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L'eterna contesa fra Italia e Francia (Prima parte)

Un antagonismo fra i due paesi che ha radici profonde e antiche. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

mercoledì 3 settembre 2025 - Focus

L'affaire, il “film” Macron Salvini ha tenuto i servizi di tutti i network tutti i giorni a tutte le ore, overdose stucchevole di specialisti. Dunque non scriverò una riga su quei due, li userò come spunto e strumenti dei rapporti, storici, fra Italia e Francia. Un antagonismo che ha radici profonde e antiche. Come sempre starò alle sintesi di vicende non lontane, che hanno lasciato segnali visibili, che arrivano a toccare noi contemporanei.
La memoria evoca le frizioni economiche, i contrasti diplomatici, la gestione della crisi migratoria, fra i tanti temi. E’ tattile l’alternanza di collaborazione e scontro, influenzati dalla coscienza politica, di interessi, e di cultura.  

La solita digressione. Non posso esimermi dall’evocare la Rivoluzione francese, che ha cambiato il mondo e consegnato ai francesi l’idea di una superiorità sociale e intellettuale. Magari da discutere, ma i transalpini non la discutono. In una diatriba “loro” hanno sempre ragione e ritengono, in caso di bisogno, di avere diritto alla tutela e al privilegio. Citerò qualcosa di esemplare di grande portata, quando il 25 agosto del 1944 De Gaulle entrò trionfante in Parigi liberata, col permesso di Eisenhower. Un trionfo che doveva al sacrificio di centinaia di migliaia di americani e alleati.
Per efficacia occorre procedere per episodi e sintesi. 

Le guerre
Un imperatore e un re. 
C’è un’istantanea storica e suggestiva: Napoleone III e Vittorio Emanuele II entrano in Milano il 18 giugno 1859. Grazie ai cugini francesi avevamo liberato la Lombardia dagli austriaci. Ma non fu un regalo di Napoleone, ci costò Nizza e la Savoia, anche se un referendum sancì che il popolo di quella regione preferiva appartenere alla Francia.  

Impero
La Francia non ci fu altrettanto amica nel 1936 quando Mussolini, che voleva il suo impero personale, ordinò l’invasione dell’Etiopia. Ci furono sanzioni internazionali promosse soprattutto dalla Francia. 

L’amico Hitler
Un’altra delle pessime iniziative del Duce fu l’attacco e l’invasione del meridione della Francia nel giugno del 1940, per compiacere il suo amico Hitler. Il risultato finale fu il disastro che sappiamo. Ma molti italiani che si erano integrati in Francia col lavoro, vennero espulsi. Amicizia decisamente compromessa, negli anni, fra i due Paesi. 

Il piombo e l’ideologia 
Passano i decenni e arrivano gli “anni di piombo”. Significa violenza politica scontri di piazza lotte armate e terrorismo, di destra e di sinistra, come Piazza Fontana e il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Da noi la magistratura ricerca e condanna le persone responsabili di atti di terrorismo. Ma costoro trovano un alleato efficace nella Francia, dove si rifugiano, grazie alla cosiddetta “dottrina Mitterand”, che non concede l’estradizione ai ricercati per “atti di natura violenta ma di ispirazione politica” qualora avessero rinunciato a ogni forma di violenza, concedendo loro, di fatto, una franchigia e un diritto di asilo. Alcuni degli “accolti”: Toni Negri, Marina Petrella, Paolo Persichetti e Cesare Battisti. 
L’iniziativa di Mitterand era la storica espressione della superiorità morale e ideologica che si accredita la cultura francese che sorpassa con la sua giustizia, quella italiana, immobile e inadeguata. 
Uno schiaffo non leggero che la Francia assesta all’Italia. 
Dico che c’entra sempre la rivoluzione dell’89.   

Il cinema
Su questo tema può essere interessante, ma sì, un confronto. E trattasi di portata molto alta, magari la più alta, perché ci furono stagioni in cui i francesi e gli italiani erano i più bravi del mondo.
Il cinema francese fra gli anni ’30 e i primi ’40 è quello del Fronte popolare: è un movimento decisivo, eroico, una delle massime manifestazioni, anche in chiave di arte assoluta, del ‘900. Omologabile alle grandi idee dell’espressionismo in Germania e del realismo in Italia. Col valore della letteratura alta. Quel cinema riuscì nella fusione, la più nobile e difficile, fra la poesia pura e lo specifico del cinema.
I maestri si chiamavano Jean Renoir, Marcel Carné, René Clair, registi e Jacques Prévert poeta. I titoli essenziali sono La grande illusione (Renoir), Il porto delle nebbie (Carné), Il silenzio è d’oro (Clair).
Negli anni quaranta il cinema italiano risponde, mettiamola così, col Realismo. 
Un movimento che non poteva essere più diverso da quello francese. Niente poesia o discorsi ideali. Ma una nuda rappresentazione della realtà. Erano storie di lavoratori e di indigenti che la guerra aveva toccato e impoverito. Erano girati con attori non professionisti, le trame, salvo poche eccezioni, erano costruite su episodi di povera gente impegnata in normali attività quotidiane. Ma la ricerca e il risultato era tale che a volte era impossibile distinguere la fiction dal documento. Il mondo cercò di imitarci, invano. Gli autori erano gente come Luchino Visconti (Ossessione), Roberto Rossellini (Roma città aperta, Palma d’oro) Vittorio De Sica (Ladri di biciclette (guarda la video recensione), Oscar). 
Ho cominciato col termine “confronto” che può configurare una competizione. A quel livello non è facile esprimersi. Ma mi espongo e dico che il colpo di reni finale è di Federico Fellini, col suo La strada, premio Oscar.  
                                                     FINE PRIMA PARTE


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