Gianni Schicchi

Film 2021 | Musical, 75 min.

Regia di Damiano Michieletto. Un film con Vincenzo Costanzo, Manuela Custer, Caterina Di Tonno, Roberto Frontali, Giancarlo Giannini. Cast completo Genere Musical, - Italia, 2021, durata 75 minuti. Uscita cinema domenica 28 novembre 2021 distribuito da Genoma Films. Oggi tra i film al cinema in 1 sala cinematografica Valutazione: 2,50 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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L'opera di Puccini diventa un film girato in presa diretta.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 2,50
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
CONSIGLIATO NÌ
Michieletto sa riattivare i codici di un genere musicale elitario.
Recensione di Marzia Gandolfi
mercoledì 10 novembre 2021
Recensione di Marzia Gandolfi
mercoledì 10 novembre 2021

Buoso Donati, ricco mercante d'arte, muore 'teatralmente' nel suo letto. Attorno a lui le lamentazioni cedono il passo all'avidità dei suoi 'cari', ansiosi di sapere come sarà ridistribuita la grande fortuna del defunto. Ma il testamento rivela presto un'amara verità, il vecchio uomo ha lasciato tutto ai frati del convento di Signa. Forse per espiare quei beni ottenuti non sempre onestamente, forse in barba all'avidità dei suoi familiari, che adesso piangono lacrime vere. Privati della ricchezza da un testamento inattaccabile, gli eredi, aristocratici e sprezzanti, si rivolgono a Gianni Schicchi, virtuoso dell'inganno. L'uomo è riluttante ma il sentimento che sua figlia nutre (ricambiata) per il giovane rampollo dei Donati, lo convince ad agire. Deciso a favorire quell'amore, 'mette in scena' la truffa, col beneplacito dell'aristocrazia e soddisfazione della 'gente nova'.

"O mio babbino caro » è un'aria così celebre che chiunque saprebbe (almeno) accennarla. La sua provenienza è meno scontata. Opera comica in un atto, "Gianni Schicchi" è una partitura lirica piena di malizia sull'eredità e le attese disattese degli eredi, piena di trovate musicali e comiche, di una 'recitazione intonata' quasi costante, le sole dissonanze sono riservate agli effetti teatrali e comici.

Con un'appropriazione sensibile, Damiano Michieletto, che ha dimostrato a teatro come al cinema (Rigoletto al Circo Massimo) di saper riattivare i codici di un genere musicale elitario, mette in scena una storia mille volte intesa, pescando come Puccini nella Commedia dell'Arte, poi confluita in quella 'commedia all'italiana' che recupera l'eredità del Neorealismo, con la sua precisione topografica e sociale, mescolando farsa e tragedia. Gianni Schicchi, personaggio reale in cui inciampa Dante Alighieri nella bolgia dei falsari, non ha dopotutto la destrezza di Arlecchino per il raggiro? Lauretta non ha la grazia vezzosa di Colombina? E ancora il vecchio e avaro Simone non veste come un guanto la ruvidezza di Pantalone? Ma il protagonista pucciniano risuona pure nel Marchese del Grillo monicelliano, che inventa farse diaboliche a spese della sua famiglia bigotta e della corte papale.

Traslocato dal Medioevo al presente, Gianni Schicchi rivisita un classico dell'arte lirica mischiando codici e linguaggi sulla 'tela' di un paesaggio rurale e toscano. Come Gallone, Rosi o Losey prima di lui, Michieletto affronta il film-opera, oggetto culturale in cui convergono differenti forme d'arte, integrando i rispettivi codici e andando oltre quello che sono separatamente. Ancora una volta, l'autore mette in relazione la voce e il corpo, luogo d'espressione della materia passionale, le sincronizza investendo su cantanti capaci di incarnare gli accenti di Puccini e i versi volontariamente arcaici di Forzano.

Ambientata nel 1299 e scritta da Giovacchino Forzano al principio del Novecento, la vicenda di "quel folletto di Gianni Schicchi" ritrova col suo smalto il concreto e materiale ingegno del suo eroe. Dietro le parole 'antiche' cova l'impazienza degli eredi, un classico dei racconti gialli o della commedia nera, e la volontà dell'autore di (re)interpretare il soggetto attraverso supporti visivi o accorgimenti che costruiscono il racconto in maniera imprevedibile e trasformano il senso di una scena, valorizzandola, manifestandola, parafrasandola, esplicitandola (a volte troppo). Se Rigoletto al Circo Massimo cedeva meno all'illustrazione, arginato dal pudore verdiano, Gianni Schicchi soffre forse della naturale esuberanza dell'opera pucciniana. E in alcune occasioni quella esuberanza diventa una trappola per un film che nella foga di spiegarsi manca di sottigliezza. L'ecografia di Lauretta, 'snocciolata' come il catalogo di Don Giovanni, è una ridondanza che dimostra poca fiducia nello spettatore. Superfluo è pure il prologo di Giancarlo Giannini (non la presenza attoriale, sempre nobile). Nel ruolo di Buoso Donati, l'attore 'incarna' un espediente retorico, rivolgendosi al pubblico per chiedere complicità e benevolenza. Nell'opera di Puccini è Gianni Schicchi a dimostrare allo spettatore l'utilità del suo inganno. Grazie a lui, Lauretta e Rinuccio saranno sposi felici, contenti e molto ricchi. Lo slittamento è una sorta di correttivo per rendere l'opera più comprensiva e partecipata.
Se la riuscita del regista veneziano, ricercatore ostinato della modernità di un classico, è sovente all'altezza della sfida e dell'attesa che suscita, questa volta l'operazione di riattualizzare un monumento della lirica è imprudente, cimentoso direbbe Forzano. La sua rivisitazione, che tende evidentemente ad agganciare chi non conosce "Gianni Schicchi", gli altri hanno la loro versione dentro, a facilitare e a rassicurare, abbassa l'originale, privandolo della sua capacità naturale di manifestarsi in tutta la sua folgorante intuizione. Dio ci guardi dall'ortodossia operistica ma spostando il limite più avanti si rischia talora l'evanescenza. Peter Brook ripeteva spesso di "non tradire il pubblico", qualche volta basterebbe soltanto non sottovalutarlo, esortando l'esercizio dell'immaginazione.

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Marzia Gandolfi

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