| Titolo internazionale | Fire at Sea |
| Anno | 2016 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia, Francia |
| Durata | 107 minuti |
| Regia di | Gianfranco Rosi |
| Attori | Samuele Pucillo, Mattias Cucina, Samuele Caruana, Pietro Bartolo, Giuseppe Fragapane Maria Signorello, Francesco Paterna, Francesco Mannino, Maria Costa, Frank Mannino. |
| Uscita | giovedì 18 febbraio 2016 |
| Tag | Da vedere 2016 |
| Distribuzione | 01 Distribution, Cinecittà Luce |
| MYmonetro | 3,42 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 12 febbraio 2020
Attraverso la Storia del dodicenne Samuele, Gianfranco Rosi racconta l'isola di Lampedusa e la tragedia delle migrazioni. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 4 candidature a David di Donatello, Il film è stato premiato al Festival di Berlino, 3 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, 1 candidatura a Cesar, 3 candidature e vinto un premio ai London Critics, In Italia al Box Office Fuocoammare ha incassato 990 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent'anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte.
Per comprendere appieno un film di Gianfranco Rosi è prioritariamente indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l'aderire passivamente e in modo quasi inconscio ed indolore. Si tratta del format dell'inchiesta giornalistico-televisiva che si concretizza in immagini scioccanti, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto (in particolare sulla tematica delle migrazioni) ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione.
Rosi, come il Salgado che abbiamo potuto conoscere grazie a Il sale della terra diretto da Wim Wenders, si allontana in maniera netta da quanto descritto sopra a partire dalla scelta, fondamentale, di aborrire il cosiddetto documentario 'mordi e e fuggi' che vede la troupe giungere sul luogo, pretendere di capire in fretta o comunque di mettere in ordine i propri pregiudizi e ripartire quando pensa di 'avere abbastanza materiale'. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.
Samuele è un ragazzino con l'apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo 'occhio pigro', che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un'Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non con l'ottica di un Fagin dickensiano che apre o chiude le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a consatatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d'anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un'incancellabile partecipazione. Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava Thomas Merton, nessun uomo è un'isola e nessuna Isola, oggi, è come Lampedusa.
Dopo Sacro GRA (vincitore del Leone D'Oro all'ultima Mostra del Cinema di Venezia), il nuovo film diretto da Gianfranco Rosi. Si tratta di una co-produzione italofrancese che vedrà come protagonisti gli "emarginati al contrario". Le riprese si terranno a Lampedusa.
Il film di Rosi è uno dei peggiori documenti su Lampedusa degli ultimi anni. E questo a discapito della fotografia (stupenda), di attori molto bravi e di una regia – alla Rosi – affascinante nel suo genere. Il risultato è terribile, nonostante la critica lo stia incoronando, semplicemente perché il film non racconta Lampedusa.
Continua la dialettica su Fuocoammare, il documentario di Gianfranco Rosi, che è stato scelto a rappresentare l'Italia nella selezione per l'Oscar. Non tutti hanno apprezzato. Una premessa: Rosi è un ottimo documentarista. Fuocoammare racconta la vicenda di Lampedusa attraverso gli occhi di un ragazzino che nonostante tutto riesce a vivere da ragazzino. "Tutto" significa i migranti di passaggio laggiù che, dopo aver attraversato il mare, con tanti morti, cercano di raggiungere terre promesse. Una menzione per Pietro Bartolo, il medico che visita tutti e che conosce tutte le storie.
Documentario di grande qualità. Documentario, appunto. Nel 2013 Rosi ha vinto il Leone d'oro a Venezia con Sacro GRA, altro documentario che racconta una varia umanità che vive sul raccordo anulare di Roma. Anche il "GRA" possiede qualità. Quest'anno il regista si è aggiudicato l'Orso d'oro (Berlino) per Fuocoammare.
Sono due fra i più prestigiosi premi del panorama internazionale. Significa che entri nel cartello dei maestri di cinema. Rosi ne fa parte senza aver mai firmato un film "vero". Diciamo che è stato favorito dalle circostanze. Lo è stato troppo. La mostra di Venezia viveva un imbarazzo ormai pesante, rispetto al cinema italiano. Non vincevamo un Leone d'oro dal 1998, con Così ridevano di Gianni Amelio. In assenza di film, veri, all'altezza, si pensò di aggirare regole, identità e filosofia, del cinema premiando un documentario, certo di qualità, come ho detto.
Le chiavi di lettura di Fuocoammare, di Gianfranco Rosi, Orso d'oro alla Berlinale, possono essere infinite. Lampedusa e i migranti, figuriamoci. Sono più o meno vent'anni che vediamo e ascoltiamo: giornali, televisione, maggioranza e opposizione, ideologia, "socialmente-umanamente-politicamente corretto". E ogni tipo di approfondimento. Mediando fra l'eccesso di informazione e la faziosità delle parti, magari siamo anche riusciti a farci un'idea generale, se non proprio esatta. Tuttavia il dato è semplice: c'è un'isola dove sono passate centinaia di migliaia di vite, mentre alcune migliaia di corpi giacciono sul fondo di quelle poche miglia di mare fra Africa e Italia.
E c'è la vita, povera, dettata dal mare, di chi vive là, e assiste a quel passaggio abnorme e a quel tragico, si direbbe "biblico", movimento della Storia.
A Lampedusa, tutto ciò che ho scritto sopra non conta più. Non conta la politica, la parte che sostiene i migranti e quella che non li vorrebbe. Non conta ciò che succederà dopo, dove finiranno i singoli. Se si trascineranno per anni nella struttura di un paesino disponendo di una branda, di un fornello e di qualche euro giornaliero. Se cercheranno di raggiungere la Scandinavia o l'Inghilterra. Se qualcuno finirà nelle spire di qualche mafia. Se altri riusciranno, come si dice, a integrarsi. Se altri porteranno via la casa o il lavoro a un italiano. Conta il momento in cui vengono salvati. Poi si passerà la mano. Ma a Lampedusa la mano si ferma. E vale il comandamento solidale cristiano. Semplice. Parallele sono le vicende di un preadolescente, un medico, una famiglia autoctona. Il ragazzino - De Sica sarebbe impazzito per lui - gioca con la fionda, cerca i nidi fra gli arbusti di notte, va in mare col padre, mangia la pastasciutta, va a scuola, gli viene diagnosticato un "occhio pigro", dovrà curarsi per guarirlo: è la metafora della collettività europea, e oltre, che non vuole "vedere" il problema e la tragedia. C'è anche un eroe vero, il medico di Lampedusa. Ne ha viste di tutti i colori e continua a mantenere intatti dedizione e umanità. Tutto questo viene raccontato in silenzio, nuda verità, nessuna indicazione, nessuna chiacchiera. Niente piccolo schermo. È il grande valore del documentario.
Venti km quadrati, settanta miglia dall'Africa e centoventi dall'Europa, in 20 anni ha visto sbarcare 400 mila migranti di cui 15 mila hanno perso la vita in mare. Il film fornisce questi dati sul conto di Lampedusa. Il regista che ha vinto il Leone d'oro con un documentario (Sacro GRA) si è trasferito per un anno nell'isola e vi ha condiviso l'alternarsi delle stagioni, lungo inverno incluso.