If My Country Should Call

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Le giornate del cinema muto

La Universal distribuì If My Country Should Call nel settembre del 1916 promuovendo il film all'insegna del “teniamoci pronti” (gli Usa avevano dichiarato guerra il 6 aprile 1917) e, in tal senso, impartiva una lezione patriottica sull'obbligo morale dell'arruolamento. Margaret, ferma oppositrice della guerra, somministra di nascosto al proprio figlio un “inibitore cardiaco” per impedirgli di arruolarsi. Malauguratamente, però, questo intervento della madre manderà in rovina anche il suo fidanzamento e lo spingerà al bere. Lo schema narrativo di base - una madre che distrugge la vita del proprio figlio nel tentativo di salvargliela - si complica considerevolmente attraverso gli intrecci secondari, i flashback e una sequenza onirica che pare suggerire che l'intera vicenda sia solo una fantasia scaturita dalla coscienza tormentata di Margaret. Il fatto poi che dei 5 rulli originali del film ne siano sopravvissuti solo 3, va a ulteriore discapito della completezza del racconto. Grazie però alla dettagliata sinossi depositata per il copyright e conservata con l'unica copia esistente del film presso la Library of Congress, la proiezione sarà accompagnata da una descrizione dell'azione contenuta nei 2 rulli mancanti. If My Country Should Call fu il primo dei cinque lungometraggi che Ida May Park e suo marito Joseph De Grasse realizzarono con Dorothy Phillips e Lon Chaney. La Universal accreditò De Grasse come regista e la Park solo come sceneggiatrice, ma conoscendo il metodo di lavoro solitamente associato a questo tipo di partnership dallo studio di Culver City, con ogni probabilità, la Park co-diresse il film. Sicuramente, fu questo ciclo di film a permetterle di passare al ruolo formale di regista. A partire dall'autunno del 1917, la Park e De Grasse si alterneranno nel dirigere i film della Phillips. Lei ne scrisse e diresse 7, mentre lui ne diresse 4 scrivendone uno soltanto (un adattamento da Casa di bambola di Ibsen). Broadway Love, diretto dalla Park nel 1918, con Dorothy Phillips nelle vesti di un'aspirante attrice che riesce brillantemente a destreggiarsi tra le insidie dell'amorale Broadway, ha deliziato il pubblico delle Giornate 2006. La Park diresse poi una serie di film con Mary MacLaren, raggiungendo un totale complessivo di 11 lungometraggi durante il suo periodo alla Universal. Un dato, questo, che fa di lei una delle più prolifiche tra le 11 donne accreditate come registe dello studio Universal tra il 1912 e il 1919. Solo la straordinaria produttività di Lois Weber la pone al secondo posto per numero di film realizzati. Se con ogni probabilità, If My Country Should Call non è da considerare uno dei migliori film della Park, è tuttavia abbastanza indicativo del tipo di progetto che, per un certo periodo, portò un gruppo di donne intraprendenti a dirigere film per questa major hollywoodiana. I riferimenti del film alla guerra contro il Messico richiedono un minimo di spiegazione. If My Country Should Call uscì dopo la spedizione lanciata dal generale Pershing oltre frontiera (con il beneplacito ufficiale del presidente messicano Carranza) per punire Pancho Villa del raid da lui compiuto nel marzo 1916 ai danni della città di Columbus, nel New Mexico. Malgrado il grande risalto datole dalla stampa, l'avventura si risolse in una sconfitta virtuale per le truppe americane. Il New York Times in data 26 settembre dichiarava: “Nessuno in questo paese sa per certo se Pancho Villa sia ancora vivo o morto”. La consapevolezza del pericolo reale e contingente rappresentato da Pancho Villa si scontrava con la sensazione che non sarebbe stato possibile sconfiggerlo perché nessuno sarebbe mai riuscito a trovarlo. Le truppe americane si ritirarono nel gennaio del 1917, senza aver catturato né ucciso Villa. Le frustrazioni sul fronte messicano rafforzarono i dubbi sulla effettiva preparazione della nazione ad affrontare il conflitto di ben maggiore portata geopolitica della prima guerra mondiale. Significativamente, il film crea una fusione tra i due conflitti laddove il “teniamoci pronti” sembra dipendere soprattutto dalla disponibilità di Margaret a lasciare che il figlio risponda alla chiamata del suo paese. - MARK GARRET COOPER

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