Non solo marketing globale, ma azioni d'arte mirate, anche in Italia.
di Rossella Farinotti
In Agente 007, Missione Goldfinger Bond-Connery, dopo aver sedotto Shirley Eaton, si sporge dal letto, recupera da un secchiello una bottiglia, la tocca, scuote il capo, poi si alza e la porta nel frigorifero. Dicendo: "Ci sono cose che assolutamente non si fanno, per esempio bere il Dom Pérignon del '53 a una temperatura superiore ai 4 gradi centigradi." In quella frase, e in quella cultura, c'è Bond e c'è Connery. Classe e cultura che là rimangono, a quel binomio. Erano gli anni Sessanta. Adesso la notizia è che 007 berrà la birra e non più ... il Martini. Tutti dicono, e scrivono così. In realtà, come mostrato sopra, l'agente 007, e il suo modello primo e magnifico, non si fermavano a quel cocktail. C'erano altre bevande, e quali bevande.
Certo, il Martini era una costante, più semplice e più proponibile, lo puoi bere in ogni momento, o quasi, allo champagne serve un contesto prezioso.
Dunque l'olandese Heineken si appropria del più importante personaggio, del cinema e del marketing, dell'era moderna. Per arrivarci è stata percorsa una traiettoria naturale. Non poteva essere che così. Si tratta di stagioni, di culture e di estetiche. Si tratta di evoluzione. Si può cominciare da quella dell'agente. Il primo dunque era Connery, sappiamo, seguì Lazenby, un australiano aitante ma trasparente, brillò –senza brillare - ... un solo titolo. Seguì Moore, biondo statico e troppo impettito, un ottimo ripiego. Poi fu la volta di Dalton, che sarebbe piaciuto molto a Fleming, lo scrittore inventore dell'agente, ma mancava della cifra magnetica necessaria. Subentrò Brosnan dal quale partì la fase action anzi super-action che avrebbe condotto a Craig, il grande tamarro: la negazione del Bond nobile e originale. 007 Craig porta lo smoking, ma è come se glielo avessero prestato (idea di Pino Farinotti). E poi è troppo simile, agli agenti con superpoteri delle saghe The Bourne o Mission Impossible. E ad altri modelli omologhi.
Dicevo "traiettoria". C'è anche quella delle invenzioni, interessante. Il primo romanzo di Fleming, "Casino Royale" è del 1952. Il primo film della saga, "Licenza di uccidere" è del '62. Il Martini Dry sembra nascere nel 1912 a Londra, preparato da un barista italiano, Martini appunto, per John Rockefeller, nientemeno. L'azienda Heineken risale al 1863, il capostipite si chiamava Gerard Adriaan Heinekeen. Per pura filologia citiamo anche il Dom Pérignon, nato nel 1921.
Daniel Craig sarà dunque il testimonial della birra. L'investimento è cospicuo, 60 milioni di euro. Ma la Heineken non si è limitata a un marketing globale e immane, ha studiato forme più articolate, locali e sofisticate.
In Italia il marchio ha deciso di collaborare anche con altre realtà, grandi e piccole, non solo cinematografiche. Nell'ambito artistico è funzionale una mostra in allestimento "007, New Bond Street", presso la galleria milanese Federica Ghizzoni, che da tempo è affiancata da Heineken. In occasione dell'uscita del nuovo film, Skyfall, e di questa new entry di Bond che beve birra, la galleria ospiterà una mostra di artisti internazionali sul tema. Dunque Bond e Heineken toccano l'ambito delle arti visive: pittura, scultura, video arte, installazioni, fanzine, disegni, dipinti, e lo fanno puntando sui giovani, che opereranno secondo attitudini, per rappresentare e consacrare un personaggio ormai storicizzato, applicato a tutte le possibilità della comunicazione e del marketing, in una chiave oltretutto diversa, quella dell'evoluzione di periodi e di stili definiti negli anni, e "resettati" con l'arrivo della birra. Il tema Bond, si sa, è vario e complesso: c'è l'icona umana, di stile e charme; c'è Londra, a cui l'agente 007 è legato; ci sono i gadget, dalle macchine alle pistole, ai radar, alle microspie, via via sempre più sofisticati e fantascientifici con il passare degli anni; ci sono il bicchiere "Martini" e la pistola. Insomma, diverse ispirazioni che i giovani artisti rielaborano. Ecco che Shanti Ranchetti, che crea le complesse donnine dai grandi occhi, illustra occhiali alla Bond come elemento ornamentale; lo spagnolo Albert Pinya, che spesso gioca sul cinema con ironia e irriverenza, crea un suo immaginario "alla Bond"; o ancora un dipinto di Giuseppe Veneziano che rappresenta la regina Elisabeth, legata in chiave grottescamente simpatica al mito-Bond alle recenti Olimpiadi londinesi, con un dito nel naso, un'opera dal tratto efficace e pop, di costante ironia, tipica del maestro siciliano. O ancora una rappresentazione di una pistola fatta a banana, capovolgimento di un dettaglio bondiano a cui viene tolta la sua funzione, diventando ridicolo, firmato da Tiziano Soro, che lavora nella corrente Italian New Brow. O le installazioni oggettuali create da Francesco de Molfetta o Enzo Forese. Il tutto con una chiusura senza la quale il tema Bond non può esistere, il cinema naturalmente: sequenze selezionate tra i "Bond" che hanno fatto la storia, che possono sopravvivere intatte nonostante ... il tempo.