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Ultimo aggiornamento venerdì 8 ottobre 2021
Una notte a Gioia Tauro il mondo di una ragazza comincia a ribaltarsi, mettendo in crisi le sue sicurezze. La vita di Chiara sarà cambiata per sempre. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto un premio ai David di Donatello, 3 candidature a Spirit Awards, In Italia al Box Office A Chiara ha incassato 148 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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È il 18esimo compleanno di Giulia, figlia maggiore di una famiglia di Gioia Tauro. Sua sorella Chiara di anni ne ha 15 ed è nella fase della vita in cui comincia a porsi molte domande. Quando però suo padre Claudio sfugge alle forze dell'ordine le domande che Chiara pone alla sua famiglia diventano scomode: non è abbastanza grande per capire, non sa che ci sono cose che è meglio non sapere e cose che non è meglio non dire. Ma Chiara non sa stare zitta e non smette di cercare risposte, soprattutto da quel padre cui è profondamente legata e che ha appena rivelato un lato di sé a lei completamente sconosciuto.
Con A Chiara Jonas Carpignano approfondisce un tema autoriale che gli è proprio: la difficoltà di scoprirsi immersi in un mondo del quale non si condividono le scelte, e la difficoltà speculare e contraria di separarsi da una comunità cui comunque si appartiene per nascita, per affetto, per radici identitarie.
Come in A Ciambra, qui esplicitamente citato attraverso la comunità Rom di Gioia Tauro e attraverso il cammeo di Pio Amato, A Chiara vede al centro un'anima giovane che deve trovare la sua strada ma che fa parte di un insieme nel quale in buona parte si riconosce.
Fin dalle prime scene il regista-sceneggiatore ritrae la medio-piccola borghesia calabrese attraverso i riti della modernità urbana nel nostro Sud: i selfie, il rap, le feste iperdecorate. Ma il suo non è uno sguardo distaccato, come in Reality di Matteo Garrone: Carpignano ficca la cinepresa in mezzo invece di lasciarla sopra un piedestallo, e condivide il kitch posticcio come il calore autentico di certi riti comunitari che diventano folkloristici solo se li guardiamo da lontano, e con supponenza.
C'è una verità, nella sua mano di regia, che gli impedisce di esprimere (o sollecitare) facili giudizi e che gli fa perdonare anche qualche caduta nella recitazione disomogenea dei suoi non-attori (a parte la protagonista Swamy Rotolo, sempre sul pezzo) e almeno una svolta narrativa poco probabile.
In casa di Chiara c'è un buco nero che la ragazza immagina prima di scovarlo, ed è un buco che le si allarga dentro; il suo intuito attraversa una realtà che si trasforma in incubo, e il lavoro di Carpignano si gioca anche sul silenzio e sulle vibrazioni sonore (a firmare il commento musicale questa volta, oltre a Dan Romer, c'è Benh Zeitlin, il regista di Re della terra selvaggia) che la accompagnano, replicando lo straniamento in cui la ragazza è catapultata e che comincia nel cuore del suo nido, nel mezzo della sua famiglia così amata. "Che sta succedendo?" chiede Chiara, un attimo prima di scontrarsi contro il muro dell'omertà che in Calabria (ma anche a Milano, come denuncia una targa d'automobile) ha il nome della 'ndrangheta.
Chiara non rispetta le regole, nemmeno quelle della società civile, non crede al sistema ereditario 'ndranghetista e ad un destino già segnato. E tuttavia smarcarsi comporta strazio e rimorso. Come Carpignano, Chiara è condannata a vedere le cose come sono, non come vorremmo che fossero: una chiamata etica ed estetica che è impossibile ignorare. A Chiara comincia e finisce con una celebrazione, ma c'è poco da festeggiare, e la malinconia ci accompagna all'uscita.
L'uso della macchina da presa a mano, peraltro fastidiosa, è inarrivabile per l'efficacia che restituisce nel raccontare la situazione drammatica descritta nel film- Una dimensione di credibilità davvero notevole che non perviene a soluzion consolatorie nè apre a speranze illusorie, Crudo quanto basta.
Con A Chiara Jonas Carpignano ha concluso la trilogia di film ambientati tra Gioia Tauro e Rosarno, nella Calabria degli immigrati dall’Africa subsahariana sfruttati nei campi di agrumi (Mediterranea, 2015), dei rom accampati in baraccopoli ai confini della città (A Ciambra, 2017) e della borghesia cittadina che dietro la facciata rispettabile nasconde l’affiliazione alla ’ndrangheta, come si racconta per l’appunto in questo ultimo lavoro, premiato a Cannes con il Label Europa Cinemas Cannes per il Miglior film europeo.
Il cinema di Carpignano, newyorchese di nascita ma italiano e caraibico di origine, cineasta apolide e viaggiatore, rimanda al metodo di molto cinema contemporaneo, dalle indagini tra le strade di Tijuana di Jean-Charles Hue, al lavoro sui bassifondi delle città americane di Sean Baker, all’attraversamento delle banlieue parigine di Alice Diop in Nous, vincitore quest’anno della sezione Encounters della Berlino.
Con questi esempi di cinema di ricerca e ripresa del reale (per quanto, almeno nel caso di Sean Baker, profondamente confuso con la finzione), Carpignano condivide l’interesse per un ambiente e i suoi molteplici livelli sociali; la voglia di indagare un mondo e le macro e microstrutture che lo sottendono.
La trilogia è composta coma un risalita – fisica e ideale, con il passaggio dall’Africa all’Europa – dalla condizione di diseredato di Koudous Seihou, il cittadino del Burkina Faso al centro di Mediterranea, a quella di straniero di Pio, il sedicenne rom di A Ciambra, a infine quella di estranea al proprio ambiente di Chiara, la protagonista dell’ultimo film. Come se, procedendo dal basso verso l’alto, Carpignano si preoccupasse di sradicare le sue creature dall’ambiente in cui le ha collocate.
L’ormai consolidata abitudine di girare un cortometraggio in preparazione al lungo – A Chjàna (2011) per Mediterranea, A Ciambra (2014) e A Chiara (2021) per i successivi film omonimi – chiarifica una pratica di avvicinamento e conoscenza che lascia agli interpreti dei film di Carpignano, scelti fra gli abitanti di Gioia Tauro e dintorni, il tempo di trovare dentro di sé, e dentro il film, i personaggi che li caratterizzano.
In tal senso, A Chiara è il film più narrativo della trilogia, un racconto di formazione che si apre e si chiude in maniera speculare e non nasconde la propria derivazione fiabesca, anche a costo di dare al proprio racconto un ingombrante senso d’artificiosità. Il buco che Chiara, ragazzina costretta a fare i conti con la sparizione del padre, trova nella sua abitazione ha tutti gli elementi per ricordare la tana del coniglio di Alice nel paese delle meraviglie. È l’ingresso di un abisso che porterà la protagonista – interpretata dalla brava Swamy Rotolo, l’unica interprete del film a reggere la finzione in ogni sua deriva – dentro un incubo la cui sola possibile conclusione sarà un brusco e definitivo risveglio.
Come Pio in A Ciambra, adolescente dal destino segnato, anche Chiara sfugge a un’identità segnata; ma diversamente da quanto succede nel film precedente, ora Carpignano prevede la fuoriuscita da Gioia Tauro, la possibilità di fuga per il suo personaggio e anche per sé stesso, in quanto regista giunto oramai alla fine di un percorso.
Carpignano è un cineasta che sa osservare, che sa vivere in prima persona e filmare – come ad esempio nella bellissima sequenza iniziale del compleanno – gli spazi e i tempi dei suoi eroi minimi. La stoffa è dunque quella del documentarista, anche se l’ambizione – per ora non ancora definita e acerba – è quella del cineasta totale.
Non era facile girare un film in modo così naturale, così “vero”, su di un tema che tanti film e tante serie televisive hanno affrontato. Ma Jonas Carpignano c’è riuscito. Ha girato un film tutto addosso agli occhi, al volto, all’ostinazione e alla fragilità della sua protagonista. Adolescente in un Sud italiano che è tutti i Sud del mondo, ma insieme è assolutamente preciso, dettagliato: è la piana di Gioia Tauro, quell’angolo di mondo che Carpignano ha raccontato anche nei suoi due precedenti film, Mediterranea e A Ciambra.
E come a ricordarci che si tratta di tre fotografie dello stesso mondo, delle stesse strade, compaiono brevemente i protagonisti dei due film precedenti: Koudous Seihon, il migrante del Burkina Faso di Mediterranea, e Pio Amato, il ragazzo Rom protagonista di A Ciambra. Un po’ come accadeva – chissà se Carpignano lo ha visto – in Decalogo di Krzysztof Kieslowski, dove in ogni episodio compariva, marginalmente, chi era stato protagonista di un episodio precedente.
A Chiara, presentato a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs, distribuito negli Stati Uniti e in Francia, oltre che in Italia con Lucky Red, è il terzo segnale di una presenza unica nel panorama del cinema italiano. Nato a New York padre italiano, madre originaria delle Barbados, Carpignano riunisce in sé la libertà, il radicalismo da filmmaker newyorkese con un’attenzione al reale, una fluidità rosselliniana. Non è un caso se, per il film precedente, ha attirato l’attenzione di Martin Scorsese, che è entrato come produttore esecutivo nell’avventura di A Ciambra.
Carpignano è un regista “immersivo”. Con lui, e con la fotografia di Tim Curtin, si nuota dentro un mondo. Le prime immagini sono talmente ravvicinate da essere quasi incomprensibili, lo schermo diventa una tela astratta. Carpignano azzera la distanza dai suoi protagonisti: la telecamera respira insieme al personaggio. Il film racconta dal punto di vista di una persona costantemente vicina. Non esiste il punto di vista di Dio, non ci sono riprese dall’alto, non c’è la sensazione di un “narratore” che sa di più, e ti racconta una storia.
All’inizio, potrebbe quasi sembrare un film di Kechiche: chiacchiere, volti di adolescenti, il presente assoluto che si dipana. Ragazzine che si siedono su un muretto, che spettegolano, guardano Instagram. Chiara, la protagonista – si chiama Swamy Rotolo, metà della bellezza del film è sua – e le sue amiche. Tempo che scorre, fra accadimenti qualsiasi.
E poi una festa di compleanno, che Carpignano filma a lungo, tanto che ti chiedi perché: scene di ordinario benessere, capelli piastrati, vestiti e cellulari alla moda, bottiglie mezze vuote sui tavoli, voci che si alzano. E il Tuca tuca di Raffaella Carrà. Minuti e minuti, ma alla fine capisci il perché: quella sequenza infinita fa sedimentare, fa lievitare il senso della famiglia. E poi, quello strano momento: in cui il padre di Chiara non riesce a fare un brindisi, come incapace di trovare delle parole, o di trovare dentro di sé l’allegria necessaria. Non riesce ad alzarsi, a entrare in sintonia con l’euforia collettiva. Riesce solo a dire alla figlia, con una mestizia infinita, e sottovoce: “Tu sei la mia vita, sono orgoglioso di te”.
Un padre che, per intrecciare forte i legami fra reale e finzione, è il vero padre di Swamy. Così come le sorelle nel film sono le vere sorelle di Swamy, e la madre nel film è la vera madre. Solo la storia è una storia di finzione. Con un copione che Carpignano ha consegnato ai suoi attori giorno per giorno, senza che potessero sapere come la vicenda si sarebbe sviluppata. Portati, tutti, a vivere sulla propria pelle l’incertezza dei propri personaggi.
L’incertezza, l’insicurezza, i dubbi di Chiara. Che cerca di capire che cosa sta succedendo, che cerca di intuire da dettagli che cosa sia quel segreto che tutti sembrano conoscere, tranne lei. Una conoscenza da conquistare, centimetro dopo centimetro. E noi con lei. Una conoscenza che comporta, per Chiara, la fine dell’innocenza.
Potrebbe essere un thriller, il film di Carpignano, se non che lui sta bene attento a non farsi attirare verso nessuna scena “da film”. E non cerca neppure l’epica: tutto è a dimensione intima, microscopica, personale. Quando il racconto rischia di diventare “a tema”, come nel momento in cui compare un’assistente sociale, rischia anche di perdere la sua forza. Diviene più didascalico, rigido, astratto. Carpignano è un po’ come il padre, interpretato da Claudio Rotolo: non è tanto a suo agio con le parole. Ma quando sta addosso a Chiara, alla sua ostinazione, alla sua spavalderia, alla sua ingenuità, tutto riprende quota, tutto ridiventa vero e toccante.
Jonas Carpignano è piombato sul panorama cinematografico italiano (e internazionale) come un ciclone, vincendo premi a Cannes, a Venezia e ai David di Donatello. Certo, le premesse c’erano tutte: uno zio regista, Luciano Emmer, un nonno che girava Caroselli, un compagno di scuola, Benh Zeitlin, destinato a diventare un regista di talento e un nume tutelare, Martin Scorsese, disposto a supervisionare il montaggio del suo secondo film da regista. Più un’innegabile capacità poetica nel raccontare storie di chi deve trovare il proprio posto nel mondo a dispetto di grandi difficoltà. A Chiara, vincitore del premio Label Europa Cinemas alla Quinzaine des Realizateurs di quest’anno (che Carpignano aveva già conquistato nel 2017 con il film precedente) è il terzo elemento di una trilogia ambientata a Gioia Tauro iniziata con Mediterranea (il cui titolo originale era A Chjàna) e proseguita con A Ciambra.
Qual è il filo rosso che collega i film della trilogia?
I loro tre protagonisti cercano di capire ciò che sono disposti o meno ad accettare del mondo in cui vivono, del quale mettono in discussione le regole senza rifiutarle completamente, alla ricerca della propria bussola morale. Tutti e tre si sforzano di decidere per loro stessi come vogliono vivere nella loro realtà.
Tuttavia per loro anche l’appartenenza alla comunità è importante.
Certo, e abbandonarla per trovare la propria via non è sempre una scelta. Ci sono persone che lasciano completamente le radici, altre che trovano una via di mezzo, altre che rimangono radicate al loro mondo. Per questo mi interessano soprattutto i giovani, Pio e Chiara (i protagonisti di A Ciambra e A Chiara) ma anche Koudous (il protagonista di Mediterranea) che pur non essendo giovane come loro viene in contatto con un nuovo mondo e sta a lui a decidere come vuole vivere, chi vuole essere e quali regole vuole seguire in quel mondo.
È successo anche a lei di chiedersi quali regole voleva accettare e quali no?
Sì, e penso succeda a tutti, anzi, mi auguro che succeda a tutti, perché è nel momento in cui mettiamo in discussione non solo noi stessi ma il mondo come ci viene presentato che iniziamo veramente a essere indipendenti, a riconoscerci come individui che cercano il loro posto nel mondo.
In quale cultura si ritrova maggiormente, quella afroamericana di sua madre o quella italiana di suo padre?
In entrambe, perché sono tutte e due le cose. Mi sono formato a livello accademico negli Stati Uniti perché mamma e papà ci tenevano tantissimo a mandarmi a scuola là, dato che all’epoca era un pregio formarsi all’estero - oggi non credo sia esattamente così, anzi, spingerei nella direzione opposta - però sento di appartenere a tutti e due i mondi. La decisione di fare cinema mi ha portato a vivere qua perché il cinema italiano mi sembrava più avvicinabile: da bambino ero sempre sul set con mio zio e mio nonno. Sento di appartenere alla cultura e alla tradizione italiana ma anche al mondo afroamericano del Bronx, che mi ha dato tantissimo.
Girerebbe mai un film in quel Bronx?
Beh, mai dire mai! Ma il Bronx dove sono cresciuto io non esiste più, un altro motivo per cui mi sento più a mio agio qui: non riconosco più la New York in cui sono cresciuto, mentre riconosco ancora l’Italia del passato e ho una famiglia molto ampia qui, mentre in America eravamo sempre in pochi, mamma, papà e alcuni cugini materni. Per me l’Italia è sempre stata un punto fermo, e mi sento molto più vicino al modo di fare italiano che a quello americano.
In A Chiara racconta una storia in cui la criminalità organizzata ha un impatto sulla vita privata delle persone attraverso il genere, come hanno fatto anche Piazza e Grassadonia in Sicilian Ghost Story.
In realtà parto sempre dal punto di vista del protagonista e cerco sempre di raccontare un mondo che assomigli a quello in cui vive. In A Ciambra il modo di raccontare era rocambolesco perché la ciambra è così, mentre invece il mondo della criminalità organizzata raccontato in A Chiara è strutturato, pieno di segreti e di luoghi nascosti, quindi volevo che anche il racconto avesse un linguaggio cinematografico più strutturato. Certo, siccome al centro della storia c’è un mistero che Chiara sta cercando di risolvere, riconosco che nel film ci sono elementi di genere giallo.
La protagonista di A Chiara non può fare a meno di cercare la verità, un po’ come lei. È una condanna o un privilegio?
Chi è fatto così non ha scelta: ci viene naturale sfidare i nostri contesti, indagare, approfondire. Se nel mio caso questo sia un pregio o un difetto ancora non l’ho capito (ride). Ma per quanto riguarda Chiara e la sua interprete, Swamy Rotolo, e per la sua generazione è un pregio. Loro appartengono a un mondo globalizzato, nel bene e nel male, non sono più chiusi nella scatola della provincia o del piccolo paese, riescono a ragionare incorporando altri punti di vista perché il mondo per loro è aperto, e questo dà loro una grande forza. Anche la musica in questo film ha lo scopo di far capire che i ragazzi oggi appartengono ad una cultura più ampia e globale.
"Raffaello diventò famoso perché dipingeva le cose come sono". Quando arrivano queste parole, messe in bocca a uno 'ndranghetista qualsiasi mentre il film si avvia verso la risoluzione, lo spettatore ha già capito da tempo che dello pseudo-realismo di certi (molti, ahinoi) film italiani contemporanei, con la cinepresa che ballonzola e le nuche da pedinare, a Jonas Carpignano non interessa granché. Vai alla recensione »