Un 'malincomico' autentico, onesto e preoccupato di rendere vero il proprio cinema.
di Mauro Gervasini
Al di là del cinema macchiettistico, dei galli cedroni e dei viaggi di nozze, retaggio di una tradizione da avanspettacolo che non sempre ha saputo adeguare la propria narrazione a quella del grande schermo, Carlo Verdone ha sviluppato una alternativa "poetica" molto solida. Con Borotalco (1981) e Acqua e sapone (1983) si inserì pienamente nel filone cosiddetto "malincomico", tracciato insieme a Massimo Troisi (Ricomincio da tre è del 1981) e Maurizio Nichetti (Ratataplan e Ho fatto splash escono tra il 1979 e l'80). Furono tra le poche novità (e insieme a Francesco Nuti le sole nella commedia) del nostro cinema negli anni 80, allora definito da Paolo Bertetto «il più brutto del mondo». Anche scansando qualche fraintendimento della critica, che lo ha visto fino a tempi recentissimi come un abile comico e poco più, Verdone si è affrancato dalle proprie maschere senza giustamente rinnegarle, come dimostra il suo terzultimo titolo Grande, grosso e... Verdone (2008). Nel frattempo ha maturato una certa consapevolezza non solo dello spessore della commedia italiana, ma anche della sua funzione.
Senza volerlo trasformare in ciò che non è, un teorico della settima arte, ha dimostrato con titoli quali Ma che colpa abbiamo noi (2002), L'amore è eterno finché dura (2004), Io, loro e Lara (2010) e ancora prima Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992), che resta il suo film migliore, di voler ragionare sul presente utilizzando lo stile "leggero" del genere. Lo stratagemma della maschera, da quella del burino che «lo fa strano», meglio se "assistito" dalla strepitosa Claudia Gerini, a quella del professore assillante e ipocrita, come dimostrano le versioni cinematografiche attraverso gli anni, da Bianco, rosso e Verdone (1981) a Grande, grosso e... Verdone, è malleabile allo spirito del tempo ma in fondo nell'intimo non cambia mai. Invece nelle commedie amare alle quali Verdone ci ha abituato in altri momenti del suo percorso i caratteri nazionali sono declinati diversamente, a seconda delle nevrosi borghesi (si pensi ai partecipanti alla terapia di gruppo di Ma che colpa abbiamo noi) oppure confrontati con la crisi della famiglia, che la cultura italiana tradizionale vede quale nucleo fondante la società e di cui invece il suo cinema ha testimoniato la crisi irreversibile (Io, loro e Lara) e addirittura l'avvenuta dissoluzione. Il suo nuovo film, Posti in piedi in paradiso, nelle sale dal 2 marzo, racconta la disavventura di tre uomini - lo stesso Verdone, Pierfrancesco Favino e Marco Giallini - da poco separati, costretti a vivere assieme per fare fronte a spese non più sostenibili separatamente. I caratteri dei tre sono studiati secondo uno schema da commedia consumata, diciamo così, quindi c'è l'immaturo che si innamora di una ragazza più giovane, l'ingenuo che si fa fregare dagli altri e il viveur forse più apparente che altro... Lo scarto rispetto al passato sta nella disfunzionalità della loro unione, nel fatto che lo schema ad esempio del francese Tre uomini e una culla, dove la convivenza era conseguenza di una forte complicità maschile, lascia il posto allo stato di necessità. I borghesi benestanti e nevrotici di L'amore è eterno finché dura non hanno più il tempo per stare dietro alle proprie paturnie, perché in miseria. È la crisi, bellezza, e il ritratto di Posti in piedi in paradiso è veritiero, nonostante Verdone sia poi edificante per definizione.
Rispetto quindi alle nuove tendenze della commedia all'italiana, Brizzi & Co., che della contemporaneità sfruttano solo i luoghi comuni, il tenero Carlo è più autentico, onesto e preoccupato di rendere vero e realistico il proprio cinema. Spiace che il regista romano non sia riuscito a portare a compimento il sogno di fondare a Stresa, sul Lago Maggiore, un festival interamente dedicato alla commedia, dove poter riflettere sulla ricchezza, i destini ma anche le carenze della forma cinematografica privilegiata per raccontare gli italiani. Restano comunque i suoi film a testimonianza di un approccio al genere decisamente sincero.