Ho scritto fino all'ossessione che la censura è peggio di tutto, persino dei film di von Trier. Se bandirlo dai festival - dopo che il pubblico lo ha bandito - in qualche modo può essere censura, ebbene per il danese faccio un'eccezione. Ma temo che al peggio non ci sia fine. Von Trier è il regista del disservizio. Un artista ha il dovere del servizio, deve dare indicazioni all'utente, può anche angosciare, se poi l'angoscia è un servizio utile per la comprensione e per un bene finale. Von Trier presume che il suo recondito possa interessare, così come il suo "disturbo". Altri autori si sono lasciati troppo andare al recondito, come Pasolini, Almodovar e Tarantino, ma trattenevano un margine, magari esile, di sicurezza che li frenava sull'orlo del buco nero.
La mia speranza, e l'augurio è che nelle sale dove proiettano i suoi film, ci vada poca gente, poi pochissima, poi... nessuno. La sala vuota. E voglio, a mia volta, andare oltre, come estremo. Nella sala non entra neppure lui. E avanzo ancora: sala vuota, macchina senza operatore che proietta in automatico, e la macchina che decide di... autoguastarsi. La sala, il buio, la pellicola interrotta. Il niente.
Questo mio j'accuse ha un altro imputato, di pari, se non maggiore responsabilità, Thierry Frémaux, il dominus di Cannes che, tetragono, con l'arroganza del francese che ha sempre ragione - crede di averla - continua a offrire a quel pessimo maestro da oscurare, il pulpito più visibile e importante del cinema.