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Lars Von Trier, il più grande sopravvalutato del cinema

J'accuse di Pino Farinotti al regista di The House that Jack Built, presentato Fuori Concorso a Cannes 71.
di Pino Farinotti

La Casa di Jack

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lunedì 28 maggio 2018 - Focus

"C'è del marcio in Danimarca" scrisse Shakespeare nel suo "Amleto". Se potesse vedere il nuovo film del danese Lars von Trier, rilancerebbe, esponenzialmente, il concetto. A Cannes, durante la proiezione di The House that Jack Built, una parte degli spettatori ha lasciato la sala disgustata. Non è un bel segnale. Un autore può affrontare le critiche degli specialisti o le sale semivuote, può difendersi dicendo che non è stato capito, che comunque non gli importa né dei critici né del pubblico, ma solo di se stesso. Ci può stare, grandi artisti, all'inizio, non sono stati capiti, solo che von Trier non è un grande artista.

Ho sempre provato una spiccata antipatia per lui, da anni dico che si tratta del più grande sopravvalutato del cinema: possiede una parte di talento, ma troppo parziale.
Pino Farinotti

Nel 2009, ai tempi di Antichrist, spiegavo il mio sentimento, mi auguravo che quel film fosse l'ultima tortura per tutti, von Trier compreso. In un certo senso avevo previsto ciò che è successo a Cannes due anni dopo, quando il regista danese è stato espulso dal festival. Antichrist, brevemente: uno psichiatra cura la moglie devastata dalla perdita del figlio. Terapia sadomaso, animali che parlano, casa degli orrori nel bosco. Fra le tante amenità, taglio di clitoride da parte della moglie, masturbazione con schizzo di sangue, mi fermo qui. Mi domandavo cosa potesse fare dopo Antichrist che esprimeva tutte le logiche per essere l'opera ultima, il testamento finale, e quali evoluzioni fossero ancora possibili nella "poetica" dell'artista.


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In foto il regista Lars von Trier insieme a Matt Dillon durante il photocall del film The House that Jack Built al Festival di Cannes.
In foto Matt Dillon in una scena del film The House that Jack Built.
In foto Matt Dillon in una scena del film The House that Jack Built.
Asticella

Quando intraprendi un percorso lo vuoi perfezionare, vuoi alzare l'asticella. E così ha fatto von Trier quest'anno. Protagonista del film è Jack, un serial killer che si definisce artista. La sua personale galleria è un grande frigorifero che conserva i resti delle sue vittime, una sessantina: un deposito accuratamente studiato per sorpassare tutto il peggio degli orrori, e la fantasia non manca: una mammella tagliata può essere lasciata come provocazione su un'auto della polizia, con l'altra ci si può fare un borsellino, come facevano i nazisti. Per dare estetica e "cultura" alla vicenda il regista appiccica dipinti di Klimt, Botticelli e di Millet, creatori di bellezza, ma anche immagini di Hitler, Mussolini, Stalin e Mao, artisti del male.

Il tutto sarebbe una metafora della vita, che è malefica e sprovvista d'anima, con un preciso segnale recente, l'avvento dell'homo trumpus, il re topo.

Che sarebbe Trump. Flashback a ritroso: all'edizione di Cannes 2011 von Trier presentava Melancholia, roba non dissimile dai due titoli citati. Durante la presentazione, dopo aver detto che "Israele era una grande rottura di scatole", parlando di Hitler, disse che aveva fatto cose sbagliate ma poteva capirlo e, alla fine, un po', si immedesimava in lui. Con tanto di chiosa finale: "Noi nazisti siamo piuttosto bravi a fare le cose su vasta scala". Come detto sopra, venne espulso. Ma quel precedente, e quello del 2009, non bastarono a inibire al regista il palcoscenico del festival.


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In foto Charlotte Gainsbourg in una scena di Antichrist.
In foto Kirsten Dunst in una scena di Melancholia.
In foto Kirsten Dunst in una scena di Melancholia.
Censura

Ho scritto fino all'ossessione che la censura è peggio di tutto, persino dei film di von Trier. Se bandirlo dai festival - dopo che il pubblico lo ha bandito - in qualche modo può essere censura, ebbene per il danese faccio un'eccezione. Ma temo che al peggio non ci sia fine. Von Trier è il regista del disservizio. Un artista ha il dovere del servizio, deve dare indicazioni all'utente, può anche angosciare, se poi l'angoscia è un servizio utile per la comprensione e per un bene finale. Von Trier presume che il suo recondito possa interessare, così come il suo "disturbo". Altri autori si sono lasciati troppo andare al recondito, come Pasolini, Almodovar e Tarantino, ma trattenevano un margine, magari esile, di sicurezza che li frenava sull'orlo del buco nero.

"Faccio i film solo per me stesso" dice il regista, e così, semplicemente, ingenuamente si potrebbe rispondergli "e allora guardateli tu, da solo".
Pino Farinotti

La mia speranza, e l'augurio è che nelle sale dove proiettano i suoi film, ci vada poca gente, poi pochissima, poi... nessuno. La sala vuota. E voglio, a mia volta, andare oltre, come estremo. Nella sala non entra neppure lui. E avanzo ancora: sala vuota, macchina senza operatore che proietta in automatico, e la macchina che decide di... autoguastarsi. La sala, il buio, la pellicola interrotta. Il niente.
Questo mio j'accuse ha un altro imputato, di pari, se non maggiore responsabilità, Thierry Frémaux, il dominus di Cannes che, tetragono, con l'arroganza del francese che ha sempre ragione - crede di averla - continua a offrire a quel pessimo maestro da oscurare, il pulpito più visibile e importante del cinema.


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