| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | USA |
| Regia di | Spike Lee |
| Attori | Chadwick Boseman, Paul Walter Hauser, Jean Reno, Giancarlo Esposito, Clarke Peters Jasper Pääkkönen, Delroy Lindo, Mélanie Thierry, Veronica Ngo, Jonathan Majors. |
| Tag | Da vedere 2020 |
| MYmonetro | 2,82 su 12 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 18 maggio 2020
Un gruppo di soldati torna in Vietnam per metabolizzare le atrocità della guerra. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 1 candidatura a BAFTA, 2 candidature e vinto un premio ai Satellite Awards, Il film è stato premiato a National Board, 6 candidature a Critics Choice Award, 3 candidature a SAG Awards, 1 candidatura a CDG Awards, a AFI Awards, ha vinto un premio ai ADG Awards, 2 candidature e vinto un premio ai NSFC Awards, 3 candidature a Critics Choice Super,
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CONSIGLIATO SÌ
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Paul, Eddie, Otis e Melvin sono quattro veterani afroamericani, sopravvissuti alla guerra in Vietnam. Insieme a "Stormin'" Norman, il loro caposquadra caduto in battaglia, formavano i Five Bloods, un gruppo la cui unione andava di là dell'appartenenza allo stesso plotone di fanteria. A unirli erano un legame speciale e un tesoro sepolto, insieme a Norm, nella giungla del Vietnam. Quasi 50 anni dopo i quattro amici ritornano laggiù, per chiudere i conti con il passato e con i suoi segreti inconfessabili.
Ogni volta che Spike Lee prepara uno dei suoi "joints", ossia "spinelli", come ama chiamare i propri film, il quesito si ripropone. È la cronaca dell'attualità politica a precedere Spike Lee o è Spike Lee a intercettarne perfettamente gli umori?
Nei momenti migliori di una carriera lunga e ricca di saliscendi, il regista di Atlanta sembra avere qualcosa di profetico. Fu così nel 1989 di Fa' la cosa giusta, uscito due anni prima del caso Rodney King e della rivolta di South Central. Trent'anni dopo Lee ha mutato, o meglio evoluto, sguardo, urgenza narrativa e punto di vista, ma non la sua preveggenza. Lo dimostrano Chi-raq o BlacKkKlansman, intuizioni folgoranti dei sommovimenti politici in seno agli Stati Uniti d'America, dello stato di allerta che sembra sul punto di far trascendere la situazione verso il caos. È così anche per Da 5 Bloods - Come fratelli, che, nonostante una lavorazione iniziata nel marzo 2019 e protrattasi per tre mesi, esce - causa emergenza COVID - in coincidenza esemplare con la più grande rivolta black degli ultimi anni, esplosa nella primavera 2020. Gli argomenti sviscerati nel film, dal movimento Black Lives Matter alla sete inappagata di giustizia, dialogano quasi apertamente con la gente che nello stesso momento riempie le strade d'America. La casa dello zio Sam è di nuovo una polveriera, dilaniata nei suoi antichi e mai sanati conflitti razziali, che costringono una parte di nazione, quella nera, a decidere costantemente "da che parte stare". È lecito essere patriottici, come inneggia il motto trumpiano "Make America Great Again" stampato sul berretto del Blood reazionario Paul, oppure difendere la bandiera americana significa celebrare l'oppressione di una minoranza? Muhammad Alì aveva le idee molto chiare in merito, quando in un'intervista incendiaria del 1967 dichiarava di non avere nessun motivo per sparare a chi - i vietcong - non lo aveva mai segregato, insultato o schiavizzato.
Ed è da qui, dalle parole di Alì, che Lee comincia un viaggio nel verde del Vietnam e nel cuore nero degli States: 154 ambiziosi minuti che si chiuderanno, in esemplare circolarità, sulle parole di conciliazione e indignazione del reverendo King, pronunciate un anno prima della sua morte. Dentro e fuori dagli anni '60 e '70, lungo mezzo secolo che ha solo rimandato il corso della giustizia. A esemplificare questo tortuoso e contraddittorio processo sono cinque "fratelli di sangue", tali per ideale e non per un legame familiare. "Stormin'" Norman, che li teneva uniti in base ai valori dell'altruismo e della lotta organizzata, non c'è più. Il suo teschio e le sue ossa giacciono sepolte e senza nome. Forse lo spirito battagliero e indomito di quegli anni è morto con lui, mentre i "fratelli" hanno inseguito altre chimere, assai più pragmatiche: chi si è arricchito ma ha sperperato; chi è sopravvissuto o poco più; chi non è mai uscito dalla giungla e dagli incubi che questa si porta appresso. Quattro diversi modi di vivere la contraddizione afroamericana che determinano scontri e abbracci, insulti e riconciliazioni, là dove tutto era cominciato e dove non è mai finito. Lee prova a infondere tutto quanto, forse troppo, in Da 5 Bloods, quasi a farne un manifesto definitivo. Vuole raccontare di una guerra in cui la proporzione di afroamericani al fronte era sproporzionata rispetto a quella nel paese; vuole ricreare l'atmosfera di Bus in viaggio, uno dei suoi film meno compresi, facendo rivivere i battibecchi tra le molte anime afroamericane; vuole omaggiare Il tesoro della Sierra Madre e Apocalypse Now, sorvolando (non si sa quanto consapevolmente) sulla commistione già operata tra i due film da John Woo in Bullet in the Head, per certi versi - l'oro, il teschio, il tradimento - talmente vicino a Da 5 Bloods da sembrare tratto dal medesimo soggetto. Ma nel suo inciampare e nel suo voler esagerare, aggiungendo - come in Apocalypse Now Redux - anche i "francesi" (Jean Reno e Mélanie Thierry), Lee porta a termine un affresco nello stile di Diego Rivera o del Paradiso del Tintoretto, l'opposto di una miniatura dai dettagli minuziosi. Un'opera ambiziosa, che aspira ad essere onnicomprensiva e in cui, forse inevitabilmente, la mano greve è parte del gioco.
Paul, Eddie, Otis e Melvin sono quattro veterani afroamericani, sopravvissuti alla guerra in Vietnam. Insieme a "Stormin'" Norman, il loro caposquadra caduto in battaglia, formavano i Five Bloods, un gruppo la cui unione andava di là dell'appartenenza allo stesso plotone di fanteria. A unirli erano un legame speciale e un tesoro sepolto, insieme a Norm, nella giungla del Vietnam. Quasi 50 anni dopo i quattro amici ritornano laggiù, per chiudere i conti con il passato e con i suoi segreti inconfessabili.
Denso, lungo, delirante a tratti, un fiume in piena come Apocalpse Now, un film che come diceva Kubrick narra la guerra (soprattutto quella vissuta contro i propri demoni interiori) per dire no alla guerra. 1971, Vietnam. Immagini confuse, rievocate sapientemente tramite flashback a seguito della documentaristica presentazione che caratterizza molti dei film iniziali di Spike Lee.
Giocoforza voce ascoltatissima in questo periodo cruciale per gli Stati Uniti e le istanze delle persone di colore, Spike Lee ha ritrovato, con l'approssimarsi della battaglia, anche l'ispirazione. Il suo bellissimo BlackKklansman ha posto la domanda, ha ravvivato il fuoco e, fisiologicamente, è stato oggetto, in questi giorni, di sfrenato re-watch insieme all'immortale manifesto Fa' la cosa giusta. [...] Vai alla recensione »