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martedì 22 giugno 2021

Articoli e news Jia Zhangke

Altri nomi: ZhangKe Jia
51 anni, 24 Maggio 1970 (Gemelli), Fenyang (Cina)

Jia Zhang-ke si serve della propria filmografia per viaggiare nel tempo e nel passato, suo ma anche della Cina intera. Applaudito a Cannes e dal 9 maggio al cinema.

I figli del fiume giallo, un magnifico cortocircuito di realtà e finzione

venerdì 3 maggio 2019 - Emanuele Sacchi da FOCUS

I figli del fiume giallo, un magnifico cortocircuito di realtà e finzione Il cinema di Hong Kong è spesso rimasto come sottotesto, presente ma quasi invisibile, nei film di Jia Zhang-ke. Talora - tramite il lavoro del suo direttore di fotografia hongkonghese Yu Li-kwai, autore di pregevoli e poco conosciuti lavori come regista - il sottotesto emerge in maniera compiuta, per divenire qualcosa di più. Fino a I figli del fiume giallo (in originale Jiang hu er nü, nel titolo internazionale Ash is the Purest White), in cui l'influenza diviene omaggio esplicito, voluto e conclamato. Per la sua opera-mondo, dalla complessità stratificata, Jia sceglie di aprire su quelle impressioni lontane, su quelle sensazioni mediate dalla settima arte, che ha contribuito a creare una Hong Kong virtuale, non esistente sul piano reale ma presente nell'immaginario collettivo. Fatta di colpi di pistola, luci al neon, musica cantopop. In ogni intervista Jia ribadisce come fonti di ispirazione per il film John Woo e Johnnie To e i loro iconici noir calati nel mondo delle Triadi. Soprattutto i doppi capitoli di A Better Tomorrow per il primo e di Election per il secondo. To è infatti il primo, in Election 2, ad affrontare sul piano politico il mutato ruolo della Cina, utilizzando il gangster movie come allegoria per rappresentare la trasformazione in corso. Jia adotta un procedimento simile: pone al centro il jiang hu e le sue regole dell'onore, che la Triade ha ereditato dall'antichità e dal mondo delle arti marziali, così da rendere il sottobosco criminale un punto di vista privilegiato per guardare alla nazione nel suo complesso, storico e geopolitico. E alla storia della sua cinematografia, che passa anche attraverso il cameo riservato a tre registi dell'ultima generazione: Diao Yinan, Zhang Yibai e Feng Xiaogang (ma la parte recitata da quest'ultimo è stata rimossa dalla versione uscita in sala, come conseguenza dei problemi occorsi tra Feng e il governo di Pechino).

Ma il globale procede di pari passo con il particulare, la dimensione pubblica con quella intima. In I figli del fiume giallo si alternano infatti cinque formati differenti, dal DV al Digibeta fino all'alta definizione e alla pellicola 35mm, per raccontare un excursus che riguarda la carriera precedente del regista e la sua stessa vita, in un intreccio inscindibile, degno di Truffaut.

La prima scena del film è costituita da un girato risalente al lontano 2001 e realizzato nei luoghi da cui Jia proviene, da Fenyang nello Shanxi. È l'inizio di un viaggio a ritroso che utilizza la filmografia del regista per ricostruire quel che oggi sono diventati lui, lei e la Cina. Dove "lei" è Zhao Tao, moglie, musa e protagonista di molti film del regista. Spesso nel ruolo di una insegnante di ballo, la professione che Zhao svolgeva prima di conoscere Jia e di essere convinta da lui a diventare attrice professionista.
Realtà e finzione sono in continuo cortocircuito in I figli del fiume giallo. Anche Qiao è una ballerina, ma quando si tratta di aderire al jiang hu lo fa con abnegazione: lo deve a un padre minatore, bisognoso di sostegno economico, e a un amante boss della mala. Il suo continuo sacrificio però - il carcere, le umiliazioni subite - non tratteggia il percorso di un martirio. Qiao resta forte e indomita, resiliente di fronte alle ingiustizie della Cina che cambia, che cresce e calpesta ogni cosa. Al contrario Bin si adatta al presente, si fa trascinare dalla corrente; Qiao, invece, come una diga, ha il compito di ricomporre, ricostruire, di dare un senso a un progetto.

Anche nella regione delle Tre Gole è una diga a cambiare le vite dei suoi abitanti: ed è lì che si reca Qiao, seguendo gli stessi passi e frequentando gli stessi luoghi della protagonista (da lei interpretata) di Still Life. Come Dale Cooper nei boschi di Twin Peaks o gli Avengers nel recente e fortunatissimo Avengers: Endgame anche Qiao utilizza il cinema per viaggiare nel tempo. E, forse, per riscriverne il finale.


Figura di prua del cinema indipendente cinese, Jia Zhang-ke firma una storia intima e smisurata che fa il punto sul suo Paese. Dal 9 maggio al cinema.

I figli del fiume giallo, il grande romanzo nazionale

martedì 23 aprile 2019 - Marzia Gandolfi da FOCUS

I figli del fiume giallo, il grande romanzo nazionale Sublime noir contagiato progressivamente dallo slancio fluido di un mèlo, I figli del fiume giallo, come ogni film di Jia Zhang-ke porta le stimmate delle evoluzioni della Cina nel corso degli anni. La sua storia, compresa tra il 2001 e i primi giorni del 2018, si svolge a Shanxi, dove le miniere chiudono destabilizzando e delocalizzando i suoi abitanti attorno alla più grande centrale idroelettrica del mondo sulle rive del fiume Yang-Tze. Tutto, i legami come i luoghi, sono condannati a subire una violenta trasformazione se non addirittura una distruzione senza appello. Di nuovo, il cinema di Jia Zhang-ke abbraccia il destino dei suoi personaggi e quello della Cina contemporanea. La mutazione accelerata del (suo) mondo è l'oggetto ideale del suo cinema. Registrare una realtà che evolve sotto gli occhi con tale velocità e tali proporzioni è la sua vocazione e in un certo senso quella del cinema (delle origini). Dopo il gigantismo del cantiere di Still Life, che conduceva a conseguenze enormi, dopo la relazione d'amore di Al di là delle montagne attraverso gli anni e le trasformazioni economiche del suo Paese, l'autore affina di più la sua arte in un film noir che comincia nel 2001 con l'idillio di Qiao, figlia di un minatore. È il tempo dell'apertura all'Ovest, delle discoteche improvvisate, del deflusso dell'attività mineraria e di tutte le tradizioni dell'era maoista. Il primo capitolo del film si arresta quando la giovane donna, innamorata di un boss locale, deve impugnare la pistola e usarla per difenderlo. Inghiottita da un'ellissi, seguiranno per lei cinque anni di prigione. E dal carcere Qiao uscirà per constatare che ha mancato una vita possibile con l'amato e mille altre senza di lui. Ma lei è più forte di lui, più ingegnosa, più brillante e avrà l'ultima parola in un mondo di uomini e dentro un film che comincia come un film di Scorsese. Un giro di gangster governato da padrini, alleanze, codici d'onore, rivalità, machismo, rituali, affari, esplosioni di violenza.

I figli del fiume giallo è il ritratto magnifico e complesso di una donna interpretata da Zhao Tao, musa e compagna del regista, nata sullo schermo con Platform. La presenza costante dell'attrice in tutti i film di Jia Zhang-ke a partire dal 2001 racconta un percorso, quello di una società intera, e un aspetto del cinema, quello di documentare la storia mentre la storia è in corso. Eroina imperiosa e attrice incomparabile di rigore e grazia, incarna la disillusione del suo personaggio e quella di una nazione intera, la cui volontà ossessiva di cambiamento non porta a niente di buono. A prestargli la replica è Liao Fan, boss e roccia che vacilla in una storia di amore assoluto, prima condiviso e poi a senso unico. Il film avanza in un movimento (sentimentale) di bilanciamento perpetuo.

A colpi di ellissi, il tempo passa sugli amanti e su quel loro amore che conosce il tradimento, il sacrificio, la fuga, il ritorno. Perché il ritorno a casa è inevitabile malgrado quella boccata d'aria e quella fuga (im)possibile offerta da uno sconosciuto sul treno. Bisogna affrontare il proprio destino anche se quel destino assomiglia a un paesaggio dopo l'uragano.
Dal 1999, Jia Zhang-ke racconta i mutamenti della Cina in tempo reale, facendosi testimone maggiore di un cambiamento di civiltà e iscrivendo i suoi protagonisti nei décor di cantieri permanenti e sovradimensionati. Ritornare con una 'nuova vicenda' sugli ultimi due decenni del suo Paese, gli permette di rivisitare la sua filmografia, di ripensare (e riciclare) le immagini inedite dei suoi film precedenti. Cuore centrale delle sue storie è sempre la provincia dove è nato e dove trova da sempre ancoraggio estetico e sociale il suo cinema. La sua produzione artistica, avviata nel 1995 e rimasta a lungo clandestina in Cina, testimonia da sempre la fragilità dell'uomo sottomesso a volontà che lo doppiano.

Funambolo su un filo teso tra fiction e documentario, l'autore è ritrattista e paesaggista insieme di sentimenti forti emersi da una società in crisi. Vedere i suoi film è come accedere a un laboratorio estetico, un diapason che produce un suono puro, frequenze armoniche che accordano tecnica digitale e finzione, documentario e lirismo elettrico, (iper)sensibilità poetica e interazione tra uomini e ambiente. I figli del fiume giallo condivide lo stesso luogo e la stessa traccia autobiografica di Pickpocket e di Platform, la stessa alienazione disorientata della giovinezza di Unknown Pleasures, la stessa volontà di confrontare la mutazione socio-economica cinese alla globalizzazione di The World, la stessa constatazione della sparizione dei luoghi e delle linee della Tradizione di Still Life, la stessa denuncia ma con accenti melodrammatici del potere corruttore del denaro nei quadri sanguinosi di Il tocco del peccato.

Storia intima e smisurata, I figli del fiume giallo non è solamente un'avventura individuale e finzionale ma è soprattutto la storia di un Paese, di un continente, di un impero che ha stravolto la sua maniera di esistere, la vita del suo miliardo e mezzo di abitanti e l'equilibrio del mondo. Il film prosegue l'immenso proposito costruito in vent'anni da Jia Zhang-ke. Tutte le sue opere sono consacrate al medesimo tema: l'ingresso della Cina nel XXI secolo. Un evento rivoluzionario di cui non si è ancora compresa la portata, soprattutto in Europa, sempre persuasa di essere il centro del mondo, che evidentemente non è più in Occidente. I figli del fiume giallo è la storia di una donna che ama un uomo meglio di quanto lui sia capace di amarla, è la storia di un continente che cambia secolo e cambia il mondo.

Il tocco del peccato e l'obbligo del sangue.

Tutte le ragioni della violenza

domenica 24 novembre 2013 - Roy Menarini da APPROFONDIMENTI

Tutte le ragioni della violenza Grazie al fatto che Jia Zhang-Ke ha spiazzato tutti i suoi raffinati conoscitori con un film duro come Il tocco del peccato si può nuovamente parlare di violenza al cinema senza false ipocrisie. Finché le sequenze più brutali vengono filmare da cineasti abituati a farlo, si chiamino Quentin Tarantino, Robert Rodriguez, Takeshi Kitano (qui peraltro produttore) o Eli Roth, le persone rimangono della propria idea. Chi ama il genere, esulta. Chi detesta il sangue sullo schermo, si ritira schifato, non di rado accusando di sadismo gratuito il cineasta di turno. Quando invece a mostrare il grand guignol è un regista spesso contemplativo e vicino all'idea di ibridazione col documentario, i nervi immediatamente saltano.
Il concetto di gratuito o necessario, in verità, ha sempre rappresentato una foglia di fico della critica cinematografica. Un po' come il nudo artistico contrapposto all'erotismo sfacciato. Ovviamente, tutto dipende dalla sensibilità di chi guarda, ma molto anche al concetto di violenza che si mette in scena. È difficile accusare Jia Zhang-Ke, anche solo per il curriculum che ha alle spalle, di violenza fine a se stessa, o di pulp sconsiderato, anche se naturalmente si potrà ben dire che non vi era alcun bisogno di mostrare i crani fracassati dalle fucilate, i dettagli del sangue che scorre dalle ferite, i petti squarciati dal coltello e così via. Jia Zhang-Ke lo fa perché pensa che sia una forma di verità, e che - ancora una volta - contribuisca (ma con altri mezzi) a documentare le sperequazioni e le mostruose ingiustizie che albergano nella Cina contemporanea. Si apre dunque un paradosso: la violenza viene rappresentata in maniera realistica (il patto di credibilità secondo cui il sangue fuoriesce da un corpo proprio in quel modo, senza infingimenti, con gran cura del particolare) ma per ottenere un risultato metaforico. La precisione clinica per l'allegoria. Il cruento per il pensiero.
In Il tocco del peccato i personaggi uccidono perché hanno esaurito le opzioni. Ammazzano perché ogni negoziazione, o richiesta di diritti, viene negata. Distruggono le vite perché non tengono più in alcun conto la propria (e infatti uno di loro si suicida). La maggior parte dei personaggi in scena sarebbe definita dalle categorie di psichiatria criminale come "spree killer", che si differenzia dai serial killer poiché i delitti maturano in breve tempo e durante una singola esplosione di violenza. Siamo abituati a spree killer mitomani (strage di Columbine), neonazisti (strage di Utoya), paranoici (strage di Erba), ma quasi tutti abitano il dorato mondo occidentale e ne rappresentano una improvvisa aberrazione. I personaggi di Jia Zhang-Ke invece no, esplodono dopo che la pentola a pressione non ha lasciato uscire nemmeno uno sbuffo, e reagiscono a una situazione di tragica frustrazione, umana e sociale. Non sono pazzi, sono solo esasperati.
Per cui è vero che Jia Zhang-Ke ci parla della Cina contemporanea e del suo cinismo, ma forse ci dice qualcosa anche della violenza delle rivoluzioni (quelle arabe per esempio) e della incontrollabilità delle reazioni umane quando di umano, nella propria vita, è rimasto ben poco. Ecco allora perché la rappresentazione della violenza diviene quasi un dovere.

   

   
   
   


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