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Paranoid Park, nuova storia di disadattamento adolescenziale di Van Sant

Il regista di Portland continua il discorso di Elephant svincolandolo dall'attualità.
di Gabriele Niola

Un mondo di minoranze

mercoledì 5 dicembre 2007 - Approfondimenti

Un mondo di minoranze
Ancora gli adolescenti, la high school, la mancanza di comunicazione e i mondi interiori che rimangono inascoltati, questi sono i temi da sempre del cinema di Gus Van Sant che specialmente nell'ultimo periodo vuole mettere in scena l'America delle minoranze e dei non omologati. Ma non si tratta delle minoranze etniche, religiose o sessuali, bensì quelle mille piccole minoranze in cui rientra chiunque non sia parte della maggioranza. Non i giocatori di football quindi ma gli skater, sottocultura simbolo di mille altre sottoculture, e che più di altre vive ai margini della società, in luoghi ben circoscritti e precisi.
Da qui parte il regista americano dalla mentalità indipendente per girare l'ennesima storia di mancato adattamento, di paternità assente e di difficoltà nel realizzare se stessi o nell'essere ciò che nemmeno si sa di voler essere, da un mondo che già visivamente è ben definibile, confinato in una moda e in universo cromatico (quello del color cemento).
Ma la novità vera di Paranoid Park è il modo quasi naïf con cui Van Sant decide di approcciare il racconto dei sentimenti. C'è una scena di amplesso delicatissima sottolineata da un silenzio molto espressivo e c'è un dialogo con in sottofondo uno dei motivi più noti delle musiche che Nino Rota ha scritto per Amarcord, entrambi sono esempi di come il regista palesi la sua presenza sottolineando le scene in questione e i sentimenti coinvolti con mano pesante e non nascondendo mai in nessun momento cosa stia provando lui ancor prima dei personaggi.
Non è difficile capire che il regista parteggia per il suo protagonista lungo tutto il film, lo segue costantemente (quasi nessuna scena è priva del personaggio principale) e non si preoccupa di chiedersi se siano giuste o no le sue azioni, il suo unico cruccio in ogni momento è cosa stia provando.

Una macchina da presa attaccata ai personaggi
Ma a collegare Paranoid Park a Elephant è soprattutto il modo in cui il film è girato, anzi è probabilmente più corretto dire che Paranoid Park porta ancora più avanti il discorso iniziato con Elephant, quello sui lunghi piani sequenza e sulla riconsiderazione del linguaggio del cinema.
Contrariamente alla tradizione del suo paese infatti Gus Van Sant non cerca più di essere invisibile quando dirige ma anzi cerca di essere molto presente, di ricordare in ogni momento allo spettatore che esiste un regista, un narratore e che gli eventi mostrati non sono neutri, ma visti attraverso la sensibilità di questo regista.
Tornano quindi le carrellate mentre i personaggi camminano nei corridoi delle scuole e torna una certa lentezza e piacere nel mostrare le scene e gli ambienti senza dialoghi, e questo succede anche in virtù della presenza di quello che al momento è senz'altro il più importante direttore della fotografia al mondo, Christopher Doyle. Il fotografo australiano, che già aveva lavorato con Van Sant in Psycho, qui a detta dello stesso regista fa un lavoro decisamente più "creativo", portando la sua esperienza in campo di innovazione e sperimentazione nella ripresa dei sentimenti maturata con la lunga collaborazione con Wong Kar-Wai.
L'armonia nei colori, l'uso particolare del ralenti e dei tagli di luce che inquadrano solo parte dei personaggi sono solo alcuni dei tratti più in vista dello stile di Christopher Doyle, ma forse più interessante per Paranoid Park è la composizione dell'immagine e le continue dualità e contrapposizioni che l'australiano mette sullo schermo.

Gli attori presi dalla strada
Curiosamente per un film americano gli attori non sono famosi, né intendono diventarlo. Non sono proprio attori, ma ragazzi, veri skaters di Portland reclutati attraverso mille modi diversi, dai manifesti per le strade agli annunci sui fumetti a un profilo MySpace.
Le risposte agli annunci messi dalla produzione sono state quasi 3.000 e da queste sono stati scelti gli attori incluso il protagonista, efebico e vulnerabilissimo già all'apparenza. Ma Gus Van Sant non si è fermato al solo reclutamento al di fuori degli standard: anche il modo in cui ha deciso di procedere alla stesura della sceneggiatura ha molto poco di ortodosso per gli Stati Uniti e ricorda molto di più il modo in cui si opera spesso in Europa.
Paranoid Park trae ispirazione dall'omonimo libro di Blake Nelson, ma per girare il film e seguire le proprie ossessioni Van Sant ha deciso di appoggiarsi molto alla consulenza degli attori che aveva reclutato, chiedendo a loro in ogni momento se quello che era previsto dalla sceneggiatura sembrava coerente per una comunità di skaters e concordando battute e gestualità.
Un modo di lavorare che ricorda per l'appunto più la libertà che ci si autoimpone in Europa piuttosto che il rigore industriale della macchina cinematografica statunitense e che non cozza affatto (anzi) con il modo molto personale che Van Sant ha di raccontare anche storie che apparentemente sono lontane dal suo mondo ma che in fondo mettono in relazione sempre le medesime tipologie umane.

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