Era certo una presenza forte. Atletico, faccia da villain, con un mix di espressione subito visibile, interessante, da indiano, perché il padre era di origini cherokee e sua madre era irlandese. Una "differenza" che gli servì, perché lo distingueva dai colleghi della sua generazione, fra le più ricche e complete, della quale facevano parte personaggi come Robert Redford, classe 1936, come Reynolds, e poi Dustin Hoffman, Jack Nicholson, Warren Beatty, tutti di un anno più giovani. I modelli e i ruoli erano dunque coperti, non era facile inserirsi, ma Reynolds ci riuscì proprio in virtù di quel tratto selvaggio. I nomi citati rappresentavano, e rappresentano, la fascia più alta del cinema, con premi Oscar caduti a pioggia. Anche in quel senso Burt ebbe in piccolo riscontro, almeno un segnale, una nomination come attore non protagonista in Boogie Nights - L'altra Hollywood di Paul Thomas Anderson. Ma c'era un altro tratto che all'inizio gli fu utile, assomigliava, vagamente, a Marlon Brando. Come quasi sempre accade nelle carriere, i primi ruoli furono sul piccolo schermo e il primo successo che gli diede popolarità fu Hawk l'indiano, era il 1966. Era la stagione degli spaghetti western. Reynolds venne notato da Sergio Corbucci, che gli diede il ruolo di protagonista in Navajo Joe. L'attore ricambiò il... favore dichiarando sempre che quel film era il peggiore al quale avesse mai partecipato.