Balon

Film 2017 | Drammatico +13 94 min.

Titolo originaleBalon
Anno2017
GenereDrammatico
ProduzioneItalia
Durata94 minuti
Regia diPasquale Scimeca
AttoriVincenzo Albanese, David Koroma, Yabom Fatmata Kabia, Raffaella Esposito .
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +13
MYmonetro Valutazione: 1,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

Regia di Pasquale Scimeca. Un film con Vincenzo Albanese, David Koroma, Yabom Fatmata Kabia, Raffaella Esposito. Titolo originale: Balon. Genere Drammatico - Italia, 2017, durata 94 minuti. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 Valutazione: 1,00 Stelle, sulla base di 2 recensioni.

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Un fratello e una sorella viaggiano per fuggire dalla guerra in Nigeria. La destinazione è l'Europa dove sperano in un futuro migliore.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 1,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
ASSOLUTAMENTE NO
Scheda Home
Critica
Due fratelli in cammino dall'Africa verso il Nord: didascalismo, frontalità, piattezza. Più operazione umanitaria che cinema .
Recensione di Raffaella Giancristofaro
giovedì 30 novembre 2017
Recensione di Raffaella Giancristofaro
giovedì 30 novembre 2017

Sierra Leone, oggi. Amin ha dieci anni e la cosa che lo fa più felice è giocare a calcio. Lui e sua sorella Isokè, quindici, si ritrovano soli dopo che la loro famiglia viene massacrata da mercenari durante una sparatoria nel loro piccolo villaggio. Facendosi coraggio, per scampare a morte e miseria si mettono in viaggio con poche risorse in uno zainetto. Sanno solo di doversi dirigere a Nord, senza avere la minima idea di dove si trovi la Svezia, il Paese che il nonno ha consigliato loro di raggiungere. Attraversano paesaggi differenti, fiumi, passano la notte nel deserto, incontrano due brave persone che li aiutano e criminali trafficanti di corpi che li considerano solo sotto forma di fonte di guadagno. Una traiettoria che l'attualità ci sottopone quotidianamente attraverso i media e il giornalismo d'inchiesta (in una delle ultime forme di fiction, ma catturando uno scenario ben più ampio e narrativamente giustificato, in L'ordine delle cose di Andrea Segre).

Pasquale Scimeca si prefigge di raccontare con la massima fedeltà possibile ("ho filmato quello che ho visto", si legge nelle note di regia) il contesto di provenienza, le motivazioni del viaggio e le disumane situazioni alle quali i migranti provenienti dall'Africa si sottopongono per procacciarsi un futuro.

A tal fine utilizza attori africani che non solo non sono professionisti (i protagonisti David Koroma e Yabom Fatmata Kabia, e tanti altri abitanti del villaggio) ma che sono totalmente ignari del dispositivo cinema ("nel mio villaggio non c'è la luce elettrica e quindi non c'è il cinema né la televisione", sempre dalle note di regia, dichiara l'interprete di Isokè). Il primo effetto è quello di una fastidiosa sensazione di spaesamento. Quindi il regista e sceneggiatore affida loro dialoghi tautologici rispetto alle azioni che chiede loro in scena. Un'evidenza a tratti intollerabile, che aggiunge banalità e sottrae mordente narrativo una vicenda drammatica già sulla carta. Naturale che, quando in campo entrano professionisti come i due attori italiani che salvano Amin e Isokè dalla disidratazione (Vincenzo Albanese, che accompagna Scimeca da una decina di titoli, da Un sogno perso a Biagio, e Raffaella Esposito) la sospensione dell'incredulità sia già altrove, in ogni caso parecchio lontano dalla sala.

Un film insomma dal proposito onorevole ma la cui concezione suona pesantemente naif e fuori tempo massimo rispetto ai tanti punti di vista sulla migrazione africana offerti dal cinema europeo e internazionale dell'ultimo decennio. Tra i quali spicca, per esempio, il documentatissimo e serrato Hope di Boris Lojkine (alla Semaine di Cannes nel 2014), sul percorso di due giovani protagonisti da Camerun e Nigeria alle coste del Mediterraneo. Il coinvolgimento del cast locale è movente meritorio, soprattutto sotto il profilo psicologico (la rappresentazione come catarsi), ma sfuggono le motivazioni di una messa in scena così frontale, didascalica, ripetitiva.
I proventi del film verranno destinati alla costruzione di strutture nel villaggio: ulteriore conferma del fatto che Balon rientra a pieno diritto nell'ambito della prassi umanitaria ma ha a molto meno a che fare con il cinema. Nello stesso orizzonte estetico ("da una storia vera") si muove il non privo di difetti ma coraggioso My Name Is Adil di Adil Azzab.

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
mercoledì 30 maggio 2018
vianoandrea

non mi trovo d'accordo con quanto letto nella recensione... per me il film è di alto valore artistico. Rispettoso e delicato nel trattare il tema dell'immigrazione. Uno sguardo aperto sull'Africa che ci fa capire tante cose. lo consiglio soprattutto agli studenti e a chi ha un sentimento razzista verso i ragazzi che vengono dall'Africa una speranza di salvezza qui da noi.

FOCUS
FOCUS
venerdì 16 febbraio 2018
Giancarlo Zappoli

Dinanzi a un film di Pasquale Scimeca non valgono le categorie che si è soliti applicare al cinema. Il cinema per lui è sempre stato un'esperienza totalizzante che è andata sempre al di là della pura e semplice messa in scena di una storia. È così fin dal primo film che lo fece conoscere al grande pubblico. Placido Rizzotto non era solo l'ennesimo film sulla mafia ma un'opera in cui si sentiva l'urgenza di raccontare un personaggio dimenticato e di ammonire che "non si nasce schiavi o padroni, lo si diventa". Da allora ogni suo lavoro ha mostrato e dimostrato un'urgenza che, citando Fabrizio De André, potremmo definire "in direzione ostinata e contraria".

Anche quando l'origine del soggetto era di matrice letteraria (l'amato Giovanni Verga) la tensione ideale rimaneva indelebile e immediatamente riconoscibile.

Così come connotativa delle sue scelte di regia è la commistione che instaura ogni volta tra attori professionisti e persone alla prima esperienza davanti alla macchina da presa. È ciò che accade in questa occasione in cui motore della storia sono le narrazioni ascoltate presso un centro di accoglienza dei migranti in Sicilia e la scelta di andare a girare in Sierra Leone in un villaggio i cui abitanti non sanno cosa siano il cinema o la televisione.

La macchina da presa ne va a cercare i primi piani, quando si tratta dei protagonisti che interpretano una storia che a loro non é accaduta ma che non manca di elementi vissuti direttamente. Come quando si assiste all'assalto del villaggio da parte di una banda ramata che semina la morte: la Sierra Leone non ha dimenticato la guerra civile che ne ha a lungo insanguinato le strade. Dal terrore si fugge per poi incontrarlo di nuovo in una gabbia libica in attesa di una liberazione o del degrado mentre il canto che era rituale di festa o di fede si trasforma in melodia di consolazione o di preludio al gesto estremo.

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