| Titolo originale | Bik Eneich - Un Fils |
| Titolo internazionale | A Son |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Tunisia, Francia, Libano, Qatar |
| Durata | 96 minuti |
| Regia di | Mehdi Barsaoui |
| Attori | Sami Bouajila, Najla ben Abdallah, Youssef Khemiri, Slah Msadek, Mohamed Ali Ben Jemaa Noomene Hamda, Qassine Rawane, Jihed Cherni, Nissaf Ben Hafsia, Karim Kefi, Laroussi Zbidi, Rim Chalbi, Jamila Camara, Jmel Omar, Mabrouk Mahdhaoui, Abdellatif Aloui, Tarek Belkherchine, Maram Ben Arbi, Hajer El Fehri, Assem Bettouhami, Taher Radhouani, Achref Ben Youssef, Mohamed Ben Youssef, Dana Abed. |
| Uscita | giovedì 21 aprile 2022 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Valmyn |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,54 su 19 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 19 aprile 2022
Un'interpretazione magistrale di Sami Bouajila, vincitore come Migliore Attore nella sezione Orizzonti del festival di Venezia, ai César 2021 e ai Lumiere Awards 2021. Il film è stato premiato a Venezia, ha vinto un premio ai Cesar, ha ottenuto 3 candidature e vinto un premio ai Lumiere Awards, In Italia al Box Office Un figlio ha incassato 52,2 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Estate 2011, Tatouine in Tunisia. Fares, Meriem e il figlio di undici anni Aziz fanno una gita con amici nel sud del Paese. Lungo la strada del ritorno il nucleo familiare si trova coinvolto in una sparatoria tra gruppi islamisti e l'esercito regolare. Aziz viene ferito gravemente al fegato e ricoverato d'urgenza. La diagnosi è infausta a meno che non si proceda in tempi sufficientemente rapidi al trapianto. A questo punto emerge un dato che rivela un segreto fino ad allora celato e la situazione si complica da una molteplicità di punti di vista.
In una società in bilico tra una visione progressista dei rapporti interpersonali e un radicalismo estremista religioso la vita di un bambino viene messa in grave pericolo proprio a causa delle profonde contraddizioni che attraversano il Paese mediorientale in cui vive.
Mehdi M. Barsaoui si è formato al Dams di Bologna ed è stato anche montatore del documentario Era meglio domani che ha al centro una donna in lotta per riavere i suoi figli mentre intorno a lei la Rivoluzione dei gelsomini si fa sempre più presente. Giunto al suo primo lungometraggio di finzione mostra che il tema gli sta ancora a cuore e che, attorno a questo nucleo centrale, è interessato a sviluppare un più ampio contesto. Sin da subito ci ricorda che in quegli stessi giorni il regime di Mu' ammar Gheddafi era messo in discussione da una rivolta che stava progressivamente erodendo il suo potere seminando al contempo morte e distruzione.
Meriem e Fares sono consapevoli di quanto stia accadendo anche in Tunisia, hanno una buona collocazione in ambito sociale, lei è una dirigente e i loro amici fanno tutti parte dell'area progressista. Barsaoui ci mostra però come uno sconvolgimento come il pericolo di morte di un figlio possa mandare all'aria ogni certezza ed ogni convincimento.
Ancora una volta in un film è bene non sapere preventivamente quale sia l'elemento che si aggiunge al ferimento del bambino perché questa informazione deve giungere allo spettatore così come a chi si trova a doversi confrontare con essa sullo schermo. Da qui si dirameranno una serie di riflessioni che vanno oltre il caso specifico (a cui danno corpo ed intensa partecipazione Sami Bouajila nel ruolo di Fares e Najla Ben Abdallah in quello di Meriem) per affrontare le contraddizioni di una società in cui la donna è solo apparentemente più libera.
Non ci sono chador né burka da indossare in Tunisia ma quando si giunge al punto di discrimine chi paga di più è lei. Ogni idea liberale e progressista cade di colpo ed emerge un maschilismo che la legge incoraggia e sostiene sulla base di disposizioni che sopravvivono ai cambiamenti che la società sta attraversando. A questo si aggiunge la sconvolgente pratica del traffico di organi. Un argomento a cui tutti noi e i media in primis preferiscono non pensare forse perché troppo dilaniante quando si pensa che i 'donatori' possano essere non solo persone in difficoltà economiche (e sarebbe già grave) ma addirittura bambini.
Barsaoui ce lo ricorda invitandoci a non voltare la testa mentre al contempo fa riflettere noi e soprattutto i suoi compatrioti sul fatto che la donazione di organi debba essere sottoposta ad un controllo legale che sappia però superare le maglie di una burocrazia che alimenta se stessa rischiando di mettere a repentaglio la vita altrui quando questa potrebbe invece essere salvata.
Nei corridoi di un ospedale la camera segue lo sviluppo di un dramma familiare senza però chiudersi (e in questo sta l'originalità della sceneggiatura scritta dallo stesso Barsaoui) in esso ma tenendo sempre presente il contesto sociale in cui si inserisce.
Anno 2011, Tataouine, Tunisia. Una famiglia in gita viene coinvolta in una sparatoria tra gruppi islamici e militari. Il bambino di 11 anni rimane gravemente ferito e viene trasportato al più vicino ospedale. Per farlo sopravvivere occorre un trapianto di fegato. A quel punto inizia una tragedia famigliare, aggravata dal contesto di una Tunisia in bilico tra progresso e radicalismo islamista. [...] Vai alla recensione »
Premi – tra gli altri – ai festival di Hainan, Cairo, Malmö, Amburgo, statuette per la miglior interpretazione a Sami Bouajila ai Cèsar e a Venezia nella sezione Orizzonti: Un figlio, opera prima del regista-sceneggiatore Mehdi Barsaoui, ha già un lungo percorso fatto di vittorie e competizioni internazionali prima della sua uscita in Italia il 21 aprile prossimo.
Ambientato nel cuneo della Rivoluzione dei Gelsomini del 2011, il film è tutto addosso ai personaggi di Fares (Bouajila) e Meriem (Najla Ben Abdallah), coppia tunisina moderna e abbiente colpita dalla tragedia quando durante un viaggio il loro figlio Aziz (Youssef Khemiri) viene ferito nel mezzo di un attentato terroristico.
Un figlio ha nella sua prima metà una fortissima unità di tempo, luogo e azione, per poi andare verso altre direzioni, spinte, storie. È come se tu avessi letteralmente aperto la “scatola” del film.
Per essere completamente onesti la cosa più difficile per Un figlio è stata la scrittura della sceneggiatura, nel senso che anche se può sembrare compatta c’è stato un grande lavoro su come trovare l’equilibrio fra la parte intima della coppia che sta vivendo questo incubo e la parte un po’ storica, generale, contestuale dove evolvono questi personaggi. Così c’è una prima parte, che dà la base di quello che succede a questa famiglia, la sua disintegrazione, e una seconda in cui vediamo le conseguenze di tutto ciò con il segreto che scopriamo nel film. Dunque mi fa piacere che sia sottolineato il lavoro che c’è stato con la sceneggiatura.
Lavoro di scrittura che è durato quasi cinque anni.
Ci ho messo cinque anni a fare il film, e un po’ più di quattro anni tra la prima riga che avevo scritto e il primo giorno di riprese. Ho iniziato a scrivere il film a fine 2014 e abbiamo girato a settembre 2018, per poi mostrare il film a Venezia 2019. Sono passato attraverso ventitré draft, ma non nel senso di ventitré versioni differenti, ma essendo una sceneggiatura a “strati” ogni volta lavoravo a una parte. Ho iniziato con la trama principale e poi di volta in volta prendevo un lato della sceneggiatura, che sia il protagonista maschile, la protagonista femminile, il contesto politico, il contesto medico. È stata davvero la parte più difficile trovare l’equilibrio fra tutti questi strati qua, però così la sceneggiatura ha dato la “forma” della messa in scena. In tantissime interviste mi hanno chiesto come ho fatto a mescolare tutti i generi che ci sono nel film, e ho sempre risposto in modo molto naturale e onesto dicendo che io non ho fatto niente, è stata la sceneggiatura a dare il ritmo delle scene. L’idea con Antoine Héberlé, il direttore della fotografia, era quella di avere una messa in scena molto organica, di essere molto vicini a questa famiglia e a quello che stanno vivendo.
Nonostante tutti questi “strati” l’ancora principale del film rimangono i corpi e le interpretazioni di Sami Bouajila e Najla Ben Abdallah.
Sì, è così. Ed è stato molto difficile durante la ricerca dei finanziamenti convincere i partner economici, visto che si tratta di un’opera prima, un film molto scritto, ma sono stato fortunato ad avere Sami Bouajila e Najla Ben Abdallah. Sono marito e moglie, con Samiche è molto conosciuto in Francia ed è di origine tunisina, mentre Najla è famosa qui in Tunisia. E i due stanno evolvendo in due mondi completamente diversi, con la carriera francese del primo e quella tunisina della seconda, dove Najla è una vera e propria star, con milioni di follower. Quindi sono stato davvero fortunato nel fatto che abbiano creduto nella mia sceneggiatura, e abbiamo lavorato tantissimo prima delle riprese con cinque settimane di prove. La cosa più importante per me era avere onestà e autenticità, naturalezza. Il film poi è stato girato in sei settimane, che non è poco ma nemmeno tantissimo, dunque non avevamo molto tempo sul set e siamo arrivati già che sapevamo la direzione che volevamo prendere. E a dire il vero non c’è molta improvvisazione, è molto scritto, molto fedele alla sceneggiatura.
Il motore immobile di Un figlio è la figura del padre, non solo nel personaggio di Fares, ma soprattutto per il valore fattuale e simbolico che questa occupa nella società tunisina e nella cultura araba in generale. Tanto che il film si sarebbe benissimo potuto chiamare Un padre o perfino Il padre.
Certo. Il film poteva chiamarsi tranquillamente “Un padre”, come anche “Una madre”, perché vediamo anche la maternità ma dal lato del padre. Un figlio, questo figlio, è il legame tra queste due entità, e per me era importantissimo raccontare la paternità, perché il film parla finalmente dell’idea di che cos’è essere un uomo arabo in Tunisia nel 2011, come anche oggi. Il senso della paternità assieme al senso della maternità, della coppia, della modernità, ma anche se il padre occupa una parte importante del film non volevo lasciare da parte il percorso di questa donna che viene giudicata attraverso lo sguardo accusatore del marito, della società. Il film è un misto di tutti questi elementi, e il figlio è lo starting point per scoprire la realtà di questa coppia, di un paese, di una regione.
Nell'estate 2011, Farès e Meriem, una coppia di tunisini ricchi, sono in vacanza nel sud del paese con il figlio Aziz. Rimangono coinvolti in un conflitto a fuoco e il bambino è ferito. La necessità di un trapianto rivela che Farès non è il padre biologico di Aziz e mette Meriem in una posizione ancora più complicata. Il film di esordio di Mehdi Barsaoui diventa così un'analisi molto incisiva su temi [...] Vai alla recensione »