Il passaporto italiano di Frank Serpico.
di Pino Farinotti
L'Associazione della Polizia di Stato di New York e New Jersey ha conferito a Frank Serpico cittadinanza e passaporto italiano. Mi sembra un segnale interessante, quantomeno. Serpico è senza alcun dubbio il più popolare poliziotto del mondo, la ragione la conosciamo tutti, il film con Al Pacino. Accade spesso che il cinema, in qualche modo faccia giustizia, ripari i torti. Gli americani hanno grande attitudine in questo senso: la divulgazione e la spettacolarizzazione dell'eroe. Hollywood ha consacrato eroi autentici, titolari di imprese fuori dall'ordinario e sempre rischiando la vita. Sono molti, voglio ricordarne tre, Il sergente Alvyn York, protagonista di azioni impossibili durante la prima guerra mondiale. Nel film York era Gary Cooper. E poi Audie Murphy, il ventenne che sbarcato in Sicilia nel '43, con il generale Patton, compì le stesse imprese dell'eroe predecessore. Nel 1954 Murphy fece se stesso in All'inferno e ritorno. Su quei due soldati piovvero le decorazioni, compresa la più alta americana, la Medaglia d'onore del Congresso. Il terzo è Charles Lindbergh, che nel 1927 volò da New York a Parigi, con un velivolo a un solo motore. Nel film L'aquila solitaria Lindbergh era James Stewart. York, Murphy, Lindbergh sono modelli accreditati, storicizzati, che rappresentano alcuni segmenti della storia americana, come la guerra che è purtroppo nella genetica e nel destino di quella nazione, e l'azione individuale che cambia il mondo. Serpico non ha cambiato il mondo, ma ha dato indicazioni forti e drammatiche per un cambiamento profondo. Ha rischiato la vita per onestà e coraggio. Si è messo contro un sistema, anzi, più sistemi, radicati e molti pericolosi, che parevano invincibili.
Lumet
Rilanciata dal film di Sidney Lumet la sua vicenda è nota. Nel 1959, 23enne, Frank entrò nel corpo di polizia di New York dove prestò servizio fino al 1971. Passò di distretto in distretto, sempre inviso ai suoi compagni. E la ragione c'era, Frank non condivideva l'allegra pratica della corruzione. Una parte della polizia era organizzata come una vera associazione a delinquere, la "mazzetta" era una prassi considerata normale, obbligata, quasi utile. Concedere un margine di immunità ai criminali poteva essere un modo per ottenere informazioni e arrestarne altri più importanti. Questa era la tesi dei corrotti. Tesi che Serpico non accolse. Non divideva i vantaggi, grandi e piccoli, coi colleghi,: si pagava le colazioni che i gestori dei ritrovi gli offrivano perché chiudesse un occhio sull'igiene, rifiutava le buste che contenevano dollari, magari molti. La condizione di omertà era tale che Serpico dovette lottare persino per farsi ascoltare dai superiori e dalle autorità. Nessuno o quasi intendeva assecondare un'anomalia che avrebbe scardinato tutto il sistema. Vennero coinvolti i più alti funzionari della polizia, persino il sindaco di New York John Lindsay. Nel 1971 l'agente venne ferito gravemente. In un'azione non venne protetto, si disse volutamente, dai compagni. Dopo aver lasciato la polizia Serpico è diventato una sorta di testimonial dell'integrità, tenendo conferenze in tutto il mondo. Adesso vive ad Harlemville, nello stato di New York. A East Hanover, nel New Jersey, dove ha ottenuto i "riconoscimenti" italiani, Serpico è apparso entusiasta. Come ho scritto sopra, questo entusiasmo appare interessante, magari singolare. Serpico è il simbolo dell'onestà, dell'intraprendenza, del coraggio assoluti. Non è facile applicarlo al sistema italiano. L'immagine del nostro Paese, e anche la sostanza, indicano concetti esattamente opposti. La nostra politica, il sociale generale, i media, la giustizia, la cultura sono qualcosa di lontanissimo dal modello Serpico. Ci sarebbero davvero poche ragioni di entusiasmo nel vedersi qualificare civilmente, burocraticamente, cittadino italiano. O magari l'agente Frank, "italiano" per documenti e famiglia - i genitori erano emigrati da Marigliano, nel napoletano- vede una impegnativa possibilità di azione, una sfida affascinante simile a quella che intraprese tanti anni fa a New York. Il terreno c'è, ed è vasto. Nell'attesa ragioniamo in chiave semplice e un po' romantica. E' bello pensare... che ci sia un italiano come lui.