e come avrei dovuto filmarla.
A proposito delle mancate parole di Misaki: qual è l’importanza del silenzio nel film?
Questa una domanda che mi fanno in molti e alla quale onestamente non avevo pensato mentre scrivevo il film. In Drive My Car ci sono due tipi di silenzio: uno legato al linguaggio dei segni, e dunque in grado di comunicare, e un altro che segna il rapporto fra Kafuku e Misaki. Le loro conversazioni si fanno sempre più rade mano a mano che si conoscono e nel finale, durante il lungo viaggio verso nord, arrivano a capirsi quasi senza parlare. È il loro silenzio a indicare la profondità del loro legame e in qualche modo a farsi anch’esso una forma di comunicazione.
Negli ultimi cinque o sei anni la sponda giapponese della settima arte ha visto nascere e affermarsi un apparentemente innocuo studente di cinema di nome Ryusuke Hamaguchi con una prepotenza che in tempi recenti avremmo potuto attribuire solo a Sion Sono. Un accostamento che sulla carta sembra non avere nemmeno senso, tanto sono diversi i due per stile, pensiero, formazione, vissuto.