| Titolo originale | Mononoke-Hime |
| Anno | 1997 |
| Genere | Animazione, |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 133 minuti |
| Regia di | Hayao Miyazaki |
| Attori | Billy Crudup, Billy Bob Thornton, Minnie Driver, John Di Maggio, Claire Danes John De Mita, Jada Pinkett Smith, Gillian Anderson, Keith David, Corey Burton, Tara Strong, Sherry Lynn, Marnie Mosiman. |
| Uscita | giovedì 4 giugno 2026 |
| Tag | Da vedere 1997 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,28 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 4 dicembre 2025
Una principessa guerriera lotta per difendere la sua foresta. Al Box Office Usa Principessa Mononoke ha incassato 6,8 milioni di dollari .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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In seguito allo scontro con un animale posseduto da un demone il principe Ashitaka viene contaminato da una maledizione mortale. Si mette dunque in viaggio per scoprirne l'origine e chiedere una cura al grande Dio Bestia, l'unico in grado di guarirlo. Arrivato nelle regioni da cui proveniva la bestia scopre una guerra tra uomini e una forma primitiva di animali della foresta, giganti, senzienti e aiutati da quella che chiamano la Principessa Spettro, una ragazza cresciuta dai lupi che ha rinnegato gli uomini. Dall'altra parte gli uomini, capitanati da Lady Eboshi che gestisce con amore, giustizia e pietà il suo villaggio di fabbri, vogliono lavorare la montagna e abbattere gli alberi per poter estrarre il ferro (fonte di ricchezza). In mezzo un gruppo di monaci cerca di fomentare gli uomini ad uccidere il Dio Bestia e rubarne la testa perchè, si dice, fornisca l'eterna giovinezza.
Il più avventuroso e apparentemente il più canonico film di Hayao Miyazaki è stato quello che l'ha reso definitivamente famoso in Occidente anche presso il grande pubblico, il primo distribuito in America da una grande major.
Arrivò in Italia in un'edizione tradotta molto male che ne modificava il senso, la lingua e alcune frasi semplificandolo per renderlo più comprensibile ai bambini. Ora che i diritti li ha acquisiti la Lucky Red ritorna al cinema ritradotto e ridoppiato. Il risultato è oltre ogni immaginazione e si può parlare per molti versi di un altro film, lontano da molte cose che pensiamo appartenere a Miyazaki (certi dialoghi impressionano per efferatezza) e dotato di un'aulicità nel registro parlato che ne modifica l'aria generale.
Anche in italiano dunque possiamo finalmente apprezzare questo film d'avventura in cui la morte sembra essere continuamente pronta ad arrivare per colpire con grande violenza e nel quale il concetto di conflitto viene declinato in tutte le sue possibilità (uomini contro uomini, uomini contro natura, animali contro animali).
Però là dove La principessa Mononoke impressiona è nella maniera in cui si allontana da tanti luoghi comuni dell'animazione stessa (gli animali parlano ma senza essere antropomorfi, non hanno espressioni umane nè muovono la bocca come farebbero in un film Disney, mantengono la dignità dei loro veri movimenti), travalicando la propria endemica immaterialità e riuscendo a donare pesantezza e concretezza ad ogni persona, come si capisce quando San è colpita da un fucile sulla maschera o vedendo la massa in movimento dei cani selvatici o infine dalla spettrale leggerezza dei guerrieri travestiti da cinghiali. Si tratta a tutti gli effetti dell'equivalente animato del miglior uso possibile dei corpi nel cinema dal vero. Ma ancora più fuori dai canoni in questa storia ci sono due protagonisti uniti da un sentimento strano, intenso ed improvviso eppure diverso e superiore al consueto "amore da film" cui siamo abituati.
San e Ashitaka potrebbero unirsi (come suggerisce a lei la madre-lupo) ma non è mai chiaro se accadrà, perchè uno rappresenta la razza umana e l'altra è la natura, il loro rapporto è di inevitabile amore ma di difficile unione.
Più in profondità però La principessa Mononoke fonde mitologie differenti tra loro cercando di mettere a frutto ad un livello superiore di scrittura l'importanza che il contesto esotico ha nel cinema d'avventura. In questa grande storia di un conflitto epico nel quale due individui si incontrano e cercano disperatamente di rimanere uniti, la natura di luoghi remoti (fondamentale nei racconti avventurosi) è parte in causa, diventa una fazione con sue volontà e sue idiosincrasie (si veda la follia dei cinghiali che mette in pericolo tutti). Dall'altra parte Ashitaka è un eroe solitario che viene dalla tradizione americana e western (ampiamente imparentata con quella giapponese del cinema di samurai): arriva da un altro luogo e cerca di risolvere tutto senza parteggiare per nessuno. Sono quindi profondamente diversi tra loro i due protagonisti e il film non ne fa mistero, sembra volerli unire rendendosi conto però della loro intima lontananza, risultato che forse è la più profonda e clamorosa conquista della narrazione audiovisiva miyazakiana. È infatti a partire dalle immagini che il film li avvicina (la rivelazione dell'amore da parte di Ashitaka in fin di vita) e li allontana (mostrandoli sempre ad una certa distanza l'uno dall'altro).
Capace come suo solito di non parteggiare per nessuno, spiazzando nella maniera in cui nega le consuete contrapposizioni granitiche che conosciamo tra buoni e cattivi, questa volta l'unione di un dinamismo non comune nell'animazione (la vera conquista e lo specifico irripetibile del cinema di Hayao Miyazaki sono i movimenti dei suoi personaggi) e di una narrazione che rifiuta di dare allo spettatore ciò che si aspetta è così travolgente da riuscire nell'ardua impresa di empatizzare con tutte le parti in causa senza peccare mai in coerenza.
Prima uscita in Italia giovedì 8 maggio 2014.
Ashitaka, un giovane guerriero della dinastia Emishi, è costretto ad uccidere un cinghiale-demone diventato pazzo a causa di una ferita di arma da fuoco. Ferito dall'animale, il giovane deve lasciare il suo villaggio per evitare ai compaesani la maledizione del Demone e, a causa dell'avvelenamento ricevuto, è destinato ad una morte certa. Durante il suo viaggio si imbatte nella giovane San, allevata dai lupi e chiamata Principessa Mononoke,e nei suoi nemici umani, guidati da Lady Eboshi, volitiva leader di un villaggio che basa la sua esistenza sulla fabbricazioni di armi da fuoco, la quale ha come obiettivo la distruzione delle foreste abitate dai lupi e dagli altri animali cari a San.
È chiaro che non si è di fronte ad una semplice favola di stampo disneyano: Principessa Mononoke è una storia di valori, di magia, di crescita. È una rappresentazione a volte crudemente realistica, tuttavia ricca di quella filosofia e poesia tipiche del popolo del Sol Levante. Mononoke è il film della svolta per Miyazaki: nonostante molti temi trattati siano usuali nella sua cinematografia, come l'attenzione all'ambiente, le difficoltà dell'uomo in un epoca di cambiamenti, il rapporto tra progresso e natura e il ruolo centrale che hanno nella storia i personaggi femminili, Mononoke colpisce per la crudezza di alcune situazioni e per il generale pessimismo che promana dal film.
Lontano anni luce dal Giappone ipertecnologico e caratterizzato dalle stramberie che fanno sorridere (a torto) gli occidentali, il sol levante di Miyhazaki è un luogo pregno di spiritualità che è sempre messa a rischio dai gesti degli uomini. Mononoke è stato un film storico anche dal punto di vista commerciale: ha incassato l'equivalente di 150 milioni di dollari nel solo Giappone ed ha riscontrato un buon successo di pubblico e critica anche negli Stati Uniti.
L'azione si svolge in un Giappone in età medievale (le armi da fuoco sono una novità recente) quando ancora il capitalismo era solo nella sua fase embrionale. Nonostante il grande divario temporale tra i giorni nostri e l'epoca in cui è ambientato il film, questo anime, diretto dalla grande mente nipponica di Miyazaki, manda messaggi chiari alla società e ai cittadini [...] Vai alla recensione »
È forse il film bellico di Hayao Miyazaki. Tra visioni, incubi e la presenza continua della morte come spettro opprimente. Non ci sono più le ombre che si affacciano in maniera leggera, poetica come nel caso della malattia della madre delle due bambine in Il mio vicino Totoro. In Principessa Mononoke la morte mostra direttamente il suo volto nella furia devastatrice con cui devasta il paesaggio, negli alberi abbattuti dalle persone del villaggio di Lasy Eboshi che estremizza uno dei temi ricorrenti del cinema del regista giapponese, il conflitto uomo-natura che in questo film non è più pacificato ma anzi è estremizzato in tutta la sua drammaticità. In più c’è la presenza del sangue, la follia e insieme la bellezza sul volto della “principessa spettro” San nella sua prima inquadratura e la ferita al braccio da cui è stato infettato Ashitaka nello scontro con il dio maligno che sembra condannarlo a una fine imminente.
In parte è anche un jidai-geki (dramma storico in costume). Così Miyazaki può dialogare direttamente con Akira Kurosawa. I continui passaggi di Ashitaka nei territori nemici, che possono essere sia quelli appartenenti agli umani della Città del Ferro, sia le divinità (il Dio-Bestia), sia il bosco dove è rifugiata San con i cani selvatici rimandano direttamente a La fortezza nascosta, dove l’avventura e il senso del pericolo contribuiscono a creare in entrambi i casi un ritmo vertiginoso.
Si, Principessa Mononoke, può essere visto come un film di guerra spettacolare. Non attraversa il cielo come Porco rosso, non c’è la città volante di Laputa – Castello nel cielo e il viaggio nel cielo notturno con Totoro che trasporta Satsuki e Mei in Il mio vicino Totoro, ma già nella sequenza iniziale del cinghiale-demone che insegue Ashitaka c’è quella spinta verso una drammatica fuga dove il protagonista potrebbe liberarsi in aria. Oppure c’è un'altra scena fondamentale in cui Ashitaka guarda il bosco dall’alto. Potrebbe precipitare di sotto. Alle spalle ha Moro, il cane selvatico madre adottiva di San. C’è tutta la vertigine dello spazio che potrebbe inghiottire il ragazzo. Ma ecco che proprio in quel momento, la magia di Principessa Mononoke mostra invece i suoi frammenti vitali, le aperture verso il futuro attraverso un disegno pieno di dettagli ma in cui si intravedono i segni della fragilità dei movimenti perché anche da un punto di vista grafico le azioni dei personaggi fanno vedere le loro incertezze, la paura ma anche la speranza.
Ci sono i segni di vita. L’acqua e il fuoco. La luce gialla e verde tra gli alberi. La pioggia. La possibilità di un amore comunque impossibile ma che riesce a far intravedere sotterranee traiettorie sentimentali. Miyazaki guarda ancora a uno dei suoi punti di riferimento come Osamu Tezuka, il “padre dei manga”. San ha nel DNA tracce di Astro Boy. Non è meccanico come lui ma è una creatura non più umana che però conserva sentimenti e istinti umani. Ed è dai suoi personaggi, insieme che alle storie, che nel cinema di Miyazaki tornano a risplendere quelle forme di vita dopo che tutto poteva essere distrutto, soprattutto nel momento in cui è stata tagliata la testa al Dio-Bestia.
Principessa Mononoke è il Titanic di Hayao Miyazaki. Oltre ad essere uscito nello stesso anno del film di James Cameron, è stato anche uno dei più grandi successi commerciali al box office dello studio Ghibli. Ma è proprio la sua dimensione kolossal ad accomunarlo al grandissimo film del cineasta statunitense. C’è una ricchezza di forme, colori, inventiva, ancora oggi stupefacente. Principessa Mononoke è stato il primo film di Miyazaki a utilizzare la computer grafica in alcune scene, anche se per la maggior parte del film è composto da disegni fatti a mano e circa la metà sono dello stesso regista.
Ancora oggi, dopo 25 anni, è un’opera complessa, stratificata, che fonde la tradizione (la storia e la leggenda del Giappone), con la modernità. Offre diversi piani di lettura, di visione, per ogni tipo di pubblico. Però poi, come in gran parte della sua opera, apre porte su altri universi, lascia interagire con altre entità che sembrano osservare da fuori la vita dei protagonisti ma poi entrano in contatto con loro come i kodama, gli spiriti degli alberi. Nel momento in cui entrano nel film e poi si moltiplicano, creano uno stato sospeso, tra la realtà e la dimensione onirica che entra nella storia e poi la avvolge. Principessa Mononoke è sotto questo aspetto uno spartiacque decisivo tra il cinema precedente e quello successivo di Miyazaki. Già da La città incantata, tutto il film può essere solo un sogno lunghissimo e ininterrotto.
Nell'ambito della carriera di Hayao Miyazaki, e più in generale nella produzione dello Studio Ghibli, un'opera come Principessa Mononoke occupa sicuramente un posto di primaria importanza. Un posto che il pubblico "generalista" italiano non sempre è stato disposto a riconoscergli, anche a causa di una prima distribuzione cinematografica breve e infedele nell'adattamento - per opera di quella che allora, [...] Vai alla recensione »