Kim ki-duk è l'occhio dell'Asia che mette a nudo l'estremismo delle emozioni e della vita: il desiderio, la rabbia, il dolore, la commozione. Un cinema spesso sospinto dall'ossessione di una idea o di una passione che espone ad un itinerario di ascetico martirio i suoi protagonisti, la sfida dell'individuo contro il mondo. Le sue inquadrature, costruite con uno stile d'illuminazione ricercato e composito, sono gremite di colluttazioni, percosse, menomazioni: il corpo che le riempie, su cui il sangue è una sorta di scrittura e decorazione, è al centro di un teatro scarno e claustrofobico, fatto di celle e stamberghe cui si oppongono mondi acquatici e sospesi.
