| Titolo originale | Khorshid |
| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Iran |
| Durata | 120 minuti |
| Regia di | Majid Majidi |
| Attori | Rouhollah Zamani, Ali Nassirian, Mohammad Javad Ezzati, Tannaz Tabatabaei Safar Mohammadi, Ali Ghabeshi, Shamila Shirzad, Abolfazl Shirzad, Mohammad Mahdi Mousavifar, Mani Ghafouri. |
| Uscita | giovedì 2 settembre 2021 |
| Distribuzione | Europictures |
| MYmonetro | 2,98 su 19 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 18 settembre 2023
Un'indagine attenta e appassionata sul tema del lavoro minorile. In Italia al Box Office Figli del sole ha incassato 21,1 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Nel sottobosco criminale di Teheran, la manodopera più necessaria viene dallo sfruttamento minorile, con bambini chiamati a svolgere lavoretti di meccanica e furtarelli assortiti per mantenersi o per aiutare le famiglie in difficoltà. Tra loro un gruppo di quattro amici: Ali, Mamad, Reda e Abofazl, quest'ultimo fratello di Zahra, anche lei del mestiere come scippatrice nella metropolitana. L'occasione di un incarico più importante per i quattro arriva con la promessa di un tesoro nascosto sottoterra e accessibile solo dall'interno delle mura della Scuola del sole, un istituto locale. I ragazzi dovranno quindi fingersi interessati a riprendere gli studi e scavare un tunnel di nascosto per trovare il tesoro.
Dedicato fin dalla didascalia iniziale a tutti i bambini sfruttati dai "grandi" in giro per il mondo, Khorshid è opera intensa e accorata, seppur limitata dal sentimentalismo della sua prospettiva.
Il regista iraniano Majid Majidi (noto per opere come The Song of Sparrows, e sensibile al mondo dell'infanzia sullo schermo come dimostra il precedente I ragazzi del paradiso) mette in scena un romanzo d'avventura adolescenziale che ha quasi i crismi dell'epopea, nonostante venga intessuto di amara disillusione nel racconto degli aspetti più sinistri della società iraniana. Come enfatico inno all'abnegazione e al senso di fratellanza dei ragazzi, Khorshid sa bene quali note toccare, in primis ovviamente lo studio dei volti dei protagonisti. Per quanto il racconto sia elementare, la feroce determinazione della giovane star Rouhollah Zamani (nel ruolo di Ali) rende impossibile togliergli gli occhi di dosso, ipnotizzando lo spettatore con una vulnerabilità propria dei suoi anni avviluppata però in una trance di puro istinto di sopravvivenza che ha una dimensione profondamente adulta. Nella robusta sezione centrale, Majidi sembra creare un curioso mix tra heist movie e prison movie, la cui classica immagine dell'evasione attraverso il tunnel viene rivisitata al rovescio, con un effimero e sfuggente "tesoro" come metafora di libertà e le mura di una scuola a ricordare quelle di una prigione. Scuola che però finirà per dare ai ragazzi quel senso di appartenenza che né le famiglie assenti, né tantomeno i biechi sfruttatori che li tengono sotto scacco possono offrire loro. Furbizia e facile appello alle emozioni, dunque, in una ricetta che ha qualcosa in comune con il Cafarnao di Nadine Labaki ma riesce a mantenere quantomeno una sua specificità iraniana, in particolare nei personaggi di contorno che sono dei piccoli bozzetti di logorio, dignità e miseria.
“I nostri protagonisti erano tutti bambini lavoratori e hanno dimostrato di essere attori eccezionali ed estremamente intelligenti”. L’approccio neorealista che ha spesso caratterizzato il cinema del regista iraniano Majid Majidi è già evidente nel rapporto con i suoi giovanissimi attori non professionisti. Al di là della vicenda narrata, i protagonisti portano dentro Figli del sole parte della verità della loro esistenza. Se Kiarostami puntava sulle reazioni emotive dell’infanzia soprattutto in Dov’è la casa del mio amico? e Compiti a casa e Panahi su un complice pedinamento in cui diventava l’invisibile compagno di viaggio delle bambine di Il palloncino bianco e Il cerchio e della ragazza Offside, a Majidi invece interessa maggiormente mostrare la condizione dei suoi personaggi nella vita di tutti i giorni. Nella didascalia iniziale viene infatti sottolineato che “questo film è dedicato ai 152 milioni di bambini vittime di sfruttamento minorile e a tutti coloro che lottano per i loro diritti”. Il loro sguardo sul mondo è fin da subito primario a cominciare dalla soggettiva di due di loro sotto la macchina in un grande parcheggio quando vedono il loro amico in difficoltà dopo che è stato fermato da un addetto alla sicurezza.
Ali, 12 anni, e i suoi tre amici, vivono alla giornata per potersi mantenere. Devono infatti guadagnare il minimo indispensabile per potersi occupare economicamente delle loro famiglie e per farlo sono costretti a commettere dei furti per poter trovare i soldi necessari. Ali ha la madre malata che si trova in una clinica da cui non riesce a farla uscire. Per lui e per gli altri è poi assente la figura del padre. Sono morti, in prigione oppure cercano di sfruttarli. All’improvviso arriva l’occasione che potrebbe cambiare per sempre la loro vita; ad Ali viene infatti affidato il compito di recuperare un tesoro nascosto sottoterra. Per poterlo trovare però bisogna attraversare un tunnel e per accederci i quattro protagonisti dovranno iscriversi alla Sun School, un istituto che si occupa di bambini disagiati che vivono per strada o sono costretti a lavorare.
Figli del sole è un film che parla di disperazione ma anche di amicizia e speranza. Majidi mostra la loro vita per le strade di Teheran, per esempio, nella scena in cui scavalcano le barriere di accesso della metropolitana e lì c’è la sorella di uno di loro, Zahra, da cui Ali è attratto, che oltre a studiare, cerca di vendere calzini e spugne nei treni. Il mondo degli adulti è spesso ostile. Ogni tanto trovano qualcuno che gli è vicino come il maestro della scuola. Il film si sofferma soprattutto sulla loro visione di un futuro migliore: c’è chi vuole diventare calciatore, che è dotato in matematica. Ma spesso si devono scontrare con la dura realtà. L’immagine delle colombe che volano libere sono già un presagio.
Majidi è sempre stato attratto dal mondo dell’infanzia sin dal suo primo lungometraggio, Baduk, presentato al Festival di Cannes alla Quinzaine nel 1992. In alcuni dei suoi titoli più famosi ha portato sullo schermo la vicenda di un fratello e una sorella che hanno condiviso lo stesso paio di scarpe di nascosto dai genitori in Bambini del cielo, il primo film iraniano a entrare in nomination come miglior film straniero ai 71° Academy Awards del 1999 e della ragazza che si è finta maschio per lavorare in un cantiere in Baran.
Figli del sole è stato presentato in competizione alla 77. Mostra del Cinema di Venezia dove Rouhollah Zamani, nel ruolo di Ali, ha vinto il Premio Marcello Mastroianni destinato ad attori o attrici emergenti ed è stato selezionato per rappresentare l’Iran agli Oscar 2021 come Miglior film straniero.
Bambini. Bambini costretti a rubare, bambini senza speranza, senza futuro. Eppure belli, vitali, con gli occhi enormi, sguardi in allarme, affamati di sopravvivenza, se non di vita. Sono i bambini a cui guarda da sempre il regista iraniano Majid Majidi, che per gran parte della sua opera ha raccontato l’infanzia abbandonata, violata. Lo aveva fatto con Bambini del cielo, sfiorando l’Oscar per il Miglior film straniero: ma quello era l’anno di La vita è bella di Roberto Benigni, e non ce n’era per nessuno. Lo fa, stavolta, con Figli del sole, in uscita in Italia il 2 settembre.
Lo scorso settembre, Figli del sole era in Concorso alla Mostra del cinema di Venezia, e non era un caso. La Mostra del Cinema, sotto la direzione di Alberto Barbera, sia nel suo primo che nel secondo mandato, ha promosso, valorizzato, portato alla luce molto cinema iraniano. Nel 1999 Abbas Kiarostami fu Leone d’Argento con Il vento ci porterà via, nel 2000 Jafar Panahi Leone d’oro con Il cerchio, nel 2001 Babak Payami vinceva il Premio Speciale per la regia con Il voto è segreto. L’anno scorso, Terra desolata di Ahmad Bahrami vinceva la sezione Orizzonti.
Figli del sole si inserisce nella tradizione di racconto scabro, rosselliniano di gran parte del cinema iraniano. E se certi autori, come Asghar Farhadi, hanno scavato a fondo nelle sottigliezze dell’anima, nei caleidoscopi delle piccole e grandi questioni morali, Majidi è senza dubbio più semplice. Più immediato, e se si vuole, puro.
Non è certo la prima volta che il cinema punta la cinepresa verso bambini dimenticati, marginali, vite difficili, vite al limite. Los olvidados, i dimenticati, si chiamava un film messicano di Luis Bunuel del 1950, che in Italia si chiamò I figli della violenza. In Italia, pochi anni prima, De Sica aveva girato Sciuscià, e aveva portato il piccolo Enzo Staiola in giro per una Roma ancora densa di macerie in Ladri di biciclette. Negli ultimi giorni degli anni ’50 la Nouvelle vague francese si imponeva al mondo con I 400 colpi di Truffaut e il suo giovanissimo Jean-Pierre Léaud, che correva da solo verso il mare, visto per la prima volta nella vita.
Il bambino di strada di Salaam Bombay di Mira Nair che attraversava le strade dell’India più violenta, e quello che stava per finire in mano ai trafficanti di organi in Central do Brasil di Walter Salles, viaggio da Rio al Nord-est brasiliano. L’elenco sarebbe infinito: passerebbe da ogni angolo del mondo, dalla Romania nei cui sotterranei di Bucarest bimbi vivono sniffando colla in Pa-ra-da di Marco Pontecorvo. Fino al dodicenne libanese di Cafarnao di Nadine Labaki, già finito in carcere.
È un lungo sguardo, pieno di amore e dolore, quello del cinema verso l’infanzia violata. Ora si aggiunge lo sguardo di Majidi verso il dodicenne Ali, interpretato da Roohollah Zamani con travolgente intensità, che gli è valsa il premio Mastroianni come Migliore Attor Giovane alla Mostra di Venezia. Sguardo sempre all’erta, come se fosse sempre sul punto di combattere, o di fuggire. Occhi spalancati, lentiggini, denti che potrebbero aprirsi in un sorriso bellissimo, se solo ce ne fosse l’occasione. E invece, lo vediamo a cercare sempre una via di fuga, o almeno una soluzione, mentre in ogni attimo del film lui e i suoi amici sembrano in trappola.
Nella trama, come nella regia, tutto è piuttosto semplice: lo spunto – paradossale, ma neanche troppo – è che un capo criminale locale impone al ragazzino un compito: recuperare un non meglio specificato tesoro caduto nelle fogne sotto il cimitero del quartiere. Ci si può arrivare soltanto scavando un tunnel sotto una scuola, una scuola che accoglie ragazzini disagiati: proprio come Ali. E allora, ecco Ali, senza quaranta ladroni, ma solo con due amici, cercare disperatamente di farsi ammettere in quella scuola…
Il persiano Majid Majidi (Baduk, I bambini del cielo, Baran) si ispira alla storia di una scuola di Teheran; sostiene di aver concepito il film all'insegna di tracce più documentaristiche che di fiction, con il cuore dalla parte dei 250 milioni di bambini lavoratori nel mondo, tantissimi dei quali in condizioni gravemente rischiose. Figli del sole (Khoršid) - già in concorso alla Mostra di Venezia [...] Vai alla recensione »