After This Our Exile

Un film di Patrick Tam. Con Aaron Kwok, Charlie Yeung, Ng King-To, Valen Hsu, Faith Yeung Titolo originale Fu zi. Drammatico, durata 150 min. - Cina 2006. MYMONETRO After This Our Exile * * * * - valutazione media: 4,00 su 1 recensione.
Consigliato assolutamente sì!
4,00/5
MYMONETRO®
Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
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Il tormentato rapporto tra un padre e un figlio. Il padre è un ex donnaiolo che, abbandonato dalla moglie, sprofonda in un vortice di debiti e nell'illegalità.
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primo piano
Dramma neorealista su un padre impossibile da amare e un bambino destinato all'infelicità
Emanuele Sacchi     * * * * -
Locandina After This Our Exile

Shing, violento, indebitato e infine abbandonato dalla moglie esasperata, fugge portando con sé il figlio Lok-yun, detto Boy. Dopo aver trovato una temporanea dimora in un alberghetto di un piccolo paese in Malesia, Shing costringe il figlio a rubare pur di sussistere alle sue spalle.
Benché il titolo internazionale After This Our Exile sia fuorviante, quello originale, Fu zi, ossia "Padre e figlio", rimanda direttamente alle origini della prima New Wave di Hong Kong e all'omonimo dramma neorealista di Allen Fong. Patrick Tam, che fu protagonista di quel movimento e poi mentore di Wong Kar-wai, torna dietro la macchina da presa dopo 17 anni dedicati all'insegnamento e sporadicamente al montaggio. Il suo stile è irrimediabilmente mutato: i colori al neon, la frenesia metropolitana e la contaminazione del cinema di genere, con il mélo come collante forte, lasciano spazio a un rigoroso neorealismo, alla semplicità di una messa in scena quasi "didattica" in un film dedicato esplicitamente da Tam ai suoi studenti. Quasi come a voler indicare la via di una semplicità quasi istintiva ai propri discepoli, in un panorama mutato irreversibilmente rispetto alla creativa Hong Kong anni '80.
Un linguaggio che si serve di riferimenti elementari e insieme potenti, come la doppia circolarità di ruota e girandola dell'incipit, che torna nell'epilogo a chiudere un'altra circolarità, questa volta temporale. La ciclicità di un destino avverso e privo di vie d'uscita è solo una delle chiavi interpretative di un'opera quasi priva di trama, che vive di tragiche iterazioni, assemblata dall'invisibile e disperato tentativo di Boy di rimanere legato ai propri genitori. Il mondo degli altri, delle famiglie più fortunate, rappresenta per lui qualcosa di irraggiungibile, sia nella loro felicità che ancor più nella loro disperazione - che porta a un'unità e un affetto sconosciuti al ragazzo. Una separazione che Tam sottolinea frapponendo cancelli, imposte o armadi tra Boy e l'oggetto della sua osservazione: barriere che rendono sempre più remota la prospettiva di ricostituzione di un nucleo familiare. Da una messa in scena apparentemente spoglia, Tam estrae attraverso artifici di montaggio - frenetica e non lineare la rappresentazione degli incontri amorosi di Shing - la spinta emozionale necessaria per empatizzare con personaggi egoisti e fallaci, ma mai giudicati dall'alto in basso. Le loro azioni appartengono alla natura imperfetta del loro ambiente, i loro corpi sono mossi dal fato, leggeri come le fronde malesi spostate dal vento e fotografate da Mark Lee Ping-bing, collaboratore abituale di Hou Hsiao-hsien.
Un Tam quasi irriconoscibile rispetto al fiammeggiante congedo (provvisorio) noir-mélo di My Heart is That Eternal Rose, quello di After This Our Exile, dolente riflessione con Bresson e Rossellini come guide spirituali, in un'indagine su come la miseria possa corrodere irreparabilmente l'animo umano. Il sorprendente "re del cielo" Aaron Kwok, divo del canto-pop per teenager, fornisce senza alcun dubbio l'interpretazione della carriera, spendendosi anche al limite dell'overacting per ritrarre una figura la cui tragicità è superata solo dalla repulsione che trasmette. La Malaysia, contrada remota rispetto alle faccende che contano, è il luogo ideale per narrare una storia di estrema marginalità, che non disdegna di diffondere un messaggio dolorosamente universale.

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Eventi e sentimenti annacquati in un "mélo" che viene da Oriente

di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Altre famiglie, altri Orienti. Anche se in Fu Zi - After Thios Our Exile, dell'hongkonghese Patrick Tam (in concorso), nessuno emigra, la frattura si consuma dentro le mura di casa, una stamberga in Malesia dove vive una giovane coppia con un bambino nato chissà perché (il Ragazzo, lo chiamano). I genitori sono giovani, belli. Lui lavora come cuoco ma guadagna una miseria, scommette, è inaffidabile e rissoso. Lei vuole un'altra vita. E se la prima volta lui la riacchiappa e a forza di botte e disperazione riesce a trattenerla, al secondo tentativo lei sparisce sul serio lasciandolo solo col ragazzino. »

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