Da Il nome della rosa a Non ti muovere, ecco i libri premiati che sono stati adattati per il grande schermo.
di Pino Farinotti
Donatella Di Pietrantonio ha vinto il Premio Strega col romanzo "L’età fragile". I cinque competitor finalisti erano: Dario Voltolini ("Invernale"), Chiara Valerio ("Chi dice e chi tace"), Raffaella Romagnolo ("Aggiustare l’universo"), Paolo di Paolo ("Romanzo senza umani"), Tommaso Giartosio ("Autobiogrammatica"). "L’età fragile", edito da Einaudi, è la storia di Amanda che torna a casa, in quel paese dalle parti di Pescara, che ha sempre odiato. Ma la vita la riporta lì. Sua madre, Lucia, che la conosce alla perfezione, vuole proteggerla, rassicurarla, a costo di soffocarla, ma la donna conserva un segreto che non può tenere per sé. Su un terreno che appartiene da generazioni alla famiglia è successo qualcosa di terribile. Ed è in quel posto che il tempo agisce e scopre le storie.
Per Amanda è l’ennesimo dolore, perché è proprio là che, adolescente, ha vissuto i momenti più belli. Adesso il destino è pronto a dettare le conseguenze.
L’incipit del romanzo è già un’istantanea, una premessa che, a saperla leggere racconta già molto di quello che sarà il corpo della vicenda.
“Il disordine che trovo al mattino mi ricorda che non sono più sola. Amanda è tornata, mi guardo intorno e inciampo nelle sue tracce: sul bracciolo del divano il piatto con un pane mozzicato, e nel bicchiere un residuo di bevanda. La coperta è ammucchiata in un angolo, accanto al libro rovesciato sempre sulle stesse pagine. Negli ultimi tempi il sonno ha perso in leggerezza, non la sento muoversi in casa. Solo a volte, quando mi giro su un fianco i suoi passi tardivi vibrano sul pavimento della mia camera. Non so a che ora si sveglierà. Bevo il caffè, metto in tavola i biscotti e l’unica tazza rimasta della sua adolescenza. Dalla finestra il sole ci cede sopra, illumina la mucca con un ciuffo d’erba in bocca.”
I temi umani, sociali, misteriosi del romanzo possono essere elementi per un film. E magari lo saranno. È naturale che il cinema abbia corteggiato il Premio Strega. Sono molti i romanzi vincitori diventati film. Si può dire “con alterne fortune”, perché non sempre il cinema riesce ad aderire alla cultura e alla qualità dello scritto. Ma il rapporto, in generale, si può dire che sia stato propizio.
Veniamo ai film. L’inizio fu propizio, il primo romanzo premiato, "Tempo di uccidere", di Ennio Flaiano, ed. Longanesi, sarebbe diventato un film nel 1989 per la regia di Giuliano Montaldo. Si racconta una storia d’amore, tragica, nel quadro della guerra d’Etiopia del ’36. Ma... niente di memorabile. Produco due brevi stralci critici di dizionari che fanno testo. Newton Compton: “Purtroppo la materia fortemente letteraria dei dialoghi è rimasta molto simile al testo originale e ne soffre il realismo.” Baldini Castoldi: “Elegante ma inutile trasposizione dell’omonimo romanzo di Flaiano, senz’altro meno intrigante e conturbante del testo originale.” Sì, libro e film, roba diversa: l’ennesima conferma. Ma Flaiano avrebbe avuto grandi soddisfazioni in avvenire, come “penna” di Federico Fellini.
Cesare Pavese vinse lo “Strega” nel 1950 con "La bella estate", il romanzo formato da due racconti, "Il diavolo sulle colline" e "Tra donne sole". Cinque anni dopo Michelangelo Antonioni diresse Le amiche, trasposizione di "Tra donne sole". La cifra letteraria, altissima, di Pavese venne adattata dallo stesso regista e da Suso Cecchi D’Amico, sceneggiatrice perfetta. Pavese non poté vedere il film, si era tolto la vita in quel 1950. Un peccato, e un dolore: lo scrittore ne sarebbe stato felice. Era la storia di un gruppo di amiche della borghesia torinese e del loro disagio nei rapporti con gli altri e con se stesse.
"L’isola di Arturo", romanzo di Elsa Morante, premio Strega nel 1957, divenne un film nel ’62, per la regia di Damiano Damiani. Il libro racconta la formazione di un ragazzo cresciuto a Procida attraverso rapporti famigliari ed esterni. Il film non vale il romanzo naturalmente (“naturalmente” perché il film non vale mai il romanzo) ma è corretto, grazie anche all’intervento di Cesare Zavattini, altro sceneggiatore che conosceva la differenza fra letteratura e cinema.
Lo Strega pone la sua giurisdizione su due titoli che, opportunamente, disattendono il discorso generale sulla radicalità letteraria del premio: sono romanzi grandi e completi, di letteratura e di azione. "Il Gattopardo", premio Strega nel 1956 e film nel 1963 e "Il nome della rosa", premio nel 1981, film 1986. Il primo è uno dei vertici assoluti della letteratura del secolo scorso, il secondo è il libro italiano più letto nel mondo, dopo "I promessi sposi". Grazie anche al cinema. Luchino Visconti assunse "Il Gattopardo" e ne fece un capolavoro omologo. Jean-Jacques Annaud trasferì con diligenza la vicenda thriller medievale del libro nel film. Riducendo la monumentale opera di Eco –quasi 600 pagine- a una durata di 131 minuti. Sono numeri interessanti se si riportano a quelli del Gattopardo (260 pagine per 205 minuti di film). Significa che Visconti ebbe lo spazio necessario per aderire completamente al romanzo col risultato di un capolavoro doppio e non è illegittimo dire che Lampedusa e Visconti possono dividersi (quasi) alla pari la titolarità de "Il Gattopardo”.
"La ragazza di Bube", di Carlo Cassola, “Strega” nel 1960 divenne film tre anni dopo per la regia di Luigi Comencini. La vicenda di Mara che si innamora del giovane partigiano era letteratura ma anche cinema. E il regista ne fece un film di qualità, grazie anche a Claudia Cardinale. "La spirale di Nebbia", di Michele Prisco: “Strega” del 1966, film di Eriprando Visconti del 1977. Un giudice indaga su una morte, forse un incidente, forse un omicidio, che finisce per essere un’indagine sui malesseri di coppia. Eriprando risolse accentuando, e certo uscendo dal tema, tutto sull’erotismo, a volte spinto sull’orlo dell’hard. Letteratura: poca. Lina Wertmüller rilesse nei termini che le competevano il romanzo di Domenico Rea "Ninfa plebea", premio Strega nel 1993, film tre anni dopo. La vicenda di Miluzza, che risente dell’esuberanza sessuale della madre diventa per la regista la leva per un racconto incentrato sul sesso che si allontana dal senso del romanzo. Una scelta che rende il film inutile e dimenticabile. Sandro Veronesi ha vinto il Premio nel 2006 con "Caos Calmo", diventato film l’anno dopo per la regia di Antonello Grimaldi, con Nanni Moretti nella parte di Pietro, che, dopo la morte della moglie decide di non lasciare mai sola la loro bambina. Anche quando la piccola è a scuola Pietro aspetta la fine delle lezioni seduto su una panchina, dove ascolta le confessioni della varia umanità. Anche questa è una buona versione, sempre nel quadro della prevalenza del master libro.
Margaret Mazzantini ha vinto lo Strega nel 2002 con "Non ti muovere", diventato subito film per la regia del marito Sergio Castellitto. Un chirurgo che cerca di salvare la vita alla propria figlia è lo spunto per una confessione profonda dell’uomo, che immagina di dialogare con la figlia non cosciente. Mazzantini-Castellitto – quattro film in comune- hanno costruito una ditta complice, fortemente sinergica, dove libro e film si rilanciano a vicenda alterando le proporzioni della qualità, dando ai titoli una popolarità che sorpassa la normale utenza del libro e rilancia anche la cifra dell’offerta letteraria, certo molto lontana dai Pavese/Antonioni e Lampedusa/Visconti. "Come Dio comanda" è il titolo di Niccolò Ammaniti che vinse lo Strega nel 1997. Gabriele Salvatores ne fece un film nel 2008: la storia di un’educazione impartita da un padre ottuso e violento al figlio adolescente. Il regista è intervenuto con una mediazione di contenuti, riuscita solo parzialmente. Ancora una volta la qualità del romanzo rimaneva... al romanzo.
Paolo Giordano è il più giovane vincitore dello Strega. Aveva 26 anni quando ha vinto il premio nel 2008. Il titolo del romanzo: "La solitudine dei numeri primi". Il racconto verte sulla vita di Alice e Mattia, a partire dall’infanzia. La loro vicenda è condizionata da episodi iniziali che hanno lasciato segni profondi. Libro squisitamente “Strega”, cifra letteraria complessa, difficile per il cinema. Saverio Costanzo si assume il compito sinergico, ma il film (2010) non riesce ad avvicinare il libro. Ma davvero non era facile.