| Anno | 2005 |
| Genere | Avventura |
| Produzione | USA |
| Durata | 126 minuti |
| Regia di | Robert Rodriguez, Frank Miller (III), Quentin Tarantino |
| Attori | Bruce Willis, Mickey Rourke, Jessica Alba, Clive Owen, Nick Stahl, Powers Boothe Rutger Hauer, Elijah Wood, Rosario Dawson, Benicio Del Toro, Jaime King, Devon Aoki, Brittany Murphy, Michael Clarke Duncan, Carla Gugino, Alexis Bledel, Michael Madsen, Tommy Flanagan, Rick Gomez, Christina Frankenfield, Cara D. Briggs, Jude Ciccolella, Jeffrey J. Dashnaw, Jesse De Luna, Jason Douglas, Frank Miller (III), Randal Reeder, Nick Offerman, Josh Hartnett, Marley Shelton, Arie Verveen. |
| Uscita | mercoledì 1 giugno 2005 |
| Tag | Da vedere 2005 |
| MYmonetro | 3,69 su 25 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 18 maggio 2018
Dall'osannato fumetto di Frank Miller, arriva la versione cinematografica di Sin City, diretta da lui stesso con l'aiuto di Rodriguez e il "patrocinio" di Tarantino. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award, In Italia al Box Office Sin City ha incassato nelle prime 12 settimane di programmazione 4,1 milioni di euro e 1,6 milioni di euro nel primo weekend.
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Sin City è una città nera, dove la notte non tramonta mai, abitata da una schiera di personaggi più cupi della notte stessa. Tutti cattivi, ognuno a modo suo: Marv, tenero bestione con un talento creativo per la sofferenza altrui; Kevin, ragazzo emotivo che ritrova la serenità divenendo uno spietato divoratore di esseri umani; la sua abietta guida spirituale il cardinale Roark, padrone della città; Dwight, fascinoso criminale che asseconda il suo destino e dispensa morte a piene mani; Gail, sua amata e regina delle prostitute che governano la città vecchia, donne che danno grande piacere, se si paga bene e si sta alle regole, o grande dolore, se si va oltre il seminato; un bastardo giallo, che violenta e mangia bambine impunito, coperto dal mostro suo padre che è anche Senatore della città, e contrastato solo da Hartigan, uno sbirro sul viale del tramonto disposto ad una carneficina per fermarlo e salvare Nancy, timida ballerina di lap dance.
Esseri che hanno poco di umano, anime nere che anneriscono il già nero skyline della città del peccato. E in mezzo a tutto questo nero, ogni gesto fuori dal piano regolatore che la morte stessa sembra attuare, brilla di un vivido accecante: il grande cuore rosso di Goldie, il sangue scarlatto versato in olocausto e quello giallo per la catarsi di Hartigan, occhi verdi, azzurri e d’oro che sono l’unica traccia di un’anima dietro le armi.
Dopo alcuni mezzi e mal riusciti adattamenti da lui supervisionati, Frank Miller si decide finalmente a mettere il suo nome a corredo di una sua storia trasposta dal fumetto alla pellicola. Per chi conosce Miller, questa è la fine di un’attesa durata vent’anni; per chi non sa chi sia, perché magari pensa che i fumetti siano roba da bambini, basti dire che Frank Miller è, semplicemente, indiscutibilmente, il re del noir degli ultimi venti anni, a prescindere da ogni disciplina artistica, artigianale o d’intrattenimento che si voglia considerare. Se questo film fosse uscito nel 1991, quando cioè è nato, con stile molto cinematografico, sulle pagine della Dark Horse Comics, oggi il linguaggio cinematografico sarebbe diverso da come lo conosciamo: per esempio, non sarebbe affatto doveroso fare una citazione dietro l’altra, ma si racconterebbero storie che iniziano coi titoli di testa e finiscono coi titoli di coda.
Oggi Miller, che da qualche anno non sforna più capolavori di carta, si è fatto dei compagni di merende: Tarantino e Rodriguez, due tipi in gamba che sanno benissimo quanto grande sia il debito che hanno col maestro. Dal primo si è fatto spiegare un po’ di marketing, dal secondo come si accende la macchina da presa, ha ripescato uno dei tanti suoi soggetti eccelsi del passato e ne ha fatto un film magnifico. Se la prossima volta il signor Miller avrà il coraggio di fare tutto da solo, e avrà premura di scrivere come sa fare, potremmo davvero trovarci di fronte ad un nuovo Anno Zero del cinema d’azione. Altro che Pulp Fiction...
L'impatto con Sin City è devastante. E dev'esserlo per forza, visto che la prima sequenza, è quella che Robert Rogriguez girò in modo autonomo per mostrala in seguito a Frank Miller e convincerlo a fare il film. Sin City è lì, nei primi dieci minuti, sfolgoranti ed indimenticabili. E, fortunatamente, anche nei centosedici che seguono...
La sedicente e atipica coppia al timone di questa nave fintamente alla deriva, utilizza il film come discarica: dentro ci si può trovare davvero di tutto, il male viene declinato in ogni modo possibile e la messa in scena cruda e diretta mescola carne e sangue, sesso e violenza, bianconero e macchie impazzite di colore, dialoghi hardboiled, sbirri corrotti, puttane dal cuore poco tenero, un universo di eroi improbabili, che permettono al duo di vincere (quasi) del tutto una scommessa che in molti avrebbero data per persa in partenza.
Il fascino che promana dalla pellicola è travolgente: impossibile non farsi coinvolgere dalle tre storie viscerali e trascinanti, mixate da Rodriguez ma graziate dall'impronta di Miller al 100%, che narrano le gesta di Marv, Dwight, Hartigan, e del machiavellico intreccio di amore e morte, sullo sfondo di Basin City, città dolente, crepuscolo di sogni e speranze di un manipolo di antieroi e personaggi in cerca d'autore.
Sin City (il film) E' Sin City (il fumetto): in ogni dettaglio, in ogni sfumatura. Traduzione, non adattamento. Copia pedissequa, non "ispirata a".
Il rischio che l'estetica, settata al diapason, della pellicola, finisca per annientare il senso critico dello spettatore, è quasi inevitabile. Epatèr le bourgeois sempre e comunque, dettando lezioni di stile e utilizzando la tecnologia bluescreen in maniera finalmente diversa dal solito: ecco l'obiettivo centrato da Rodriguez che, indossati nuovamente i panni dell'innovatore, propone una nuova idea di cinema, un linguaggio fresco e spontaneo, unendo i pregi della produzione "indipendente", ai vantaggi del blockbuster d'autore.
Il cast, ottimo ed abbondante, tracima dal film come un fiume in piena dagli argini (non per niente, per la prima volta, al capo del casting è lasciata la seconda posizione nell'ordine dei titoli di testa): difficile e inutile sforzarsi a trovare un attore o un attrice migliore degli altri.
Il livello medio è altissimo tanto da permettere ad eterne incompiute come Carla Gugino (unico nudo, e che nudo, in tutto il film) di inserire la propria performance nel taccuino delle esperienze da ricordare. La coesione del gruppo e la sua splendida coralità segna una tacca importante a favore di Rogriguez che, come l'amico/complice Tarantino, sa plasmare a suo piacimento materiale grezzo (Murphy, Dawson, Alba), ed altro, già segnato dal tempo e dall'esperienza (Rourke, Willis, Hauer). Molto valide, anche perché decisamente "altre" rispetto ai canoni loro consueti, le performance dei due "bastards" Stahl e Wood.
Rodriguez costruisce un mondo in-credibile, popolato dai villain affascinanti e storie ad alto tasso di emotività, ma soprattuto riesce a mantenere in vita tutti quegli elementi che normalmente, avrebbero fatto gettare la spugna a molti altri registi: il particolare tipo di dialoghi, i tagli veloci da immagine a immagine, iperrealisti e prossimi ad un sogno febbrile. Nel film confluisce la grande tradizione della cultura pop americana del racconto pulp e si unice con il mito del giallo a tinte fosche ed il noir degli anni '40 e '50. Donne voluttuose e dall'animo di ferro e uomini indistruttibili ma al tempo stesso fragili e pieni di incertezze: siamo all'anti-Hollywood.
Infine, detto fuori dai denti, Sin City è divertentissimo, dall'alto della sua grottesca esagerazione e rappresentazione dell'ultraviolenza, talmente assurda e fuori parametro da risultare catartica e liberatoria.
Film perfetto quindi? No, un paio di difetti ce li ha anche Sin City...
Rodriguez, artista tuttofare, rinnega quasi totalmente la sua idea di cinema, fatta di azione pura e ritmo frenetico, indiavolato, selvaggio che aveva contraddistinto opere come Dal Tramonto all'alba per sposare, senza accordo prematrimoniale, la fedeltà assoluta al fumetto di Miller, scelta che, pur rappresentando il non plus ultra per gli appassionati della china e della pagina frusciante, potrebbe risultare più ostica ai cultori dell'immagine in movimento. Lo iato, enorme, esistente tra i due mondi, appare in Sin City in tutta la sua evidenza: fumetto e cinema possono convivere felici, ma il matrimonio rischia di diventare turbolento.
Preoccupato di fornire ai personaggi baloons e spazi in quantità, il regista satura ogni spazio libero della pellicola con descrizioni, battute, monologhi che raccontano Sin City ed i personaggi che vi vivono in maniera quasi più dettagliata di quanto non riesca a fare l'obiettivo della telecamera.
Il problema è che, causa una voce fuori campo perennemente presente e fin troppo loquace, il ritmo, in certi frangenti, subisce un drastico calo che comporta una maggiore fatica nella visione e non tutte le due ore del film scorrono lisce come avrebbero potuto.
Sublime, davvero sublime, finalmente, il doppiaggio e l'adattamento in italiano, elemento cruciale in un film in cui si finisce storditi dal fiume di parole sparate a raffica dai protagonisti: dopo tante prove opache, le nostre voci tornano a livelli decorosi.
Sin City, è ormai chiaro, non è un film come gli altri e in quanto tale, non può essere valutato o criticato con piena cognizione di causa. Non va visto, ma vissuto. E' un nuovo incipit (speranza?), una prima pietra miliare di un percorso che si annuncia tortuoso e irto di ostacoli, il primo vagito di un cinema appena nato e già scalciante che, se produttori e registi avranno il coraggio di supportare, potrebbe dare altre enormi soddisfazioni nel prossimo futuro.
Del resto, anche il più lungo dei viaggi, comincia sempre con un passo. E questo è quello giusto.
Sin City trova ragione d'essere in se stesso, in se stesso vive e in se stesso si esaurisce. Abbandonate tutte le aspettative costruite sul "già detto". Durante la visione lo spettatore è come una tavola da surf "opportunamente trattata" e poi gettata in un mare che stordisce, disorienta, stanca per la sola violenza delle sue onde. Poi, all'improvviso, dopo 2 ore e 3 minuti di burrasca, arriva il sole: i titoli di coda. Il film finisce e con lui l'incubo di questa città fumetto frutto di tre menti inquietantemente visionarie (Miller, Rodriguez, Tarantino). Con il sole, si vede tutto più chiaramente, il ricordo di Sin City è sempre più lontano, così lontano da sembrare un miraggio. Sin City è un luogo oscuro, perennemente in corsa verso la salvezza. E' il regno della violenza, del crimine e del peccato, un luogo popolato da prostitute che fanno capitolare gli uomini a colpi di armi e di bronci. Le donne qui sono creature della notte che camminano nell'infinito etere avvolte da un velo di peccaminosa essenza. Gli uomini sono supereroi, incrollabili, invincibili ma intimamente vulnerabili. Il loro tallone di Achille? L'amore. Vissuto, consumato, assorbito da ogni fibra profonda. E' lui, l'amore, l'unica salvezza, la redenzione, la giusta conclusione di una vita, il motivo per cui un vecchio uomo muore (ma) una giovane donna vive (grazie al suo sacrificio).
Diretto e Violento. Nulla a che fare con quella spazzatura di the spirit. Grande film con grandi interpretazioni di un ottimo cast perfetto e interprete di personaggi depravati e schizzati. Ottimo Willis, grandissimo Rourke, efficacissimi Owen e del Toro, Wood da paura e brave anche tutte le ragazze tra tutte Dawson. Unico film che mi piace di Robert Rodriguez, raddrizzatosi quanto basta grazie all'appoggio [...] Vai alla recensione »
Violento, grottesco, sessista, privo di morale, eccessivo, anche un po’ cafone, con una serie di personaggi fuori di testa, killer mostruosi, biondine pericolose, puttane armate fino ai denti, tirapiedi troppo colti, cannibali, vescovi corrotti, troppe teste separate dai corpi, troppi arti smembrati, teste che parlano anche da morte. Possiamo dire quello che vogliamo.