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Schermi in classe, la prima sala virtuale per le scuole italiane

Grazie alla collaborazione con MYmovies.it, dal 13 al 17 dicembre, le scuole potranno vedere gratuitamente il film La mia classe.

martedì 13 dicembre 2016 - News

Schermi in classe è un progetto ideato da Cinemovel Foundation che porta nelle scuole italiane un modello didattico innovativo e creativo che utilizza il cinema, la rete, la potenzialità delle tecnologie e dei nuovi linguaggi per parlare di contrasto alle mafie e cittadinanza attiva.
Al progetto partecipano il Liceo Sabin di Bologna, che ne è il coordinatore, l'Istituto 'G. Marconi' di Castelfranco Emilia (MO) e l'Istituto 'A. Bertola' di Rimini ed è realizzato grazie al contributo del MIUR - DG per lo Studente, l'integrazione e la partecipazione.

Gli studenti condividono contenuti multimediali selezionati dal web attraverso un portale online, dando vita a una library multimediale e facilitando il confronto tra territori, saperi e competenze diverse.
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Ai numerosi strumenti proposti dal progetto (web-conference, incontri frontali, laboratori multimediali e di media literacy) da oggi, grazie alla collaborazione con MYmovies.it, si aggiunge la prima sala virtuale rivolta alle scuole italiane.
Dal 13 al 17 dicembre gli studenti di Schermi in Classe potranno vedere gratuitamente da casa, in famiglia o con gli amici, il film: La mia classe, di Daniele Gaglianone.

Entra nella Sala Virtuale di Schermi in Classe »

Per maggiori informazioni scrivi a sic@cinemovel.tv


Una scena del film.
Una scena del film.
Una scena del film.

di Daniele Gaglianone
Quando Valerio Mastandrea racconta, alla fine del film, l'incontro con il cane, egli diventa il film, nel senso che incarna il soggetto/oggetto del nostro sguardo in quanto realizzatori del film e anche agli occhi dello spettatore. Ed è qualcosa di inaccettabile, di osceno, come se, alla frontiera del mondo dei film, quel Valerio non avesse i documenti e non potesse passare. Può essere mandato via, scacciato, ma non può sparire. Nessuno di noi, né io regista del film, né Valerio interprete del film, né lo spettatore sanno dire chi è che parla in quel momento.
Non si tratta del Valerio che abbiamo visto nel film come personaggio, in quanto si percepisce non corrispondere al Valerio inteso come soggetto nominato e nominabile, riconosciuto e riconoscibile al di là della presenza nel film (in altre parole: non può trattarsi del Valerio vero); non è il professore, personaggio interpretato e fatto vivere da quel Valerio; non può essere nemmeno il Valerio vero, quello che - appunto - è fuori dalla scena e che è all'origine dei due corpi che si muovono nel film (il professore e l'attore che lo interpreta); non può essere lui perché sta agendo su di sé per creare qualcun altro, un qualcuno a cui nessuno sa dare un'identità.

Il vero Valerio non può entrare nel film se non attraverso una mediazione: è osceno come è osceno il finale del film dove lo studente senza documenti viene "veramente" preso dalla polizia.
Daniele Gaglianone

Si tratta di un finale osceno in quanto si trova al di fuori dei confini del film che la troupe ha finito di girare. Il film nella sua totalità è una sorta di paradossale messa in scena dell'osceno: ma cosa diviene l'osceno quando è in scena? Diventa un nodo irrisolto che vaga come un non-morto nella zona grigia esistente tra le definizioni, in quella no man's land dove la volontà e necessità di definire non riesce ad arrivare e dove le cose appaiono indeterminate proprio perché ridotte alla loro essenza primaria che non può essere ricondotta a (e ridotta da) nessuna definizione. Questa condizione di oscenità è intimamente legata alla dimensione speculare dell'immagine intesa innanzitutto come immagine creata: di fronte ad essa - al di là di una possibile consapevolezza - tutti si ri/specchiano, semplicemente perché ognuno di noi sa (anche senza rendersene conto) che quando guardiamo dentro un obiettivo vediamo inevitabilmente riflessa la nostra sembianza: sappiamo che questo incontro avviene anche quando guardiamo qualcuno negli occhi. Da qualche parte il nostro corpo sente che laggiù, nella pupilla dell'altro, esiste la nostra ripetizione. L'unica cosa che non vedremo mai siamo noi stessi; e meno che mai allo specchio, luogo che nella sua epifania rimanda una copia che modifica fatalmente lo status di chi si sta guardando.


Una scena del film.
Una scena del film.
Una scena del film.

Protagonisti della scena del nostro vivere saremo sempre nello stesso tempo fuori scena, saremo sempre intimamente osceni. Questa segreta indeterminatezza è intollerabile perché non abbiamo un posto dove metterla, così come non sappiamo dove mettere né Valerio che ci racconta del cane né il film stesso: è finzione? O è un documentario? Questa condizione di non-qualcosa trascende il film: non è infatti la condizione di tutta quella umanità che abita sempre più numerosa quegli spazi creati appositamente (le non-galere: i centri di identificazione ed espulsione) o di quelli che impongono la loro presenza in modo autonomo, spazi interstiziali e marginali dove riporre l'inaccettabile, l'indeterminato, ciò che sfugge alle categorie utilizzate dalla società democratica per creare la propria immagine di sé, dove allontanare tutto ciò che non può stare in scena perché nel vocabolario della democrazia non si trova un nome che gli dia cittadinanza?

I profughi ammassati ai reticolati e ai muri di confine, i migranti attaccati ai barconi e quelli annegati in fondo al mare non rappresentano forse questa oscenità che spinge ed entra in scena senza né definizione, né permesso?
Daniele Gaglianone

Tutto questo rompe la dicotomia fra dentro e fuori creando uno spazio incollocabile che però non risulta estraneo perché lo percepiamo intimamente connesso a quello stesso sguardo osceno (noi dentro la pupilla dell'altro, noi dentro l'obiettivo) che siamo impreparati a vedere e che ci esplode in mano facendo saltare tutti i nostri confini mentali e materiali.
La questione migratoria, lo spostamento di viventi che cercano uno spazio dove semplicemente far vivere il proprio corpo, condizione sine qua non che rende ogni altra condizione possibile, mette in crisi la fragile struttura dell'edificio di senso (e del linguaggio che lo sostiene e lo esprime) in cui abitiamo. L'oscenità rimanda all'impossibilità di vedere il proprio corpo senza una mediazione, sia che si tratti di una mediazione politica, ideologica, artistica, sia che si tratti di un semplice specchio o di un obiettivo di una camera, la stessa camera a cui si rivolge lo studente espulso dalla classe e dal film nell'istante finale: "Mi stanno portando via, riportandomi nell'osceno. Mi vedi o non mi vedi? E se mi vedi, cosa fai adesso?" Dopo quello sguardo non c'è più nulla.


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