Cinema dal basso? Forme del crowdfunding.
di Roy Menarini
Che cosa è Il cinema in movimento? Una rubrica dedicata alle trasformazioni del cinema nell'epoca dei new media e alle riflessioni che si possono trarre dalle novità in atto.
Se ne parla ormai molto, e anche gli studi accademici stanno muovendo passi importanti, perché - come scrivono Niccolò Gallio e Marta Martina (nello speciale monografico del quarto numero della rivista Cinergie.it) "le fasi di produzione e distribuzione di alcuni progetti che hanno compreso le potenzialità della Rete, si sono rifunzionalizzate in maniera fruttuosa alla luce dei cambiamenti portati dalle nuove forme di circolazione di contenuti legate alla diffusione di Internet, dalla fruizione multipiattaforma, dal mutamento delle forme testuali, dall'aumento delle risorse destinate al marketing e alla promozione".
In buona sostanza, il crowdfunding (insieme al crowdsourcing) ha stimolato nuove forme di produzione dal basso, che sempre di più stanno configurandosi anche come nuove forme di distribuzione e fruizione, seguendo le trasformazioni in atto della cultura digitale. L'uscita in questi giorni di un film come The Canyons allarga il dibattito. Come noto, parte della produzione di questo film è stata reperita su Kickstarter, uno dei siti più noti e visibili per questo tipo di operazioni. Grazie dunque all'interesse di molti fan e di molti spettatori interessati a vedere un'opera di Paul Schrader, scritta da Bret Easton Ellis, si è potuto raggranellare il budget necessario alla realizzazione.
Tutto bene? Mica tanto. Il film ha attraversato seri problemi in fase realizzativa, dovuti in buona parte all'inaffidabilità dell'attrice protagonista, Lindsay Lohan, che ha costretto il regista a rivedere i piani di lavorazione. Si aggiungano altri dissidi e problemi tecnici, e si spiega perché - quando The Canyons è giunto nelle sale, o meglio in streaming - si siano levate parecchie voci contrarie. Larga parte della critica ha bocciato il film senza appello, e solo una minoranza di cinefili - anche alla Mostra del Cinema di Venezia dove è stato presentato - ne ha preso le difese.
Indipendentemente, tuttavia, dal dibattito sulla riuscita del film, ci si può fare un'altra domanda: nel momento in cui i fan diventano finanziatori dell'opera d'arte, e l'opera d'arte alla fine risulta deludente, che cosa succede? Niente dal punto di vista legislativo, a meno che gli accordi di crowdfunding prevedessero un sistema del tipo "soddisfatti o rimborsati". Succede invece molto dal punto di vista simbolico e culturale. Il mancato controllo sul prodotto finale potrà valere per sempre? La sia pur piccola partecipazione del contributore deve sempre essere intesa come una donazione e attestato di fiducia verso l'autore, o è necessario ibridare il rapporto tra le parti e immaginare forme collettive di creatività, tipiche della nostra società partecipativa? O è sufficiente aver affermato un modello alternativo di business per affermare la propria identità - in questo caso l'aver permesso a Paul Schrader di dare vita a un progetto che gli Studios hollywoodiani non avrebbero mai finanziato?
In Rete - e tra i filosofi dell'arte - il dibattito è aperto. E si affianca a un'altra polemica. Molti utenti di questi siti si stanno chiedendo se sia giusto che grandi cineasti (l'ultimo è Spike Lee) assorbano spazi e visibilità per godere dell'appoggio economico di Kickstarter e network simili. Ci si chiede: ma il crowdfunding non era nato per aprire nuove possibilità agli esordienti, agli indipendenti, agli alternativi? Che ci fanno Spike Lee e Paul Schrader in quei contesti? Dibattito aperto, anche se - finché ci sono utenti che sborsano denaro per i progetti di chi chiede aiuto - si potrà pur sempre dire che nessuno li ha obbligati a farlo.