Una premessa: chi mi conosce è anche al corrente della mia didascalia riferita a Marco Bellocchio: una delle rare prove dell'esistenza in vita del cinema italiano. Come Diogene anch'io da tanto tempo cerco qualcosa, un film italiano da cinque stelle, un capolavoro. Vedendo Fai bei sogni mi è parso, finalmente, di aver concluso la ricerca. Fino alla prima ora. Il film è tratto dal romanzo di Massimo Gramellini che ha comunque una struttura più articolata, sulla quale il regista e gli autori hanno dovuto intervenire, a togliere, con delle licenze più che legittime per il cinema. Dunque mi riferisco a Bellocchio, non a Gramellini. Massimo ha nove anni, nella prima sequenza balla un rock con la mamma, si divertono, sono amici, si vogliono bene. Salta all'occhio. Ma si intravvede, negli occhi della mamma, qualcosa di imperfetto, magari disperato. Quando muore si viene a sapere che era malata, condannata. La versione della morte, il suicidio, viene taciuto a Massimo fino all'età adulta. Il bambino, poi adolescente, poi ragazzo, poi uomo, si porterà dietro per tutta la vita quel dolore con le sue conseguenze. Anche perché: rapporto col padre, freddissimo, con tutti gli altri, difficile. Ci sono momenti di cinema alto. Sempre nel quadro, conosciuto, dell'attitudine del regista, dove i soggetti sono sempre tristi e oppressi. Ma si sa, è la sua storica identità. Affidano a un prete l'incarico di dare la notizia al bambino. "La tua mamma, adesso è in paradiso, ma ti sarà sempre vicina". Ma Massimo non ci sta, protesta, parte persino uno schiaffo. Il prete recita "L'eterno riposo dona a lei Signore...". Ti si blocca lo stomaco. Emerge lo scarso amore di Bellocchio per la categoria. Quando la cassa della mamma è stata chiusa e viene rimossa. Il piccolo urla "mamma, ti portano via" è disperato, "vieni fuori mamma, ti portano via".

