| Titolo originale | Drive Me Home |
| Anno | 2018 |
| Genere | Avventura, |
| Produzione | Italia, Germania |
| Durata | 100 minuti |
| Regia di | Simone Catania |
| Attori | Marco D'Amore, Vinicio Marchioni, Lou Castel, Jennifer Ulrich, Chiara Muscato Vittorio Magazzù, Jacopo Vinci, Francesco Bianco, Gabriele Vinci, Nicola Adobati, Malice Omondi Atteno, Ben Kerremans, Dieter Kerreman, Sofia Bellucci, Chiara Ombelli, Luca Borromeo, Andrea Heinzel, Philip Petty, Marianna Jensen, Ward Kerremans, Giacomo Lorenzi, Roberto Pepoli, Stephen Brian Tomasi. |
| Uscita | giovedì 26 settembre 2019 |
| Tag | Da vedere 2018 |
| Distribuzione | Europictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,16 su 11 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 4 ottobre 2019
Due vecchi amici si ritrovano dopo tanti anni e decidono di partire per un viaggio insieme in Europa alla ricerca di nuove avventure. In Italia al Box Office Drive Me Home - Portami a casa ha incassato 21,4 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Amici fin da ragazzini, Antonio (Vinicio Marchioni) e Agostino detto Tino (Marco D'Amore) sono nati nella campagna siciliana, che hanno abbandonato in tempi diversi e senza avere modo di salutarsi. Li ritroviamo adulti, quando Antonio si mette sulle tracce di Agostino, che ritrova autotrasportatore in Belgio. La loro separazione è uno strappo ancora irrisolto ma le diffidenze tra loro cederanno il posto a un inaspettato riallineamento della loro sintonia.
Primo lungometraggio di Simone Catania, classe 1980, laureato all'Accademia di Belle Arti di Torino, Drive Me Home ("portami a casa"), sceneggiato dal regista insieme a Fabio Natale, riprende un verso della canzone "Così sbagliato" di Le Vibrazioni & Skin.
"Riportami a casa perché ho paura di me" dice quel testo, e il film indaga, con approccio caldo e aperto, un tema sempre attuale: la necessità di lasciare il luogo in cui si è nati, per scarsità di possibilità o per sfuggire a limiti più impalpabili. E di conseguenza anche il desiderio del ritorno, senza che questo passi per un fallimento, una resa. Tali spinte contraddittorie, ma che non sono percepite come esclusive, coesistono in questo equilibrato road movie permeato da un'idea ampia di "patria", nonché di Europa, tra confini teoricamente aperti e politiche di chiusura, idealizzazioni deluse e transiti di persone come merci. Ma soprattutto di "casa" (il casale dei genitori ma anche la cabina di un tir, solida come uno scudo ma anche scomoda, come ogni rifugio temporaneo). Nel farlo, lascia intenzionalmente fuori campo le famiglie naturali e lascia spazio a quelle di chi, da simile, si riconosce istintivamente nell'altro.
Modellato su uno schema narrativo risaputo, Drive Me Home ha il coraggio di essere sentimentale e si distingue per un'ottima dinamica tra i co-protagonisti, qui in direzione antitetica e coraggiosa rispetto ai ruoli che li hanno resi noti al grande pubblico.
Marchioni veste con disinvoltura solitudini, frustrazioni e nostalgie dell'italiano emigrante, riscrivendo al presente quell'ingenuità rustica e alienata di Nino Manfredi in Pane e cioccolata di Franco Brusati (che riecheggia peraltro in una sosta in un'area di servizio). Mentre, in irresistibili forme appesantite e nonostante un'acconciatura visibilmente posticcia, un ironico, affettuoso D'Amore si lascia andare ad un coming out silenzioso tanto eloquente: climax potente, in cui la fratellanza tra i due si riattiva superando ogni pudore.
Ambientato in paesaggi inediti (Sicilia di luce satura, Trentino bucolico, autostrade e soste in Germania e Paesi Bassi) si concede una deviazione agreste, anche per far apparire Lou Castel, sorta di divinità canuta della libertà di scegliere. In Festa Mobile (Torino Piemonte Film Commission) al Torino Film Festival 2018.
Raramente scrivo di un film, ma in questo caso mi sento di dire qualcosa su Drive Me Home che ho avuto la fortuna di vedere alla sua prima al Torino FF. Innanzitutto grazie al regista Simone Catania (suo esordio) che ha raccontato uno spaccato generazionale poco rappresentato al cinema nel modo come lo ha fatto. Ho visto un film diverso dai soliti italiani, lontano dai soliti film finti che tentano [...] Vai alla recensione »
Esordio alla regia di un lungo per Simone Catania, attivo già da anni sulla scena indipendente italiana, Drive me Home è la storia di un'amicizia perduta e forse ritrovata, di voglia di vivere, di fughe e di ritorni a casa.
L'impianto della narrazione è quello di un road movie, per ammissione diretta dello stesso regista, e racconta del ricongiungimento dopo quindici anni di due ragazzi siciliani, amici d'infanzia, che si erano persi l'uno con l'altro. Antonio (Vinicio Marchioni) ha vissuto in tantissimi posti diversi, è sommerso dai debiti e ha messo in vendita il casolare di Blufi, il paesino nell'entroterra della provincia di Palermo dov'è cresciuto. Agostino (Marco D'Amore), camionista trapiantato in Belgio, è fuggito dalla Sicilia durante l'adolescenza ed è scomparso più o meno nel nulla da allora. Una volta che si sono ritrovati, i due si mettono in viaggio sul camion di 'Tino' in quello che alla fine è un viaggio verso casa, proprio come dice il titolo.
«Ho fatto un fioretto: quello di riuscire a dedicarmi di più alla mia sceneggiatura, al mio film, e di non tagliarmi i capelli per ricordarmi, ogni volta che mi guardavo allo specchio, che dovevo dedicare attenzione anche al mio film. Praticamente non li ho tagliati per dieci anni».
Il tono del racconto è spesso agrodolce, costantemente in bilico tra l'empatia per i protagonisti e l'aspra irrisolutezza del loro rapporto, segnato profondamente dalla sparizione di Tino e complicato dalla crescita in due sensi opposti dei due personaggi. In parte è certamente road movie e in parte è un dramma familiare perché il rapporto tra i due protagonisti è evidentemente fraterno, figlio anche di un'infanzia vissuta insieme, fianco a fianco, nonostante non ci siano legami di sangue.
La vicenda personale di Tino, il motivo del suo addio alla Sicilia e, più metaforicamente, all'infanzia felice al fianco di Antonio, rappresentano il trauma più grosso della sua esistenza e la riconciliazione definitiva con l'amico, al tempo del tutto estraneo ai fatti, è di fatto il vero lieto fine di tutta la storia. La scelta di potersi finalmente confidare in libertà, non importa se tanti anni dopo, è da un lato la guarigione definitiva dalla ferita dell'abbandono e dall'altro il primo mattone di nuove fondamenta su cui rilanciare il loro legame. Arriva al termine di un viaggio fisico che è evidente metafora di quello più profondo ed emotivo che, contemporaneamente, compiono i due personaggi.
Dal punto di vista più strettamente registico, la cura di Catania per la composizione delle inquadrature spesso rivela il primo amore del regista, cioè i documentari: alcune riprese a campo lungo sono di grandissimo impatto. Anche la scelta decisamente ambiziosa di rendere il camion di Tino sia protagonista di diverse sequenze, sia teatro di parecchi dialoghi si rivela vincente nonostante le difficoltà tecniche che la troupe ha dovuto affrontare: l'automezzo è il vero e proprio terzo protagonista del film.
Antonio (Vinicio Marchioni) e Agostino (Marco D'Amore), detto "Tino", sono due amici d'infanzia, cresciuti insieme in un paesino siciliano. Non si vedono da quindici anni e si sono lasciati senza nemmeno un saluto. Si ritrovano sulle strade d'Europa, il primo è un vagabondo pieno di debiti, il secondo è un camionista omosessuale. Dopo le diffidenze iniziali, ritroveranno l'affetto vero, profondo e [...] Vai alla recensione »