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Il palco del desiderio

Perché Magic Mike non è solamente un film sullo strip maschile.
di Roy Menarini

In foto Matthew McConaughey in una scena del film Magic Mike di Steven Soderbergh.
Matthew McConaughey (Matthew David McConaughey) (49 anni) 4 novembre 1969, Uvalde (Texas - USA) - Scorpione. Interpreta Dallas nel film di Steven Soderbergh Magic Mike.

domenica 23 settembre 2012 - Approfondimenti

Quando dietro al macchina da presa c'è Steven Soderbergh, l'attenzione si alza. Sarà anche per questo che il rischio di liquidare Magic Mike come una normale commedia agrodolce all'americana non viene nemmeno preso in considerazione. Ben presto, mentre il film procede, ci si rende conto che l'attesa è stata ben riposta e che, ancora una volta, il regista ha utilizzato una storia semplice per un discorso di ben altro spessore. La chiave della messa in scena non sono, come alcuni hanno pensato, i momenti introspettivi o il dietro le quinte degli spettacoli di spogliarello, bensì gli spogliarelli stessi. Bisogna porre attenzione agli indumenti (che secondo Roland Barthes costituivano, pur cadendo uno a uno, l'impostura dello striptease): i giovani americani di Magic Mike si travestono secondo i ruoli più stereotipi dell'America contemporanea, da marine, da poliziotto, da rapper, da cowboy. I miti fondanti, law and order, sono tutti lì, al tempo stesso parodiati (si veda la surreale sequenze dell'irruzione in casa delle collegiali) e riconfermati (supremazia fisica del maschio, dominio nell'atto sessuale, simulazione della sottomissione, e così via).
Soderbergh, mentre mostra le contraddizioni di uno spettacolo qualsiasi, evidenzia che niente è davvero qualsiasi nella società statunitense in crisi, e anche le subculture come quella dei male strip club offrono il teatro assurdo e inconsapevole della propria epoca. Non a caso, lo sguardo desiderante delle donne è in qualche modo collettivo, anonimo, rituale, tranne quello della protagonista, che - nella sequenza più flagrante - osserva ipnotizzata, mentre una parte di lei vorrebbe fuggire. E così, quel che potrebbe apparire moralistico (lo spogliarello come simulacro, la prossimità tra questo mondo a parte e l'universo della droga, etc.), spiega che quel trionfo del posticcio e del feticcio non impedisce che il tema della crisi e quello del denaro esplodano con forza travolgendo i personaggi. Il perimetro del desiderio - il palco, dove piovono i dollari stropicciati delle clienti - difende dall'esterno solo all'apparenza. Il capitalismo incarnato - è il caso di dirlo - da questi corpi mascolini e muscolosi non è, in fondo, più scintillante di quello mesto e faticoso della comunità di lottatori del The Wrestler di Aronofsky. E Soderbergh è uno dei primi - grazie anche al soggetto di Channing Tatum - a cercare di offrire, insieme a un solido spettacolo, una riflessione non banale sulla relazioni che si instaurano tra desiderio e denaro. Per un autore che, attraverso la metafora del virus – in Contagion - , aveva narrato la volatilità e l'irrappresentabilità della crisi, il corpo esposto ed esibito di Magic Mike diviene il naturale proseguimento di un'analisi organica e sorprendente della società contemporanea.

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