Detto "l’imperatore" per la decisione con la quale dirigeva attori e troupe sul set, Akira Kurosawa è da più parti considerato come il maggiore cineasta giapponese del XX secolo, tra i pochi in grado di influenzare il panorama mondiale della settima arte.
Nel suo cinema convivono la tradizione giapponese e l’influenza della cultura occidentale.
Da una parte Kurosawa è discendente da una famiglia di samurai, legge e conosce in modo approfondito i classici della letteratura, della poesia e del teatro tradizionale giapponese, li rievoca con vigore ed originalità, sviscerando conflitti e ombre del XVI secolo, i giochi di potere e le bassezze dell’uomo (Rashomon, I sette samurai, Kagemusha, Ran). Dall’altra guarda ad ovest rivisitando drammi shakespeariani (Il trono di sangue, Ran), i classici russi (L’idiota, Bassifondi) o i moderni noir statunitensi (Anatomia di un rapimento). Uniche costanti sono le innate doti tecniche e il talento compositivo di un regista che ha saputo usare la cinepresa come pochi altri, adattando volta per volta il proprio stile alla materia trattata. I debitori nel cinema occidentale sono stati molti, alcuni riconoscenti altri meno.
Da febbraio a maggio, in questa nuova rassegna monografica, ripercorriamo a La Compagnia di Firenze la filmografia de l’imperatore sul grande schermo. 10 tappe per 10 proiezioni in lingua originale sempre precedute da una introduzione critica.