Stefano Fresi è appena stato ospite d’onore all’Alta Marea Film Festival, l’evento di cinema, musica e arte che si è svolto a Termoli, in Molise, dal 25 al 27 luglio, e dove Fresi ha presentato un suo film del cuore, Il grande passo di Antonio Padovan, che l’ha visto protagonista accanto a Giuseppe Battiston, “cui mi dicono che assomiglio, ma non è vero: siamo solo entrambi pienotti e con la barba”, dice ridendo. All’Alta Marea l’attore e musicista si è speso senza limiti, posando per decine di selfie, partecipando all’incontro per la costituzione della Film Commission del Molise, e raccontandosi nella bellissima Piazza del Duomo con la moderazione di Martina Barone.
Qual è il suo legame con il Molise?
Quando ho cominciato a fare questo mestiere uno dei primi festival a cui sono stato invitato è stato Molise Cinema a Casacalenda che mi è piaciuto molto, e ho molti amici molisani che lavorano nel cinema, perché il Molise sarà pure piccolo, ma ha sparso molisani in giro per tutto il Paese! Quando la squadra di direzione dell’Alta Marea Film Festival (composta dal direttore artistico Antonio De Gregorio e da Valentina Salierno, Adele Sorressa e Chiara Tuttolani, ndr) mi ha chiesto quale dei film avrei voluto presentare, ho suggerito Il grande passo perché, essendo il film uscito nelle sale all’epoca del Covid, non ha avuto la fortuna che meritava, anche se Giuseppe Battiston ed io abbiamo vinto ex aequo al Torino Film Festival come Miglior attore protagonista. E poi l’ho scelto perché è un bel film sul sogno.
La componente del sogno è spesso presente nei suoi film.
Sì, ma è molto presente nel cinema in generale. Ne Il grande passo si parla del sogno utopistico di mio fratello, interpretato da Battiston, che vuole andare sulla luna con mezzi propri e tutti lo prendono per pazzo, e io interpreto il fratello da cui lui era stato separato da ragazzini: ci rincontriamo 45enni, ci riscopriamo, nasce un riconoscimento del sangue e uno aiuta l’altro a cercare di realizzare questo sogno.
Anche l’Alta Marea è la realizzazione di un sogno: quattro ragazzi under 30 che si sono inventati un festival di cinema a Termoli. In Italia c’è bisogno di questa capacità di sognare?
È necessaria, specialmente quando i tempi per il cinema non sono facilissimi, come adesso. Quando avevo 15-16 anni andavo al cinema sapendo che il film restava in sala almeno tre settimane, indipendentemente dal suo andamento con il pubblico. C’era il tempo di dire: guarda che lì c’è un bel film, vai a vederlo e il passaparola funzionava benissimo. Adesso ti giochi tutto in un fine settimana, se un titolo non funziona in quel fine settimana viene spostato altrove, tanto poi c’è la piattaforma. Invece il film è un’opera d’arte, va difeso. Poi è chiaro che non tutti i film sono la Gioconda, ma vanno esposti in una teca degna in modo che qualcuno possa avere il tempo di capirli, o anche di disprezzarli, ma comunque dare loro un giudizio.
C’è tempo è il titolo di un suo film, e lei ha appena sollevato il discorso dell’avere tempo per le cose. Invece viviamo in un’epoca in cui non sembra esserci più tempo per niente.
È una scelta pilotata dal nostro stile di vita, cui partecipa moltissimo la tecnologia: il cellulare e i social ti propongono contenuti di 15 secondi, che divertono tutti, parliamoci chiaro, ma sono scelti da altri, non una nostra selezione. E si è persa totalmente la noia, che invece è profondamente necessaria, perché l’’atto creativo nasce da un momento di stasi. Se non hai tempo di annoiarti perché sei bombardato di cose, quel momento creativo non nasce.
