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Midi Z porta a Macao un cinema di lavoratori e migranti

Il regista, giurato al festival, ha finalmente il giusto palcoscenico per uscire dai margini del cinema asiatico e mondiale.
di Emanuele Sacchi

Midi Z .
lunedì 9 dicembre 2019 - Festival

Tra i membri della giuria di questa quarta edizione di IFFAM - International Film Festival and Awards c'è un regista che non ha ancora goduto della luce dei riflettori occidentali, ma che sta costruendo una coraggiosa carriera di cineasta capace di mescolare impegno civile e uno sguardo cinematografico originale.
Di origini cinesi, nato in Myanmar nel 1982, Midi Z è un apolide per natura: fin dall'adolescenza vive infatti nella Taiwan del Kuomingtang e il suo cinema si interroga sulle contraddizioni interne e i contrasti, specie socio-economici, che caratterizzano questi Paesi.

Fin dal suo esordio, infatti, l'attenzione di Midi Z si è concentrata sulla questione birmana e sul significato di dignità e migrazione.
Emanuele Sacchi

Return to Burma (2011), subito selezionato al festival di Rotterdam, è un ritratto meditativo e dolente di un paese povero, indecifrabile, strenuamente vivo. In seguito Midi Z si è dimostrato attivissimo, grazie a co-produzioni tra Taiwan, Myanmar e paesi europei. Ha presentato al festival di Berlino i successivi Poor Folk (2012) e Ice Poison (2014), ha diretto il documentario City of Jade (2015) e una manciata di cortometraggi.
City of Jade in particolare permette di osservare dall'interno, e senza alcun tipo di edulcorazione, la condizione di sofferenza in cui vivono i lavoratori di una miniera: la disperazione della loro esistenza spesso sfocia in depressione, tossicodipendenza o suicidio, finendo per chiudere un cerchio tragico da cui non ci sono vie di uscita.

Tutti elementi che Midi Z porterà dal cinema documentario a quello di finizione in The Road to Mandalay (2016), il suo lavoro sin qui più acclamato, selezionato nelle Giornate degli Autori della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Un racconto tragico che prende spunto da un fatto di cronaca su lavoratori birmani immigrati in Thailandia. La tangibile vicinanza dello sguardo del regista agli sfortunati protagonisti di The Road to Mandalay è tale da trasformare un fatto di cronaca in un racconto per immagini, calato in una Bangkok più che mai spietata e alienante.

Midi Z dispone finalmente di un budget superiore rispetto al passato e si affida al montaggio di Matthew Laclau, collaboratore fidato di Jia Zhang-ke. Le lussureggianti foreste al confine tra Myanmar e Thailandia contrastano violentemente con la cementificazione di aspirazioni e sentimenti di Bangkok, il disagio urbano di Tsai Ming-liang incontra un simbolismo magico, che sfocia in un epilogo sospeso tra realtà e allucinazione. Un loop autolesionistico di disperazione, che ruota attorno a una doppia implicazione: le droghe diventano necessarie per sostenere ritmi di lavoro inumani almeno quanto questi ultimi lo sono per permettersi le droghe. Un quadro disumano che schiaccia e priva di speranze anche l'amore: il mélo resta in sottofondo, un ronzio appena udibile sotto le lamine di metallo della fabbrica, incapace di sopravvivere al processo di de-umanizzazione in corso.


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