Tre fasi, undici anni, ventidue film: è stato un cammino obiettivamente esteso e talvolta accidentato quello percorso dalla prolifica casa Marvel prima di tagliare il traguardo. E in effetti era una sfida innegabilmente ardua centrare l'occasione e le modalità migliori per scrivere la parola 'fine' al termine di un'epopea antologica come questa, tanto longeva quanto fortunata.
In tal senso, Avengers: Endgame è l'epilogo perfetto di una grammatica epica che, prendendosi tutto il tempo necessario, ha sviscerato la mitologia dell'eroe moderno, rinunciando a sacrificare sull'altare della mera deriva intellettualistica l'arte nobilmente effimera del gioco. E se in più di un'occasione nei capitoli precedenti i ritagli comici finivano per collassare con le istanze drammatiche, è con il tassello conclusivo che il versante dichiaratamente umoristico (e meta-filmico, riallacciandosi al Peter Parker di Infinity War (guarda la video recensione) nel divertito gioco di citazioni più o meno trasparenti, da Alien e Footloose fino a Titanic (guarda la video recensione) e Ritorno al Futuro) e quello più propriamente tensivo riescono a spalleggiarsi con misurata versatilità, restituendo al genere fumettistico il merito dell'indubbia maturità acquisita negli anni sul grande schermo.
D'altro canto, il punto di forza degli Studi Marvel è stato quello di saper fidelizzare, con onestà di intenti e chiarezza di contenuti, un numero di persone quanto mai sterminato, parlando alla pancia degli spettatori senza mai trascurarne cuore e mente. Infatti, il linguaggio scelto oscilla tra il significante palese dell'intreccio e il significato intrinseco della fabula, tra il piano del visibile e quello del latente, tra il letterale fantastico e il metaforico realistico.