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La locomotiva

Lotta di classe su rotaie: Snowpiercer.
di Roy Menarini

In foto Ko A-sung in una scena di Snowpiercer.
Ko Ah-Sung - Leone. Interpreta Yona nel film di Bong Joon-ho Snowpiercer.

domenica 2 marzo 2014 - Approfondimenti

Tra i film che i fratelli Lumière mostravano al pubblico per esemplificare i prodigi del nuovo dispositivo cinematografico, c'era L'arrivo di un treno alla stazione di Ciotat, che secondo una leggenda (poi ridimensionata) faceva fuggire a gambe levate gli spettatori incapaci di distinguere tra realtà e finzione. Un altro breve metraggio era invece L'uscita dalle officine Lumière, che anzi precedette la ripresa del treno. Questioni filologiche a parte, si è spesso notato come i Lumière, chissà quanto consapevolmente, avessero legato per sempre il cinema a due simboli essenziali: la modernità incarnata dal treno (anche se un treno che approda, non un treno che metaforicamente parte e corre verso il futuro), e la natura industriale del mezzo, fatta di fabbriche e operai, dunque di rapporti di forza e di classe.
Suggestioni magnifiche, che oltre un secolo dopo vengono riprese dal geniale Bong Joon-ho, e prima ancora dalla graphic novel francese Le Transperceneige di Rochette e Legrand. Nel futuro apocalittico immaginato dal racconto, non siamo più di fronte a una società a piramide, secondo le suggestioni da Torre di Babele care a Fritz Lang e al suo Metropolis, bensì a una disposizione orizzontale del sistema di censo. Ogni vagone, a partire dal basso, determina l'appartenenza a un ecosistema (o almeno così è chiamato dal "dittatore" del treno): trovarsi in coda significa essere condannati a una vita di stenti e povertà, mentre trovarsi vicino alla locomotiva reca ben altri vantaggi, tra cui acqua, cibo, spazio, vita. La fantascienza più ambiziosa sembra porsi continuamente il medesimo compito: immaginare il futuro peggiore per raccontare in realtà le sperequazioni del presente. Questa bizzarra e modernissima arca di Noé, dove poche centinaia di persone di varie nazionalità trovano rifugio scampando all'estinzione del genere umano, è con tutta evidenza un'allegoria di mondo. Per scalare posizioni, ovvero per avvicinarsi alla testa del treno, bisogna combattere battaglie come quelle che vediamo ogni giorno verificarsi in tante parti del mondo, dall'Egitto all'Ucraina, con risultati spesso opposti alle attese.
Il treno stesso, tuttavia, rappresenta l'idea formidabile del film. Cogliendo le suggestioni che - dai già citati Lumière - passano attraverso L'angelo del male di Renoir, L'imperatore del nord di Aldrich, A trenta secondi dalla fine di Konchalovsky, ovviamente Train de Vie di Mihaileanu, senza dimenticare il film testamentario di Tony Scott, Unstoppable - Fuori controllo, Bong ha creato una metafora potente e complessa, che riassume la storia del cinema di fantascienza e fa sue alcune idee futuribili della scienza ferroviaria (come quella del treno perenne). Intanto, mentre ogni carrozza trasforma il set e gli scenari grazie a una brillante concezione metacinematografica del mezzo in movimento, il regista e gli autori del fumetto sanno anche ricordarci una importante lezione politica: mai credere a chi vuole convincerci che l'architettura sociale del mondo sia frutto di un ordine naturale. È il potere che tradizionalmente rappresenta l'esistente come il migliore dei mondi possibili. Non è vero: c'è sempre un'alternativa. Persino nel dopo-apocalisse.

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