Con cinquanta euro in tasca, in fuga dai fantasmi, Damian fugge a Roma. Riuscirà a rifarsi una vita o sarà inghiottito dall’inferno di Termini? Un cinema che ascolta il dolore senza pietà né retorica, celebrando fragilità, legami invisibili e una tregua col mondo. GUARDA IL FILM »
di Alberto Libera
San Damiano di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes si apre con una poesia di Alda Merini, dalla raccolta "Francesco. Canto di una creatura": «Chi ha detto, amico e fratello / che devi morire fra mille tormenti? / Sai che il tormento è una voce? Sai che il dolore canta?»
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Non è un semplice prologo letterario, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti: San Damiano nasce sotto il segno di un dolore che non chiede pietà, ma ascolto. E infatti il film non guarda mai i suoi personaggi dall’alto né li riduce a emblemi della marginalità urbana; al contrario, si avvicina a loro, lasciando che le ferite parlino, che il disagio prenda forma di racconto, che l’esistenza – anche la più precaria – rivendichi il diritto di essere celebrata.
Al centro c’è Damian, trentacinquenne polacco arrivato a Roma senza nulla, che trova rifugio su una torre delle Mura Aureliane nei pressi della Stazione Termini. Un luogo liminale, sospeso tra rovina storica e presente abbandonato, che diventa spazio mentale prima ancora che fisico.
Damian non è solo un senzatetto: è un uomo attraversato da slanci vitali, sogni artistici, desiderio d’amore, improvvisi cedimenti. Attorno a lui si muove una piccola comunità di invisibili, fatta di legami intermittenti, solidarietà improvvise e conflitti inevitabili.
Sassoli e Cifuentes scelgono di abitare questo mondo senza filtri consolatori, accompagnando Damian nel suo oscillare continuo tra apertura e chiusura, fiducia e paranoia, tenerezza e rabbia.
Il film nasce da un’esperienza diretta di volontariato e si sviluppa come un gesto di immersione totale: la macchina da presa non osserva, ma condivide; non registra, ma partecipa. Questa prossimità produce un cinema esposto, vulnerabile, in cui anche il ruolo dei registi viene messo in discussione.
San Damiano non cerca mai la feticizzazione della povertà né indulge in un’estetica del degrado: ciò che conta è il tempo passato insieme, la durata degli sguardi, l’attesa, l’imbarazzo, la frattura improvvisa. La fragilità mentale di Damian non viene edulcorata né spiegata: resta lì, opaca e inquieta, come una presenza che interpella lo spettatore.
Progressivamente, il film si trasforma in una riflessione più ampia sul concetto di salvezza. Se lo stesso titolo richiama la figura del santo, qui tuttavia non c’è alcuna redenzione miracolosa o una parabola edificante. C’è piuttosto una tregua, temporanea e instabile, tra l’individuo e il mondo, tra il dolore e la possibilità di essere riconosciuti (non solo Damian, ma tutte le persone di cui si seguono le vicende, a partire dalla tenera e coriacea Sofia, sono figure indimenticabili).
In questo senso, San Damiano è un film profondamente politico eppure mai programmatico: racconta l’esclusione non come condizione eccezionale ma come parte integrante del nostro presente.
Così, in questo dolente contesto di degrado urbano, i due registi non offrono risposte: si limitano – e non è poco – a restare accanto alle persone. Ad ascoltare quella voce che il dolore, come scrive Alda Merini, non smette mai di intonare.