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L'udienza è aperta...ma il caso è chiuso?

Dopo il successo di pubblico e critica per il nuovo documentario di Vincenzo Marra, MYmovies ha incontrato il giovane talento napoletano per una breve intervista
di Pierpaolo Simone


sabato 2 settembre 2006 - News

Processi infiniti, giustizia corrotta, giudici che non sono giudici ma individui "antropologicamente" diversi, di bassa statura, parafrasando il genio di autori come De André e Lee Masters. Ma è davvero questa l'opinione comune che si ha dei tutori della legge? Vincenzo Marra racconta il suo personale viaggio nelle aule di giustizia napoletane raccontando da vicino la sua versione e mettendo a confronto l'ottica di un Presidente di Tribunale "narciso", di un noto avvocato penalista e di un giudice a latere – donna - alle prese con i "soprusi", talvolta comici, dei colleghi. Il tutto per raccontare le contraddizioni, anche interne, dell'apparato giudiziario italiano.

In questi anni ci hanno quasi convinto che la mafia non esiste. Da dove nasce allora il desiderio di raccontare i retroscena di un processo legato alla camorra, inquadrandolo nell'ottica dei tutori della legge?
Ogni film nasce dalla curiosità. Da un viaggio che parte dalla mia terra, Napoli, fino a completarsi in un percorso che tocca diverse tappe. Il tentativo è stato quello di girare un film che parlasse della giustizia dall'interno. I protagonisti del documentario sono infatti il Presidente di un tribunale, un giudice a latere e un avvocato, escludendo totalmente l'ottica degli imputati. Che poi la mafia non esista, insieme alla camorra, alla Sacra Corona Unita e alla 'ndrangheta, è ovviamente una falsità. Tutte queste associazioni a delinquere sono delle vere e proprie potenze in questo paese.

Potenze di che tipo?
Potenze in senso economico, motivo per cui non c'è la volontà di sconfiggerle da parte dello Stato. Non scherziamo, il "fatturato" di queste organizzazioni è impressionante se paragonato alla ricchezza che produce la nostra economia.

E se la mafia è bianca, come raccontato dal film di Alberto Nerazzini e Stefano Maria Bianchi, la camorra che colore ha?
Rosso, rosso sangue. Ma spesso e volentieri questo colore si mescola con gli altri, creando sfumature che ne confondono i confini. Se si fa una scelta di vita, per esempio decidendo di fare politica, si entra in un sistema. E quando si fa parte di un sistema non si può dire "io non c'entro". In una certa percentuale si è sempre colpevoli. Se si sceglie di avere un lauto stipendio, la notorietà, di avere poteri e privilegi economici, non ci si può esimere da quelle che sono le proprie responsabilità, scrollandosi la polvere dalla spalla come se niente fosse. Si fa parte di una squadra anche il ruolo di chi sta in panchina è importante.

E gli spettatori, invece, che ruolo ricoprono quando vanno al cinema per guardare un film sulle "anomalie" sistemiche della macchina giudiziaria?
Lo spettatore è importante perché può capire e scoprire dei mondi che non conosce così da vicino. E L'udienza è aperta prova ad aprire al pubblico una porticina attraverso la quale guardare non solo le facce degli imputati, ma anche quelle di chi sta dall'altra parte.

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