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La spettacolarizzazione dei diritti

Pride tra mercato e nobili intenti.
di Roy Menarini

In foto una scena del film Pride di Matthew Warchus.

sabato 13 dicembre 2014 - Approfondimenti

Ormai è persino inutile ripetere che - al netto dell'impegno nei temi proposti - molte forme di cinema d'essai ruotano su formule e ingredienti di marketing tanto quanto i blockbuster hollywoodiani. Da questo punto di vista, tra Pride di Matthew Warchus e Transformers 4 - L'era dell'estinzione di Michael Bay il più sperimentale è certamente il secondo, e comunque entrambi misurano al millimetro l'impatto presumibile sul loro pubblico di riferimento. Il fatto che la nicchia di spettatori del primo sia più ridotta (così come il budget) di quella del secondo non muta gran che il contesto della riflessione. Pride rappresenta il non plus ultra del cinema inglese contemporaneo e del suo mix di favole sociali e indignazione democratica. Riunire il filone LGBT e il genere "anti-Thatcher" appare sicuramente una mossa astuta, tanto è vero che riesce a tappare le falle di una sceneggiatura particolarmente lacunosa e probabilmente rimaneggiata - almeno a giudicare dall'attenzione discontinua ai troppi personaggi in scena.

Non c'è nulla di male a divertirsi con Pride, o a sentirsi rappresentati da un film così pieno di valori condivisibili e che vibra difesa delle minoranze, a patto (appunto) di non pensarlo come un fiore di virtù in una giungla di prodotti commercialmente scaltri. Detto questo, c'è del buono in un tema di fondo, che tutto sommato fa rispecchiare nel tema del racconto quel che stiamo dicendo del cinema inglese. Il rapporto difficile tra militanti gay e minatori in sciopero, nella cupa Inghilterra di metà anni Ottanta, si trasforma in una liberazione reciproca. Il supporto offerto dal gruppo gaylesbico permette a ciascuno dei membri del collettivo di trovare un proprio equilibrio e di avere qualcosa per cui combattere; al tempo stesso, i lavoratori impegnati in uno scontro durissimo, trovano (dopo molti imbarazzi) una comunità a loro del tutto aliena che li aiuta materialmente e moralmente. I momenti di svolta, tuttavia, che offrono la possibilità di superare i preconcetti sono offerti dalla musica. E in particolare dalla musica pop degli anni Ottanta. Bronski Beat, Frankie Goes to Hollywood, Soft Cell, Culture Club, Dead or Alive - oltre a rappresentare una galleria di straordinari esempi di rovesciamento dei cliché eterosessuali - sono la colonna sonora dei vituperati anni Ottanta. Quel decennio quasi sempre considerato di riflusso, disimpegno, de-ideologizzazione, offre invece la musica adatta (persino in un concerto storico, ricordato nel film) per unire figure inconciliabili in nome della protesta e della rivendicazione dei diritti.

Una spettacolarizzazione? Forse, un po' come la forza espressiva del Gay Pride, evocato fin dal titolo e nume tutelare dei destini dei protagonisti di Matthew Warchus. In questo sottotema - il pop come unificatore ideologico - sta forse la ricetta metaforica anche di Pride, ovvero cinema d'autore in versione light, pronto a raggiungere il pubblico più ampio e a riunire tutti gli spettatori di area progressista e di visione libertaria della vita.

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