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Un film non deve essere perfetto

Il punto di vista radicale di Pietro Marcello, uno sguardo prezioso, che il cinema italiano dovrebbe preservare e mettere sotto tutela. Bella e perduta dal 19 novembre al cinema.
di Mauro Gervasini


mercoledì 18 novembre 2015 - Focus

«Un film non deve essere per forza di cose perfetto» dice Pietro Marcello, casertano, classe 1976. Bella e perduta, distribuito dal 19 novembre dopo essere stato in concorso al Festival di Locarno, e contemporaneamente alla sua uscita in sala preapertura di quello di Torino, non è perfetto. Almeno secondo schemi mentali convenzionali, legati a una concezione ferrea della rappresentazione e dello spettacolo, fatta di sceneggiatura, codici, regole e "narrazione".

Un punto di vista radicale quello di Marcello, ma prezioso, che il cinema italiano dovrebbe preservare, mettere sotto tutela come il FAI fa con edifici e paesaggi. Bella e perduta, dopo Il passaggio della linea (2007) e La bocca del lupo (2009), segna un metodo che supera gli steccati. Né racconto "del reale" né pura affabulazione, nonostante il registro della fiaba, con componenti fantastiche annesse, sia dominante. Inizialmente doveva essere la storia del custode della Reggia del Carditello Tommaso Cestrone, in un percorso di scoperta di una terra emblematica (quella "dei fuochi") ispirato a "Viaggio in Italia" di Guido Piovene. Durante le riprese Cestrone muore, e il film subisce una metamorfosi in corsa, assumendo il punto di vista di un bufalo maschio destinato all'abbandono e alla morte, "traghettato" dalla provincia di Caserta alle Marche (leopardiane...) da un Pulcinella, che nella tradizione napoletana è anche un po' Caronte.
Girato con pellicola scaduta e soggettive in Super16, un formato quasi preistorico, il film incide sulla propria pelle "bella e perduta" il senso morale che investe attraverso il tema del viaggio l'identità stessa del nostro paese.

Radicalità, appunto. Ma anche impatto emotivo, come quello che travolge lo spettatore guardando La bocca del lupo, oggetto anomalo, storia d'amore tra Vincenzo, ex galeotto, e Mary nella città della Lanterna. Tra filmini d'inizio Novecento, tuffi dallo scoglio di Quarto, ipotetiche e utopistiche ripartenze (i luoghi del film sono gli stessi dai quali si cominciò a "fare" l'Italia, già bella e perduta) il napoletano Marcello racconta Genova come mai nessuno prima in questo modo. Parla, Via Del Campo. E parlano i vicoli intorno. Raccontano di prostitute e sbandati, vecchi marinai ubriachi e avanzi di galera. Senza nulla di letterario, se non appunto l'afflato naturalista; e invece con un incedere rispettoso di facce e luoghi, nonostante quegli stessi reticolati urbani testimonino di un determinismo sociale spietato e feroce. La bocca del lupo è dedicato a coloro che negli anni hanno filmato e raccontato la città. Vedi Genova e poi muori. E a ritroso indietro fino all'esordio nel lungometraggio, Il passaggio della linea, che vinse nel 2008 il David di Donatello come miglior documentario. Sui treni fermi in stazione di notte, a contatto con l'umanità che vi si raccoglie, in cerca di riparo. Quasi un'altra dimensione, destinata a sparire alle prime luci dell'alba, in quell'attimo in cui tutto torna "normale".

Quando vidi la prima volta il film a Venezia, dove venne presentato nella sezione Orizzonti, pensai a J.G. Ballard. Non sorprenda: il realismo sempre "imperfetto", perché liquido e onirico, di Pietro Marcello, mi parve come la cifra stilistica possibile per raccontare su grande schermo storie ballardiane come "L'isola di cemento", vicenda di un uomo che vive suo malgrado in un dirupo autostradale, senza che nessuno si accorga di lui. Questo rimando sdrucciolevole, per un film che però almeno nel titolo si ispira addirittura a Simenon ("Le passage de la ligne"), identifica un cinema non imbrigliabile, né documentario né finzione, né genere né virtuosismo autoriale, dove il presente e il futuro sono questione di sguardo.

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