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Il disastro della nostra nazionale di calcio

Il dolore italiano, la rivoluzione in Federazione. Capire cosa è successo oggi ripensando a Gianni Rivera, il Marlon Brando del calcio.
di Pino Farinotti

martedì 7 aprile 2026 - Focus

Da tempo MYmovies racconta storie del mondo legate al cinema ma non strettamente legate. È assodato: tutto è “cinema”, piccolo o grande schermo. Il focus è stato su grandi vicende che non potevano essere ignorate: Gaza; un mondo in caduta libera; la “flottiglia”; Trump e il suo antagonista neosindaco di New York Zohran Mamdani; il ritorno degli imperi: Usa, Cina, Russia; Francia: la caduta della grandeur. E poi il grande sport: Sinner; le campionesse del mondo della pallavolo; le Olimpiadi Milano Cortina con le medaglie d’oro di Sofia Goggia, miracolosa e miracolata quella che “lassù qualcuno la ama”. Fra le altre vicende.

Il disastro della nostra nazionale in Bosnia, il dolore nazionale, la rivoluzione in Federazione: non si parla, non si scrive d’altro, dovunque a qualunque ora. I nomi vanno fatti, anzi rifatti ma, ma l’attenzione di MYmovies, come sempre, si sposta dal “gruppo”, racconta una sua visione: Gravina, Buffon, Gattuso, dimissionari. Eventuali successori: Malagò, Abete, Marani, Albertini alla presidenza; Conte, Allegri, Mancini i più citati per la panchina azzurra. Argomento sempre aperto in tutte le piattaforme, chiuso per MYmovies.

Ma c’è un altro nome nella “visione” detta sopra, davvero popolare e suggestivo, è quello di Gianni Rivera che, con prudenza, si è proposto per entrambi i ruoli precisando di avere il patentino di allenatore. Il commento di getto è: “magnifico, si tratta di una leggenda del calcio, ma ha quasi 83 anni, è stato soprattutto un uomo da campo… ce la farà?” Anche se non ce la farà sarà comunque bello portare notizie diverse su di lui. Ho conosciuto Rivera e posso farlo. Per cominciare il giocatore. Non è improprio se dico che è stato il più grande della sua generazione, non solo da noi, anche se c’erano dei forti competitor, come Mazzola e Riva, ma anche in assoluto. I suoi più o meno coetanei si chiamavano Pelé, Eusebio, Kruijff, fenomeni, ma Gianni aveva qualcosa in più, il genio della diversità, gestiva il pallone, una veloce occhiata intorno ed ecco che il compagno centravanti si trovava la sfera fra i piedi con davanti solo il portiere. Talento e regole solo sue, un Marlon Brando del calcio.

Aveva chiuso la carriera da qualche mese e lo incontrai per un’intervista. Mi ricevette in un ufficio di un palazzo a Trezzano, a sud di Milano. Era testimonial di un marchio di indumenti sportivi. Sedeva dietro a un tavolo sul quale c’era solo una pipa. Non mi sembrava un uomo contento.Dopo i normali convenevoli, ricordi di partite, suoi progetti per il futuro, alla mia domanda mi disse che una volta fuori dal campo tutto poteva andar bene.

Ebbene, va detto che tutto è andato benissimo, perché Gianni Rivera non si è limitato a prestare il suo nome ad aziende più o meno importanti, ha scalato tutte le categorie della società civile, delle istituzioni e della politica. Occorrerebbero delle pagine e mi limito all’essenziale, che è decisamente di vertice, una sola indicazione che racconta molto: tre volte parlamentare e una volta europarlamentare. E poi il resto appunto, tanto resto.

Ci siamo rivisti qualche anno fa a Piacenza, dove Rivera presentava un volume sulla sua carriera, edizione elegante, molte immagini. Allora collaboravo col quotidiano piacentino “Libertà” e venni chiamato come relatore. Fu generoso nel raccontare, e io sapevo come sollecitarlo. Qualche episodio esemplare di quel carattere davvero fuori dal coro. Gli dissi: “Ero a San Siro, quando nel maggio del ’79, prima di Milan-Bologna, hai parlato al megafono alla folla invitando i tifosi a liberare il secondo anello pericolante dello stadio. Ti hanno dato retta”. “Certo, erano milanisti e ho un bel ricordo di quella partita che ci diede lo scudetto della stella”.  

Ancora: “Non eri tanto prudente, dicevi quello che pensi, come quando nel ’72 hai attaccato gli arbitri accusandoli di parzialità e di sudditanza verso i poteri forti. Te la sei presa direttamente col designatore Campanati e un arbitro potente come Lo bello.” “È vero, e si sono vendicati, ho avuto un sacco di guai…”

“Non ti sottraevi a certi ambianti eleganti. Anch’io qualche volta sono andato al Charlie Max e al Nepentha e in quei locali si parlava di te. Ti dico che una ragazza su tre dichiarava un flirt con Gianni Rivera. Qualcuna magari millantava ma non tutte. Insomma erano comunque tante. E poi tu dovevi scendere in campo… correre.”

“Non ho mai corso molto, è risaputo, c’era Lodetti, che correva anche per me.”

“Hai segnato il gol del 4 a 3 nella semifinale contro la Germania del 1970, la cosiddetta partita del secolo. Una leggenda, coinvolgimento ed emozioni pazzeschi… dai, togliti la scarpa, facci vedere quel piede destro.” “Certamente e faccio di più, mi tolgo anche la calza.” E lo fece.

Ecco una parte di Rivera, imprevedibile come col pallone, intelligente e simpatico. Negli anni della sua gioventù non è stato solo modello di sport, è stato modello Tout Court. E credo proprio che se coprisse uno dei due ruoli, non riuscirebbe a far peggio dei capi degli ultimi vent’anni.


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