Avatar

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Un film di James Cameron. Con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Michelle Rodriguez.
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Fantascienza, Ratings: Kids+13, durata 162 min. - USA, Gran Bretagna 2009. - 20th Century Fox uscita venerdì 15 gennaio 2010. MYMONETRO Avatar * * * 1/2 - valutazione media: 3,85 su 894 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Da Aliens ad Avatar: la conversione di Cameron Valutazione 3 stelle su cinque

di Fabal


Feedback: 13149 | altri commenti e recensioni di Fabal
venerdì 20 settembre 2013

James Cameron non prova nemmeno a fuggire dal rischio di essere banale. E non solo perché gli effetti speciali gli fornirebbero, in ogni caso, un alibi di ferro: la storia infatti, nella sua prevedibilità, è comunque piacevole e suggestiva, iniettando nello spettatore alcuni brividi emotivi nelle scene di battaglia o nella tormentata conversione del protagonista. Né l’imprevedibilità rientra nelle aspettative del pubblico: la delusione ci sarebbe se alla fine vincessero i cattivi (cioè “noi” umani), se il bacio (tanto assurdo quanto scontato) di un uomo proiettato in un corpo alieno e un’aliena doc non si verificasse, se, insomma, i canoni terrestri della favola in stile classico non valessero anche per Pandora.
Il film non si pone il problema del se e perché il rito amoroso del bacio debba valere anche per gli abitanti di un pianeta distanti anni luce, né del problema della strutture e delle linee evolutive del linguaggio, troppo facilmente condiviso da umani e Na’vi: e da qui nasce la grande contraddizione di Avatar. Il protagonista, infatti, tradisce la sua razza misconoscendo il modo di fare militaresco di un’umanità evoluta solo sulla carta ma ancora colonialista e dominatrice, e al tempo stesso schiava delle sue spietate leggi di mercato; Jake arriva a rinnegarla e addirittura a combatterla perché ne detesta i suoi cliché che puntualmente si ripresentano anche su Pandora. Ma sono proprio i cliché "troppo" terrestri a consentire ad Avatar di sfoggiare i suoi elementi sentimentali, di coinvolgere lo spettatore nell’ovvio parteggiare per gli indigeni, nel preannunciare il lieto fine; pertanto il tentativo di essere “anti-umano” si rivela, in ultima analisi, poco credibile.
Anche la proposta di un culto naturalistico, rigidamente monista, non ha alcuna originalità ma ripresenta una tendenza decisamente troppo terrestre e troppo di moda: già Dan Brown aveva spopolato con le teorie di un sostrato pre - ario dedito al culto femminile della Grande Madre, e in Avatar la cosa non fa più notizia; più che di una religione verosimile per un popolo extraterrestre, il culto di Eywa sembra un tentativo di proporre un revival naturalistico tipico dell’uomo che reagisce ai suoi stessi eccessi. Utilizzare gli extraterrestri e le loro usanze per fare delle allegorie su vizi e virtù (perdute) del genere umano poteva forse essere un espediente significativo per i pensatori libertini a metà del 1600, ma nel 2010 è un perenne sfociare in allegorie elementari.

Per ricavare un giudizio positivo su Avatar occorre allora appellarsi, in primo luogo, all’abilità di Cameron di rendere comunque molto avvincente questo minestrone di stereotipi e all’obbligo che lo spettatore ha di identificarsi nella vicenda; in questo l’obiettivo è raggiunto. In secondo luogo occorre elogiare la ricchezza visiva offerta dal film, non solo per gli effetti speciali, ma anche per la bellezza di Pandora e dei suoi scenari (elogiare ma trascurando, con un gesto misericordioso, le accuse di scopiazzatura dal lungometraggio animato “Aida degli alberi”).

In un film fantasy o di fantascienza, a mio giudizio, a far emergere la bontà del lavoro è la credibilità dei luoghi: le ambientazioni, cioè, devono essere inesistenti ma verosimili, funzionare in se stesse senza il raffronto col mondo reale, e, soprattutto, devono poter apparire “normali” allo spettatore, in modo che ogni elemento si trovi a proprio agio. Perché ciò si verifichi è necessario evitare di introdurre i luoghi con atmosfere caotiche e già turbate, ma in condizioni di routine: la luna boscosa di Endor in Star Wars ne è un esempio lampante, e risulta molto in linea con Pandora, nonostante siano entrambe macchiate dall’errore di ospitare civiltà primitive geocentricamente intese, che danno per scontata la dialettica delle linee dell’evoluzione (archi, frecce e culto pseudo animistico). Errore in cui, invece, non cadono i monolitici e monocromatici Arrakis (Dune) e Tatooine.

Pandora, comunque, è credibile, molto ricco di dettagli e forma un universo perfettamente circoscritto anche senza i marines guastafeste; nel complesso riesce ad atteggiarsi come un’oasi di Paradiso ben studiata e sorretta da una bella analogia tra micro e macrocosmo. Il campionario di flora è molto vario e dettagliato; la fauna invece è un po’ meno convincente perché racchiude e rende immediatamente riconoscibili le categorie terrestri di mammiferi, rettili, uccelli, insetti, anfibi. Siamo dunque ben lontani dalla indefinibile perfezione biologica di un Alien, nonostante anche in Avatar siano reperibili alcune invenzioni visive pregevoli, come nel design degli pseudo - rinoceronti. Non eccezionale, invece, è l’invenzione visiva dei Na’vi e degli Avatar, piuttosto stereotipata nel taglio d’occhi, nelle orecchie a punta e nei fisici snelli da figurini: probabilmente tutti i registi e gli ufologi concorderanno sul fatto che l’obesità sia un problema limitato a noi terrestri.

Il regista ha anche il merito di auto citarsi senza l’obbligo della discrezione, pur cadendo nel vizietto della scopiazzatura in alcune scene iniziali: lo sbarco sul pianeta, il discorso ai marines e la mensa sono scene pressoché identiche a quelle di Aliens, così come la ispanica incazzata interpretata dalla Rodriguez non è che il clone della Vasquez, anche nel modo di morire. Per non parlare poi dello scontro finale: il colonnello si erge ad ultimo difensore della sua razza, guidando lo scatolone metallico (già visto da qualche parte…) ma stavolta il cattivo, nonché sconfitto, è proprio lui. Le similitudini sono così evidenti che non possono certo essere casuali; né occorre tirare in ballo la scelta di mobilitare Sigourney Weaver, che da sterminatrice di xenomorfi diventa qui l’emblema di una “conversione” alla quale tutto Avatar è consacrato. Le similitudini con Aliens non sono perciò copiature, ma espedienti usati dalla stesso Cameron per simboleggiare una sua personale evoluzione: nelle atmosfere claustrofobiche e artificiali di Aliens, la guerra tra le due specie è un freddo atto di sopravvivenza biologica; pertanto lo spettatore si trova a parteggiare per l’unica razza che sia in grado di manifestare qualche sentimento, cioè la propria. In Avatar, invece, la sfera sentimentale viene estesa anche (e forse solo) agli extraterrestri che diventano così il “diverso” dal quale noi uomini degenerati avremmo solo da imparare.
Avatar vorrebbe, insomma, esplicitare la conquista Cameroniana di aver interiorizzato una cosmologia meno meccanicista (in cui la specie che uccide non lo fa per istinto) e non etnocentrica, cadendo però nei limiti e nelle contraddizioni già elencate. Pertanto il tentativo riesce solo a metà, e alla fine lo spettatore ha la sensazione di dover scegliere tra Aliens o Avatar, e non di integrare due prospettive che sembrano escludersi a vicenda.

Gli altri riferimenti tirati in ballo dai detrattori del film non perdonano, ad esempio, la troppa familiarità con la trama di Pocahontas, cosa peraltro innegabile (il buon senso suggerisce di non negare mai l’evidenza); ma vorrei limitare la portata di queste accuse proprio in virtù delle considerazioni già sviluppate. Ammesso che la sceneggiatura sia davvero il risultato di 15 anni di incubazione (vogliamo crederci), rivendicare l’autenticità di Avatar non lo salva dalla sua prevedibilità, perché dimostra una volta di più i cliché idealizzati (e purtroppo molto etnocentrici) su cui si fonda la narrazione; né può considerarsi immune da questa pecca lo stesso Pocahontas, che addirittura prende spunto da una storia vera deformandola in senso fiabesco, producendo così, più che un film originale, della piatta demagogia sentimentale. E quest’ultima, anche se mi duole ricordarlo, è un fenomeno tipico degli esseri evoluti, tenuti in scacco dai sensi colpa e non più dalle necessità della sopravvivenza; non certo dei primitivi per i quali il motto è Primum vivere. Pocahontas può comunque contare sull’alibi di essere un cartone animato della Disney, al quale si può concedere un impianto favolistico. In Avatar invece, che apre con quella che vorrebbe essere una probabile evoluzione umana, testimoniata da veicoli, armi e tecnologie all’avanguardia, questa concessione non può essere fatta; e così io mi trovo a scegliere Aliens ma, sia chiaro, solo per la sua maggiore credibilità. Come già detto, infatti, Avatar è molto avvincente e non può non coinvolgere: i ritmi sono sempre sostenuti, smarrendosi soltanto in alcune sequenze centrali, ma riescono pienamente a legittimare la lunga durata del film.
Ed è superfluo richiamare le suggestioni degli effetti speciali; meno lo è, forse, citare il discorso che Jake in formato Avatar fa agli indigeni incitandoli alla resistenza: è vero, anche in questo caso è tutto già visto, ma ciò non inficia sull’entusiasmo spontaneo generato nello spettatore. Insomma, il pubblico ha di che emozionarsi, e Cameron ha di che fregarsi le mani per un film che è già il primo della storia per incassi.

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