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Addio Fernanda Pivano

Muore la donna che ha portato in Italia la beat generation.
di Pino Farinotti

Non c'è più Fernanda, che faremo?
Fernanda Pivano 18 luglio 1917, Genova (Italia) - 18 Agosto 2009, Milano (Italia).

mercoledì 19 agosto 2009 - Focus

Non c'è più Fernanda, che faremo?
Qualche anno fa Fernanda Pivano mi fu presentata dal mio amico Andrea Pinketts, c'era un grande amore fra loro. Lei frequentava il Trotoir, il locale che "apparteneva" a Pinketts. Lì, in corso Garibaldi, il giovedì sera Andrea ricreava, se c'era Fernanda, una sorta di circolo che poteva senz'altro ricordare le riunioni di New York, o di Parigi negli anni venti. Certo, non c'erano Hemingway e Fitzgerald, neppure Corso e Ferlingetti, ma c'era la Pivano, e tutto veniva legittimato in alto in quelle serate. Come molti della mia generazione, e di altre, io devo moltissimo alla Pivano.
La mia educazione sentimentale e intellettuale (come quella di molti, lo dico di nuovo) deriva anche da un filone, chiamiamolo così, di letteratura, editoriale, non di generi. Alludo agli Oscar Mondadori. Fra le prime uscite ricordo "Addio alle armi" (proprio la prima) e poi "La luna e i falò" di Pavese, e poi gli altri "Hemingway", e poi il cofanetto coi tre titoli fondamentali di Fitzgerald, "Di qua dal paradiso", "Il grande Gatsby", "Tenera è la notte". Dico, per ciò che può valere, che "La luna e i falò" e "Il grande Gatsby" sono i miei titoli-culto, la mia storia di romanziere, stile compreso naturalmente, se ha una derivazione, è quella. Me ne accorgo ancora adesso, e di tanto in tanto, qualcun altro se ne accorge. Tutti quei titoli appartenevano ai rispettivi autori, ma anche a Fernanda Pivano. Chi ha maneggiato quei libri non può non ricordare le lunghe prefazioni firmate da lei. Una soprattutto ha fatto, e fa ancora, testo: "La generazione perduta". Che era quella degli scrittori citati sopra, e di altri personaggi, americani e del mondo (Picasso, Joyce, Stein, Porter, Vidor fra gli altri) che frequentavano Parigi e la Costa Azzurra in quegli anni dorati. Quegli scrittori scrissero libri che cambiarono... intelligenza e sentimenti (appunto) di chi li leggeva. Da quei libri furono tratti film che portarono i contenuti a un'utenza ancora più vasta, praticamente a tutta l'utenza. Ed erano contenuti completi, non certo rassicuranti, sulle vicende personali, d'amore, di ricerca, di dolore, e sui grandi fatti dell'epoca, come la guerra di Spagna per esempio. Se li hai letti, e li hai letti, quei libri non possono che far parte della tua dotazione perenne, e non è una ... cattiva dotazione.
E la Pivano, che li aveva assunti prima di te, che ne aveva fatto parte attiva, che ne aveva favorito l'abbrivio, te li spiegava e te li "connaturava". Davvero le dobbiamo molto. Un paio di volte venne a casa mia. Non poteva non amare il cinema. Non mi ci volle molto perché si fidasse di me. Le citavo a memoria certi suoi stralci, soprattutto mi accreditai come "americanista" e "hollywoodista". E una sera tutti insieme ci guardammo Per chi suona la campana, libro&film prediletto. Hemingway era sempre il suo "centro". Non poteva mancare, anche quella sera, la solita memoria di Hemingway a Cortina, quando Fernanda lo aveva incontrato nel '48 per definire i dettagli della traduzione di "Addio alle armi". E qualcuno, quella sera, come sempre accadeva, le domandò del suo rapporto con lo scrittore di Chicago. Pinketts le disse "dai, qui siamo tutti amici, niente giornalisti o microfoni, puoi dirci come andò. Insomma... è successo?" "Cazzo no!" Rispose lei "che occasione ho perso...". Era un'entusiasta, toni alti, sempre interessata, sempre intensa. Se la conoscevi era subito una tua amica, indispensabile. Che faremo, adesso...

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