| Titolo originale | The Farewell |
| Anno | 2019 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | USA, Cina |
| Durata | 98 minuti |
| Regia di | Lulu Wang |
| Attori | Zhao Shuzhen, Awkwafina, X Mayo, Hong Lu, Kong Lin Tzi Ma, Diana Lin, Gil Perez-Abraham, Ines Laimins, Jim Liu, Aoi Mizuhara, Shuzhen Zhao, Hong Lin, Yang Xuejian, Becca Khalil, Yongbo Jiang, Han Chen, Xiang Li, Hongli Liu, Shimin Zhang, Jing Zhang (II), Jinhang Liu, Xi Lin (II), Shi Lichen, Lin Wang, Yue Xin, Xiaoxiao Sun, Dong Li, Puxia Qin, Ruiqi Wang, Yuqiu Geng, Yuzhuo Wang, Shouchang Xiao, Yonghua Zhao, Zuohai Jiang, Xinyang Lv, Jing Chen (II), Weifeng Sun. |
| Uscita | martedì 24 dicembre 2019 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Bim Distribuzione |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,46 su 27 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 7 giugno 2023
Una famiglia decide di nascondere alla nonna una terribile prognosi. Crea così un pretesto per riunirsi prima che sia troppo tardi. Solo Billi è contraria a convivere con questa bugia. Il film ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 1 candidatura a BAFTA, 4 candidature a Critics Choice Award, ha vinto 2 Spirit Awards, Il film è stato premiato a AFI Awards, In Italia al Box Office The Farewell - Una bugia buona ha incassato 509 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Billi Wang è nata a Pechino ma vive a New York da quando aveva sei anni. Il suo contatto sentimentale con la Cina è Nai Nai, la sua vecchia nonna, ancorata alle tradizioni e alla famiglia. Salda e praticamente indistruttibile, a Nai Nai viene diagnosticato un cancro. La famiglia decide di nasconderle la verità e di trascorrere con lei gli ultimi mesi che le restano da vivere. Figli e nipoti, traslocati negli anni in America e in Giappone, rientrano in Cina per riabbracciarla e per 'improvvisare' un matrimonio che allontani qualsiasi sospetto. Risoluti e uniti nella bugia, trovano in Billi una resistenza. Inconcludente nella vita e insoddisfatta della vita, Billi vorrebbe liberarsi dell'angoscia e rivelare alla nonna la prognosi infausta. Tra oriente e occidente, troverà una sintesi tra due culture e due condotte etiche.
C'è qualcosa nel bel film di Lulu Wang che evoca Il banchetto di nozze di Ang Lee, orientale traslocato in occidente come lei.
Un'aria 'familiare', il ritorno di una cultura rimossa (nelle forme di una famiglia amata) che produce un quieto terremoto e lascia dietro di sé un nuovo e fertile squilibrio. Conciliata commedia di confronto etnico, The Farewell - Una bugia buona muove dall'America verso la Cina, riscaldando il folclore in un viaggio verso le origini. La diaspora della famiglia Wang, divisa tra Stati Uniti e Giappone, rientra e stringe i suoi 'esuli' al capezzale di una nonna malata. Ed è il protocollo etico-normativo 'della cura', basato in Cina sul "principio della beneficialità" (nell'interesse del paziente in certe circostanze è meglio tacere la verità), il nodo da sciogliere di un racconto che assume in pieno il modello della commedia familiare con la circolazione sentimentale tra i personaggi e il disegno delle loro vite private. Ed è qui che si gioca la novità, l'audacia e la singolare tenerezza di The Farewell, una commedia sorprendente non per il soggetto ma per il tono. Se lo sfondo dell'incontro-scontro tra culture è sovente il disagio, Lulu Wang sceglie la serenità risolta ma non semplificata del rapporto tra prole espatriata e matriarca 'radicata', che ha accettato il destino (straniero) dei propri figli ma non transige sulla Tradizione. Lontano dal dramma quanto dalla parodia, The Farewell è una scelta di campo che pesca nella biografia dell'autrice e afferma un nuovo discorso. Il suo punto di osservazione e di ascolto è Billie, quello di attrazione è Nai Nai, ex combattente che chissà quante cose ha visto accadere, che ha capito quasi certamente tutto prima degli altri e prima degli altri ha accettato.
Lulu Wang non manca il banchetto di nozze con le sue ricadute umoristiche e il suo svolgimento chiassoso e lievemente degradato. Ma è la malattia, la fragilità del congiunto, l'opportunità (o no) di sapere o di 'forzarlo' all'informazione, l'architrave solido ma mai ingombrante di una costruzione che sa dare rilievo ai pensieri e alle azioni di ogni personaggio. Nel percorso formativo che conduce Billi dall'America alla Cina e ritorno, la ragazza si scoprirà finalmente pronta alla vita, incarnando nel grido (di forza e intenzione) di un'arte marziale interiore tutta lo splendore della confusione etnica e della commistione di generazioni e costumi. Perché non c'è riscatto e nemmeno 'guarigione' in un orizzonte culturalmente univoco. Sono le dinamiche e le collisioni di una società aperta a produrre esiti (e film) decisamente felici.
Indubbiamente la protagonista del film Billi compie un viaggio reale ma soprattutto ideale dagli stati uniti alla Cina, un viaggio alle origini che porterà al recupero di una cultura e tradizione sconosciute. È un interessante confronto tra 2 culture: l’americana (occidentale e decisamente materiale) e quella cinese (orientale e notoriamente più spirituale).
Vedi il film. Semplice, delicato, comico. Poi leggi un po’, e scopri che la regista, Lulu Wang, questa storia l’ha vissuta per davvero, quasi identica. A sua nonna, che viveva a Changchun, nel Nord Est della Cina, era stata diagnosticata una malattia poco clemente. Tutta la famiglia aveva deciso di nasconderle la diagnosi. E di organizzare un banchetto di nozze di due giovani parenti, come pretesto affinché ognuno potesse tornare lì, e salutare la matriarca.
La storia vera di una bugia. Che Lulu Wang trasforma in un film che ha la sua forza nella semplicità del racconto. Racconta come se non ci fosse niente da nascondere, se non quella bugia attorno a cui è costruito tutto il film. Come se non ci fossero inquadrature vertiginose, ad effetto, da esibire: quasi tutte le inquadrature sono fisse, il loro ritmo mantenuto quieto. The Farewell sembra il film di un maestro orientale, versante giapponese però: Yasujiro Ozu.
Prima scena, New York. Una ragazza cinese cammina nel caos così cinematografico di New York. Ha il volto di Nora Lum, meglio conosciuta come Awkwafina, ex giornalista, rapper di successo, entrata prepotentemente nella top list del cinema con Ocean’s 8 e Crazy & Rich: The Farewell però lo ha girato prima, la regista la ha scelta solo per alcuni suoi video di rap. Adesso, “The Farewell” – un trionfo al Sundance – le è valso una nomination ai Golden Globes.
Ma non divaghiamo: prima scena, la ragazza è al telefono con la nonna, parla in cinese mandarino. “Sì, certo che ce l’ho il cappello”. Non ce l’ha. È la prima bugia, la prima bugia “buona” del film. Ci saranno altre bugie: una borsa di studio non concessa, ma soprattutto: l’esito di quella radiografia ai polmoni della nonna.
Viene in mente Roberto Benigni, e la bugia che tiene in piedi per tutto il film La vita è bella (guarda la video recensione), solo per non gettare nella disperazione suo figlio. Ecco, qui c’è una famiglia intera che fa la stessa cosa, volando in Cina col pretesto di un banchetto di nozze per un giovane cugino che si sposa.
Il resto è pura commedia all’italiana in agrodolce. Un film che è un’ode all’amore – sincero, profondo – che sta sotto la superficie di una dissimulazione. E allora ecco Awkwafina arrivare in Cina, a Changchun – la regista ha girato negli stessi luoghi della vicenda reale – e vedere degli orrendi grattacieli cinesi giallastri e anonimi, peggio di ogni periferia ex sovietica che possa venire in mente.
Eccola, lost in translation, abbracciare la nonna con una faccia che non dissimula un bel niente: ma la nonna non se ne accorge. Detto tra parentesi, ma neanche tanto: l’attrice che interpreta la nonna, Zhao Shuzhen, è meravigliosa. Occhiate, sorrisi, gesti semplici, una serenità, un senso di accoglienza della vita. E il feeling che si crea fra le due è percepibile, è il valore aggiunto del film. Awkwafina, che ha perduto la madre quando aveva quattro anni, è stata cresciuta dalla nonna. Certi sentimenti li ha ben presenti.
Tutto è punteggiato, però, di commedia. Nonna e nipote che parlano, mentre sullo sfondo i due promessi sposi, goffi e impacciati, posano sotto uno sfondo orrendamente kitsch, un improbabile cuore di cotone bianco nel cielo azzurro che ricorda – a noi italiani – la pubblicità della Lavazza di qualche anno fa. O tutta la famiglia che va insieme alla nonna al cimitero, un cimitero con le tombe tutte uguali, a omaggiare il nonno morto da tempo. Un parente gli lascia le sigarette sulla tomba, la nonna protesta: “Aveva smesso!”, e il parente: “E lascialo fumare, è morto!”. Ci fosse stato Totò, sarebbe entrato nel cast.
Lulu Wang, la regista di The Farewell - Una bugia buona, è americana come la protagonista del film, Billi, entrambe emigrate negli Stati Uniti dalla Cina al seguito dei genitori quando avevano sei anni. Che ci sia molto di autobiografico in questa agrodolce meditazione sulle differenze culturali e sulle responsabilità familiari non stupisce più di tanto. Wang aveva già usato la sua esperienza di vita come base per un episodio del podcast "This American Life", ed è naturale che in seguito alla buona ricezione del suo esordio alla regia Posthumous (che, ambientato a Berlino e incentrato sulla figura di un artista, era invece quanto di più lontano dal tema si possa immaginare) sia tornata sull’argomento per sviscerarlo ancor più in profondità.
Fin dal suo debutto, ormai un anno fa al Sundance, era chiaro che The Farewell fosse destinato al successo, con la sua attenta capacità di descrizione psicologica, la delicatezza emotiva e l’agile posizionamento a cavallo dei generi.
Prima è arrivato il sigillo di qualità di A24, la casa di distribuzione più cool del momento che ne ha immediatamente preso i diritti. Poi l’uscita sugli schermi statunitensi in estate, battendo addirittura la media per sala di Avengers: Endgame. E ora, mentre il film arriva piano piano in tutti gli altri paesi (compreso un interessante e coraggioso posizionamento natalizio in Italia con Bim), il dibattito si è spostato inevitabilmente sulla awards season.
È qui che è venuto fuori il vero problema strutturale di come The Farewell si posizioni nel nuovo cinema americano, finalmente più inclusivo, eterogeneo, e attento alle voci autoriali delle minoranze. Il pluri-citato Crazy & Rich (da cui Wang ha preso la sua protagonista, Awkwafina, e la differenza tra i due ruoli è essa stessa affascinante) rimane un fenomeno culturale enorme, la cui commedia di grana grossa apre però le porte a storie dai contorni più sfumati.
Proprio come The Farewell, che però ora si trova escluso da alcuni premi per via delle stringenti regole sulle percentuali di dialogo in inglese presenti nel film. Nelle nomination dei Golden Globes, il film è relegato al gruppo dei migliori film stranieri, e non può competere nella cinquina principale come miglior commedia. Si rilancia quindi la domanda: come si quantifica l’americanità di un’opera? E in che modo certe regole elementari e puramente tecniche finiscono per diventare un riflesso di una non totale accettazione?
La stessa Lulu Wang lo aveva dichiarato mesi fa, con un post sul blog di A24 dal titolo “Il mio film americano”. Sul saper resistere alle pressioni di renderlo un film più “vicino”, cambiando l’ambientazione o usando più inglese, o più “lontano”, rimuovendo l’ibridazione tra le due culture e confezionando un film più semplice e colorato su un matrimonio e sugli stereotipi dell’Altro.
E invece The Farewell è importante oggi per come reclama quello scomodo spazio di coscienza a metà, parlando di una nonna cinese e di come le tradizioni cinese vogliono che si affronti la morte. Ma facendolo attraverso la prospettiva di una protagonista, Billi, che si sente americana proprio perché non capisce quel mondo.
O, in altre parole: come si fa a parlare di identità in un mondo contemporaneo quando le categorie che abbiamo a disposizione sono ormai obsolete? La questione della lingua in The Farewell è ironicamente lo specchio di quanto avvenuto poche settimane prima con le liste presentate agli Oscar dai vari paesi non americani; il film nigeriano Lionheart è stato rimandato a casa perché contiene troppo inglese per essere un film “straniero”, nonostante l’inglese sia una lingua ufficiale in Nigeria.
Ecco perché è importante guardare The Farewell attraverso il prisma dell’identità a stelle e strisce, senza espellerlo dal sistema culturale attraverso la componente esotica.
Se di solito a Natale ci sono troppi prodotti hollywoodiani a darsi battaglia con le commedie nostrane, stavolta si potrà consigliare senza esitazione di scegliere quel film americano, che è tra i migliori dell’anno e dice molto sugli USA di oggi, anche se la sua voce arriva dalla Cina.
Vivere in un paese ma essere originaria di un altro ha i suoi vantaggi ma può mettere a nudo la mancanza di un'identità precisa, l'esigenza della riappropriazione di radici che sembrano sfumare. Un tema particolarmente presente nella vita di Billi, che a sei anni è volata con i genitori dal nord della Cina a Brooklyn. A inizio film la sentiamo parlare a telefono con l'amata nonna, Nai Nai in mandarino, [...] Vai alla recensione »