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Avatar: Joe Letteri continua a svelare i mille segreti del film

Nuove curiosità sul film di Cameron.
di Gabriele Niola

I Na'Vi non sono gli unici personaggi digitali di Avatar
Joe Letteri . Autore effetti nel film di James Cameron Avatar.

lunedì 1 febbraio 2010 - Incontri

I Na'Vi non sono gli unici personaggi digitali di Avatar
Pensavamo di sapere tutto e non sapevamo niente. Ospite al Future Film Festival di Bologna, Joe Letteri, la punta di diamante della WETA e il responsabile degli effetti speciali di Avatar, racconta il making di un film sulla cui produzione già si è scritto di tutto ma che non finisce mai di stupire. Un film per il quale erano necessarie in media 3 settimane di rendering (il processo di finalizzazione che applica tutti gli interventi all'immagine al massimo della risoluzione) per ogni scena.
Salta fuori che l'acqua del fiume in cui cade Jake sotto forma di Na'Vi è finta, digitale di un digitale che così reale non lo si era mai visto prima. Salta fuori che, sebbene non se ne sia accorto nessuno, non solo i Na'Vi ma anche alcuni uomini nel film sono digitali e che la scena finale (senza fare spoiler), che in tanti hanno lodato come abbraccio di attori in live action con attori in performance capture, in realtà non è proprio così. E salta fuori infine che il film perfetto, dove le tecnologie consentono l'impossibile senza che nessuno noti la mano artificiale, è pieno di imperfezioni ed errori: "Riesco a vederli tutti, dal primo all'ultimo ogni volta che guardo una scena" risponde Letteri stesso, ma quando interrogato su quali siano queste imperfezioni che nota solo l'occhio di chi ci ha lavorato si barrica dietro dei vaghissimi "Adesso su due piedi non ricordo e poi non saprei spiegarli...".

La più grande innovazione del film è unire i due mondi
L'idea di James Cameron era di dare vita ad una nuova forma di cinema" è quasi con ingenuità che Joe Letteri racconta il sogno di James Cameron e la sua allucinante ambizione "Aveva già lavorato in live action come del resto con effetti speciali e voleva arrivare ad un livello in cui non ci fosse più distinzione tra le due cose, un mondo che contenesse il reale e il fantastico in un'unica realtà. Dunque noi abbiamo creato un processo che consentisse al virtuale di essere reale".
Detto fatto, così viene descritta la virtual camera, la nota soluzione con la quale una volta registrata la performance degli attori il regista può muoversi nella scena vedendo nello schermino della videocamera ciò che è successo già in versione "avatar" (con i personaggi digitali al posto di quelli reali e gli sfondi finti al posto della stanza vuota), a detta di Letteri in assoluto l'innovazione più importante di tutto il lungo processo di creazione del film.
Questo fa si che dobbiate avere anche voi un direttore della fotografia? "No no, noi abbiamo in replica tutti i comparti della troupe. Alla WETA c'è il direttore della fotografia, lo scenografo, la costumista ecc. ecc. tutti al lavoro sulle ricostruzioni digitali". E come vi raccordate con quanto si fa sui set reali? "C'è James Cameron che segue tutto e poi chi lavora alla parte live action ci dà indicazioni che noi seguiamo fino ad un certo punto. Giusto perché non ci siano diversità di stile".
Ma è vero che l'abbraccio tra umani e Na'Vi, il momento in cui umano e digitale si uniscono senza che si percepisca la differenza, non è tale? "Non esattamente. Il punto è che l'interazione tra vero e falso è difficilissima perché, ad esempio, le due entità si proiettano le ombre a vicenda e in un film in 3D queste non si possono disegnare come si farebbe in una produzione 2D, il risultato sarebbe eccessivamente piatto. Per questo in certi momenti di quella scena abbiamo dovuto sostituire l'attore [Worthington] o alcune sue parti con una controfigura digitale. Si tratta proprio di pochi secondi sparsi qua e là". E' stato l'unico caso di controfigura digitale per personaggi umani? "Devo dire di no, in certe scene alcuni attori sono in realtà la loro controparte digitale. Accade ad esempio con il colonnello Quaritch nella lotta finale, quando è nell'esoscheltro. Sarebbe stato troppo rischioso far fare ad un umano quei voli".

Come dare vita ai personaggi digitali
Parlando di 3D e di performance capture il discorso cade facilmente su Zemeckis e il suo A Christmas Carol, film girato con tecniche simili ad Avatar nel quale pupazzi digitali si muovono con le movenze prestate loro da attori reali. Ma Letteri non è d'accordo sulle somiglianze: "Il palco virtuale [la zona dove gli attori recitano con le tute per la cattura dei movimenti] deve essere come un vero palco, cioè un luogo dove dare vita ai personaggi e non solo un punto dove raccogliere dati. Per rendere un personaggio davvero reale occorre lavorarci davvero sopra non basta avere i movimenti".
Nonostante il mostruoso lavoro di cattura dei dati e di animazione dei personaggi virtuali secondo Letteri c'è di più. Eppure loro per Avatar sono partiti dalle ossa, dallo scheletro e da come queste siano connesse le une con le altre e poi i muscoli, ogni personaggio può essere visto senza pelle così che ogni muscolo muovendosi generi reazioni in quelli adiacenti come nella realtà. Non è come i pupazzi di plastilina che mossi dall'esterno assumono una certa espressione, le creature digitali della WETA si muovono da dentro come gli uomini. Eppure non basta secondo Letteri, ci vuole l'attenzione al personaggio.
Un esempio? "La luce. Noi percepiamo i dettagli delle cose a livello diverso e a volte a livelli dettagliatissimi, perché l'occhio umano cattura la luce da tutte le parti, quindi quello che abbiamo voluto fare per i Na'Vi è stato di ripetere il funzionamento degli occhi umani, cercando di mostrare che la luce che si rifrange nell'ambiente viene poi anche assorbita correttamente dai loro occhi".
E questo discorso sulla luce immagino si replichi per tutti gli altri elementi "Abbiamo fatto un lavoro particolare per capire bene come rimbalzi sulle cose del mondo, come si sparga e come venga assorbita dagli essi a seconda della fonte da cui proviene. In precedenza l'illuminazione in CG era fatta come se si fosse su un palco con dei fari, noi invece abbiamo utilizzato quello che chiamiamo Spherical Harmonix, cioè ogni oggetto sa come rapportarsi con gli altri oggetti del mondo e con ognuno la luce si relaziona in una maniera diversa a seconda di dove si trovi nella scena. Tutto automaticamente, ogni oggetto sa da sè come ricevere la luce. Il risultato è che se sceglievamo di ambientare la scena in un punto o in un altro era come cambiare effettivamente luogo nel mondo reale, perché la luce da sola cambiava al volo senza doverla reimpostare".

Gallery


Sam Worthington (Samuel Worthington) (42 anni) 2 agosto 1976, Godalming (Gran Bretagna) - Leone. Interpreta Jake Sully nel film di James Cameron Avatar.
Come dare vita ai personaggi digitali
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