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Riccardo Freda

Riccardo Freda è un attore egiziano, regista, scrittore, sceneggiatore, montatore, assistente alla regia, è nato il 24 febbraio 1909 ad Alessandria d'Egitto (Egitto) ed è morto il 20 dicembre 1999 all'età di 90 anni a Roma (Italia).

Popolare è bello

A cura di Fabio Secchi Frau

La prima caratteristica di questo regista è senza dubbio la passione per l'avventura e per tutti quei generi snobbati e ancora oggi considerati "di intrattenimento". Dalla filmografia di questo cineasta italiano emerge la sua voglia, quasi da ragazzino, di rivivere avvenimenti e vicende di grandi eroi, di sfuggire da un mondo, da un'Italia che si faceva più cupa, più triste (erano gli anni della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra) per fare dei film per tutti, che trasmettessero valori semplici, ma essenziali. Il popolo degli adolescenti l'ha amato per aver saputo mescolare spericolatamente letteratura e cinema, miscuglio che ha portato anche notevoli e decantate folgorazioni cinematografiche d'oltralpe. La trasposizione dei mondi letterari che lo avevano affascinato da giovane, l'ha portato, con grande tecnica, a essere rivalutato dalla controcultura marginale del Duemila. Lui che, per evitare predicozzi della critica italiana, si era rifugiato in Francia, dove aveva continuato, con il giusto tocco, a girare film non impegnati, ma per certi versi splendidi.
Di famiglia napoletana, dopo aver frequentato l'Università di Milano e studiato scultura, si iscrive, nel 1933, al Centro Sperimentale di Cinematografia. Contemporaneamente trova lavoro come critico d'arte nel giornale "Il Popolo di Lombardia", occupandosi anche di produzioni cinematografiche per la Tirrenia e l'Elica Film. dal 1937, si dedica all'attività di sceneggiatore firmando le trame dei film di Gennaro Righelli, Eduardo De Filippo, Giacomo Gentilomo, Raffaele Matarazzo e Goffredo Alessandrini.
Si prestò anche come attore per Henry Hathaway nella parte di un pilota ne Inferno nel deserto (1941), e dopo questa esperienza, decise di passare dietro la macchina da presa, esordendo alla regia con il lungometraggio Don Cesare di Bazan (1942) con Paolo Stoppa, dimostrando fin dal principio una notevole predilezione per le storie d'avventura e per le scene spettacolari, incontrando, fra l'altro un grande successo di pubblico. Replicherà con il musicale Tutta la città canta (1943), con Vivi Gioi e Nino Taranto, girato a Cinecittà. Ed è proprio su quei set che consocerà sua moglie, l'attrice Gianna Maria Canale che imporrà in molti dei suoi film.
Dopo aver firmato la sceneggiatura de L'abito nero da sposa (1945) per Luigi Zampa, prosegue la carriera di regista, trasportando classici letterari di stampo storico-avventuroso sul grande schermo. Da un racconto di Puskin nasce Aquila nera (1946) con Gino Cervi e da Victor Hugo I miserabili (1948) sempre con Cervi, ma anche con un giovanissimo Marcello Mastroianni. Il Conte Ugolino (1949) è da tutti visto come il suo capolavoro, grazie al finale di grande effetto e alla sceneggiatura che cita Dante Alighieri, nonché alla presenza di un Carlo Ninchi in stato di grazia. È di questi anni la sua polemica al neorealismo, movimento che secondo lui altro non era che un grande bluff, colpevole di aver assegnato a registi incapaci e privi di talento una sorta di "patentino ideologico buono per tutte le stagioni" che li metteva in buon occhio di fronte a pubblico e critica e li incasellava nella categoria "Grandi Autori". Giudicò aspramente Vittorio De Sica, smontando pezzo per pezzo la sua opera: «Gira sempre lo stesso film, prende un fatto storico, epico e terribile sul cui sfondo ambienta la storia di qualche poveraccio con il cuore in mano e con la mamma che lo aspetta piangendo di giorno e pregando di sera», inimicandosi così tutta la critica italiana che affondò o si mostrò indifferente di fronte alle sue riletture cinematografici e al suo cinema popolare e di genere. Scorbutico e menefreghista a riguardo, continuò a dirigere pellicole su pellicole dal drammatico Beatrice Cenci (1956), tratto da un romanzo di Guerrazzi e con l'immancabile Cervi, al primo horror italiano, I vampiri (1957) con la consorte. Quest'ultima pellicola, realizzata in pochissimi giorni e con non pochi problemi con la produzione (fu necessaria la sostituzione con Mario Bava, perché Freda lasciò il set per delle divergenze), inaugurò il filone horror italiano, che mischiava situazioni horror ad atmosfere e temi melo

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