Cosa non le piace dei "film da festival"?
I tre atti dove nel primo non succede niente, nel secondo c'è uno che sta davanti a una finestra a fumare molto lentamente, e solo nel terzo forse succede qualcosa: il tutto per un'ora e 55. Trovo questo modo di fare cinema ingeneroso nei confronti dello spettatore di oggi che va veloce e non ha tempo da perdere, è fortemente consapevole, sta tutto il giorno collegato e fruisce in maniera libera, disinvolta e discontinua elementi del paesaggio audiovisivo. Questo spettatore merita proposte più radicali e generose.
Che novità ha osservato in termini di linguaggio fra i film selezionati?
Siamo in una situazione storicamente unica perché abbiamo a che fare con le immagini tutto il giorno, per tutto l'anno: neanche i grandi movimenti di avanguardia avevano questo rapporto di verifica continua del cinema. Abbiamo cercato quei film che sanno porsi in rapporto dialettico con questo panorama. Non è un discorso banalmente formalista: le immagini in movimento continuano a raccontare la nostra presenza nel mondo e la nostra capacità, o incapacità, di costruire relazioni sociali che abbiano un senso.
Qual è il livello del cinema nazionale che vi è stato proposto?
Il cinema italiano sta attraversando un periodo fertile. Se da un lato l'integrazione fra produzione, esercizio e distribuzione è oggettivamente in difficoltà e andrebbe ripensata, dall'altro abbiamo autori interessanti a tutti i livelli della filiera, dal documentario al cinema sperimentale a quello narrativo a quello commerciale a quello d'autore: è una sacca di resistenza creativa. Quest'anno avremmo potuto tranquillamente inserire nella programmazione quattro film italiani su sette.